Ottavario dei defunti
Morte, giudizio, inferno e paradiso
Sono i novissimi

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La meditazione che abbiamo condotto in merito alla ricorrenza liturgica di Ognissanti e alla Commemorazione dei Fedeli defunti offre l’occasione per riflettere sulle realtà ultime della vita di un cristiano che il Catechismo della Chiesa Cattolica chiama: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. In tutta verità non se ne parla più come fossero verità obsolete se non addirittura cassate.
 
Morte
 
Della morte abbiamo detto e riflettuto molto in questi giorni e non c’è molto bisogno di insistere. Tutti i giorni, specie in questo periodo, assistiamo ad autentici bollettini di guerra che enumerano i morti delle ultime 24 ore, fornendo una meticolosa statistica e un confronto con i dati del giorno prima. Certo è che la morte è la conclusione definitiva della vita terrena: con essa terminano in maniera definitiva tutti i processi vitali. Con la morte comincia la vita ultraterrena, la cui situazione beata o infelice è determinata dalle scelte libere della persona.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: «Per il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna». (CCC 1020).  
 
Giudizio
 
Il Catechismo spiega che dopo la morte vi è il giudizio. Il giudizio particolare è uno dei quattro novissimi in cui si articola l'escatologia cristiana (escatologia: termine greco  ἔσχατα, éschata che indica la realtà oltre la morte).
Ogni uomo, fin dal momento della sua morte, sarà sottoposto al giudizio particolare subito dopo la morte e riceverà la retribuzione eterna che metterà la sua vita in rapporto a Cristo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica scrive: «Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre» (CCC 1022).
 
Merita specificare il concetto di giudizio nell’orizzonte della escatologia cristiana. L'uomo, che è chiamato a corrispondere liberamente a Dio, può accettare o rifiutare definitivamente il suo amore e il suo perdono, privandosi, così, della gioiosa comunione con lui e, in caso di rifiuto, incamminandosi verso quella condizione tragica che si chiama dannazione o inferno. Alla luce di queste considerazione, non si tratta, quindi, di un Dio giudice che detta una sentenza inappellabile salvando i buoni e condannando i cattivi o i peccatori. Non è Dio che condanna, ma ogni persona, allorquando si troverà davanti a Dio dopo la morte, essa stessa confronterà la propria vita che ha deciso liberamente. Ciascuno di noi, in quel momento avrà lucida consapevolezza del bene che ognuno avrà compiuto o avrà omesso di compiere durante la sua vita terrena. Davanti a Cristo che è la verità sarà definitivamente messa a nudo la verità sul rapporto di ogni uomo con Dio; cosicché ciascion di noi saprà da sé se avrà i meriti per stare sempre con Dio (Paradiso) o vivere eternamente lontano da Lui (Inferno).
 
A questo proposito merita che portiamo ben impresso nella nostra mente e nel nostro cuore il monito di San Giovanni della Croce: «Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore».
 
Paradiso
 
Prima di affrontare  la riflessione sul Paradiso e sull’Inferno, così come su Purgatorio,  occorre premettere che soprattutto il Concilio Vaticano II e la teologia che ne è derivata hanno chiarito che essi non sono luoghi,  ma “stati” o “modi di essere”, anche se questo risulta parziale. A tal proposito del Paradiso il Papa emerito Benedetto XV disse: “Dal termine paradiso, che riflette naturalmente la forza simbolica di 'sopra' e di altezza, la tradizione cristiana è usata per esprimere la pienezza definitiva dell'esistenza umana grazie all'amore consumato verso il quale il Paradiso non può essere situato in un posto, ma non è nemmeno un semplice stato. Cielo/Paradiso esprime quel dominio sul mondo che appartiene al nuovo spazio del corpo di Cristo, alla comunione dei santi”.
 
Il Catechismo della  Chiesa Cattolica scrive: «Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono «così come egli è» (1 Gv 3,2), «a faccia a faccia» (1 Cor 13,12).  E continua: «Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell'uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. Vivere in cielo è essere con Cristo.  Gli eletti vivono in lui, ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome». (CCC 1024-1025)
 
Inferno
 
Scrive il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La pena principale dell'inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l'uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira». (CCC 1035). Perché? Ma perché siamo stati creati da Dio per tornare a Lui. Lo aveva compreso Sant’Agostino che nelle sue Confessioni disse: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Le Confessioni, 1,1.5). E all’antica domanda  del Catechismo di San Pio X «Perché siamo stati creati»? La risposta era: «Siamo stati creati per conoscere,amare, servire Dio in questa vita e goderlo poi nell’eternità». Fa eco ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica che riflette: «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi» (CCC 1033).
 
A questo punto diventa più facile comprendere che non è Dio che condanna e manda allinferno! Nella suprema manifestazione del suo amore Dio ama talmente l'uomo da lasciarlo assolutamente libero. E alla fine della vita, nel giudizio finale, Dio ratificherà - pur a malincuore - il rifiuto volontario e cosciente che gli uomini nel corso della loro esistenza Gli hanno opposto. Il dogma dell'Inferno rivela quindi il carattere altamente drammatico della libertà umana.
 
Quanto poi al luogo vale quanto affermato a proposito del Paradiso. Papa Benedetto XVI volle portare il suo contributo di grande teologo esplicitando anche a questo riguardo in che cosa consista la pena dell’inferno che l’iconografia popolare raffigura con il fuoco e le fiamme: «Il fuoco è una metafora dello stato di sofferenza di ogni essere umano, per il fatto di essere privato di Dio, fonte della sua felicità». E in un’altra occasione papa Benedetto disse: «L'Inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore all'amore di Dio».
 
Perfetta e piena sintonia con il Catechismo della Chiesa Cattolica, in cui leggiamo: «Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l'amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (CCC 1033)
 
Sono questi, esposti in maniera assai sintetica, i Novissimi. Il termine è una traslitterazione del latino novissĭma, ossia "cose ultime". Il corrispondente termine greco è ἔσχατα, éschata. E' la denominazione più diffusa nella teologia per indicare la realtà oltre la morte, a cui l'uomo va incontro al termine della sua vita.
 

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