Don Matteo, fratello mio, scusami

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Non ho mai conosciuto Don Matteo Balzano, il giovane sacerdote della Diocesi di Novara che si sarebbe suicidato sabato 5 luglio scorso. Non sapevo neppure della sua esistenza.

Rispetterò il silenzio sulla sua scelta. Abbasso la testa; lo affido a Dio: Lui solo sa.

 

Ma non posso non condividere ciò che mi brucia nel cuore. È una domanda che mi fa male, mi inquieta, mi colpevolizza: come mai di don Matteo ci si è accorti solo oggi?

Non intendo puntare l’indice contro nessuno. Eppure questa domanda dobbiamo farcela: Dove eravamo? Dove abbiamo lasciato don Matteo?

 

Possibile che, anche chi lo frequentava, non si sia accorto di nulla. Eppure sono abbastanza ravvisabili la manifestazione di un depresso, i sintomi di un non tranquillo, di un preoccupato per altre cose…. Un ragazzo di 35 ha ancora l’argento addosso!

 

Parlare dopo, commuoversi dopo, commentare dopo è troppo brutto!

Prima dove eravamo?

 

Nella mia vita ho fatto tanti chilometri in macchina, a ogni ora del giorno e della notte, per essere a sacerdoti di qualunque età per ascoltarli. Ad alcuni ho impedito l’atto del non ritorno all’ultimo secondo.

 

Condivido quanto scritto da Enzo Bianchi: La tua decisione è un mistero che appartiene a te e a Dio. Nessuno ha diritto di interrogarti, nessuno ha diritto di fare omelie. Io mi inchino a te e adoro il tuo mistero”.

 

Ma torno alla domanda iniziale che mi inquieta, mi ferisce, fa aumentare in un certo senso la mia rabbia: “Dove eravamo tutti noi?”  

Mi pare di poter dire che l’oggi del prete sia segnato da un tarlo che gli rende la vita un po’ amara: quello di una indefinita sensazione di marginalità dal punto di vista sociale che gli procura dei grandi vuoti dentro che in non poche occasione sono origine di una sofferenza indicibile.

Molte volte il prete si sente prigioniero di molti limiti umani, intellettuali, pastorali e soprattutto spirituali. 

Quante volte mi son sentito dire da sacerdoti: mi sento estraneo al mio popolo e il mio popolo non mi considera uno di loro.

La solitudine del prete può diventare tragica se c'è una solitudine nel rapporto personale; ma la sofferenza della “solitudine ministeriale” deve essere lacerante. 

Spesso le comunità cristiane chiedono, ma non aiutano. Allora il prete vive nel relativismo.Lavora tanto, adattandosi alle richieste, ma dentro c'è un vuoto e il cammino si fa troppo solitario.

Se se ne accorgessero i venerati Pastori di tali preti! Se li andassero a cercare … 

Tutto questo è destinato a montare di intensità, nella misura in cui il sacerdote perde l’illusione della integrazione nel ministero e fa di conto con la distanza dall’ideale e dalla vocazione per la quale si è impegnato e ha offerto la vita. 

Queste situazioni, che possono essere anche percezioni personali, possono giungere a provocare una perdita dell’autostima. 

Ma vi sono realtà e prospettive destinate a complicare sia la marginalità, sia la solitudine. Mi riferisco al calo vertiginoso del numero dei seminaristi: non è solo un evento congiunturale, ma una condizione che si protrarrà nel tempo. Mi riferisco al calo del numero di preti che sarà drastico entro qualche anno. Il cambiamento sarà arduo; occorrerà preparare diaconi permanenti e coinvolgere i laici.

Nel frattempo il prete fa fatica a svolgere il suo ministero quotidiano, ma in realtà sente tutta la difficoltà di trovare un proprio ruolo in un contesto sociale, culturale e religioso profondamente mutato.

La ricerca del prete sembra essere più in funzione dei servizi richiesti che della partecipazione ecclesiale in senso pieno. Il prete mi serve per il battesimo del figlio, per il matrimonio, per i funerali … Ma il prete s’accorge che non è cercato come uno di famiglia; si dice che la parrocchia è famiglia di famiglie; ma in questa famiglia, il prete … che posto occupa?

A volte il prete è lasciato solo dai laici o dai parrocchiani; a volte è isolato dalla Chiesa stessa, dimenticato dal proprio Vescovo.

E’ stato scritto: "La solitudine è il fondo ultimo della condizione umana. L'uomo è l'unico essere che si sente solo e che cerca l'altro".

Sosterrà il prete nella sua solitudine:

-      la cordialità non di facciata della sua gente;

-      l’accoglierlo non quale distributore di servizi, ma quale “uomo di Dio” e dei divini misteri;

-      stimarlo quale compagno di viaggio che ha “abbandonato le reti” per seguire Gesù e farsi servo di coloro ai quali la Provvidenza lo ha inviato;

-      la preghiera fatta per lui perché sia davvero un alter Christus.

 

E concludo:

Vescovi, non dimenticate i vostri sacerdoti, perché non sono un numero,
ma sacerdoti con i loro difetti e meriti, ma sempre sacerdoti
che si aspettano l'affetto e l’attenzione di un padre, 
una pacca sulla spalla, una parola di speranza, 
una telefonata; perfino una risposta tramite whtsapp.....
uno sguardo che faccia capire loro che il loro vescovo li pensa. 
Non solo in occasione del rinnovo dei mandati di ministero pastorale


Vescovi, non dimenticatevi dei vostri sacerdoti.