Omelia nella 26 domenica per annum
«Se le ‘parole’ della fede non sono praticate, non giovano a nulla»

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+ Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32 +++
«In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». +++

 

È troppo facile dividere il mondo in buoni e cattivi. Ed è ancora più facile ritenere che il male e la bontà siano da considerarsi fatali e definitivi. Spesso pensiamo che il male sia destinato a rimanere sempre tale. E che il bene debba esistere in ogni tempo e in ogni luogo. Ma le cose non sono mai così semplici come sembrano. Il testo del profeta Ezechiele, che leggiamo oggi nella liturgia domenicale, contempla la possibilità di cambiamento sia in un senso come nell'altro. Il giusto può allontanarsi dalla giustizia; e il malvagio può convertirsi e abbandonare la sua malvagità. Non dovremmo mai negare a nessuno la possibilità di cambiamento. Esso, infatti, è il criterio per qualificare gli esseri umani e la chiave per scoprire se la persona cammini lungo la strada della vita o quella della morte. Scegliere il male equivale a optare per una esistenza di morte. Decidere di seguire la via del bene significa impegnarsi nella via della vita vera. È questo il dramma e la gloria della libertà.

 

Al termine del discorso ecclesiale e prima della lunga invettiva contro gli scribi e i farisei ─ di cui darà conto nel capitolo 23 ─ l’evangelista Matteo registra 5 dispute con i responsabili qualificati del popolo che si mostrano ostili a Gesù non accettandolo come il riformatore della vita cultuale del nuovo popolo di Dio: la cacciata dei mercanti del tempio, il tributo a Cesare, la risurrezione dei morti, il comandamento più importante, il figlio di Davide. All’incredulità e al rifiuto delle autorità risponde il giudizio di Dio che pende come definitiva condanna sulla città e sui suoi responsabili. Tale motivo polemico sarà sviluppato con la narrazione di tre parabole. I capi increduli sono paragonati:

      al figlio disobbediente (21, 28-32),

      ai vignaioli omicidi (21, 33-46),

      agli invitati che rifiutano di partecipare al banchetto (22, 1-14 ).

 

Il contesto del Vangelo di Matteo nel quale si trova la prima delle parabole di rottura è quello della tensione e del pericolo. Dopo il Discorso della comunità (Mt 18, 1-35), Gesù si allontanò dalla Galilea, attraversò il Giordano e iniziò il suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Come domenica scorsa e come sarà la prossima, l’immagine della vigna rappresenterà l’ambiente di un breve racconto di carattere familiare. La vigna è Israele; la vigna è il Regno di Dio; la vigna sono tutte le nazioni destinate a ricevere l’annuncio del Vangelo. L’invito a "lavorare nella vigna" dunque è esortazione a compiere la volontà di Dio, a essere obbedienti come lo fu Gesù stesso in tutta la sua vita fino al momento della sua morte.

 

La breve pericope evangelica odierna è costruita in modo geniale: il Maestro raccontò una parabola e la fece commentare ai diretti interessati: “Che ve ne pare?”… Gesù domandò provocatoriamente un parere ai sui diretti interlocutori che erano i sommi sacerdoti e agli anziani, cioè gli esperti di religione del popolo di Israele. Disse il Maestro: un padre rivolse l'invito ai suoi due figli, che non ne avevano la minima voglia, di fare la volontà del padre. Uno di loro disse "no", ma poi, pentito e convertito, vi andò. L'altro si mostrò ipocritamente obbediente, ma non vi andò.

 

C'è stato un errore comune nel pensiero e nelle azioni dei due figli che in fondo si assomigliavano più di quanto sembrasse. Nella loro relazione con il Padre essi avevano una idea distorta: entrambi lo hanno considerato come un padrone. Il padre non chiedeva nulla per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una imposizione arrogante, ma di semplice collaborazione alla preparazione del vino: un componente essenziale per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto con tanti invitati (il Regno di Dio!). Sì, il problema dei due fratelli fu essenzialmente lo stesso: hanno visto il Padre come un padrone. Questa relazione distorta li portò a vivere come schiavi di una volontà che non hanno compreso, ma di cui hanno sentito soggezione e timore.

Ben lontani, dunque, da quell'annuncio liberante portato da Gesù!

 

Alla fine il Giovane Rabbi di Nazaret domandò: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» Risposero: «Il primo». I sacerdoti e gli anziani del popolo capirono subito che egli stava parlando proprio di loro. Mentre i pubblicani e i peccatori ascoltavano l’annuncio del Messia e si convertivano, loro rifiutavano Lui e il suo messaggio, appellandosi alla fedeltà verso la Legge. Gesù non nascose mai la sua simpatia per la categoria richiamata dal primo figlio. Il Vangelo e la storia della Chiesa sono pieni di questi personaggi che si sono pentiti/convertiti e hanno assaporato la gioia del perdono e della vita nuova.

 

Nel tempo in cui Matteo scrisse il Vangelo, i pagani accoglievano la predicazione della Chiesa, mentre i giudei la rifiutavano in massa. L'evangelista riferendo la parabola narrata da Gesù aveva certamente davanti ai suoi occhi la schiera dei peccatori dei primi tempi cristiani che accoglievano la predicazione della Chiesa. Erano gli uomini del "no". A prima vista, sembravano rifiutare la legge di Dio; ma erano in grado di ascoltare, di convertirsi e cambiare i loro atteggiamenti. Ma l'evangelista sembra pensare anche i farisei: gli uomini del "sì" immediato e formalistico. Conoscevano la legge e la osservavano con molta precisione; ma la rifiutavano in massa. Proprio la loro lealtà apparente li rendeva incapaci di prestare attenzione alle esigenze di Dio. Confidavano troppo sulla propria bontà per lasciarsi interpellare dalla chiamata di Dio.


Le parole di Gesù hanno messo e mettono a nudo quelli che credono di essere giusti e che si sentono già a posto. Le parole da sole non salvano, occorre metterle in pratica. Nella figura di questo padre terreno, l’evangelista richiama quella del Padre celeste, il quale convoca gli uomini al lavoro della sua vigna, ossia al servizio del Vangelo e del suo regno. E ovviamente il Padre del cielo esige che il lavoro sia svolto davvero. Compie la volontà del padre colui che torna sulle sue decisioni, chi smette di dire no e inizia a fare.

 

L'accento della pericope odierna viene messo sul fare la volontà del Padre, come fece il primo figlio dapprima renitente, ma poi consenziente. La risposta data dal secondo figlio al Padre è ambigua. Dice prontamente “sì!” e fa un gran bel figurone, ma poi non combina niente. L’altro dice “no” e tutti lo biasimano, ma poi si rientra in sé e fa la volontà del Padre.

Con il suo insegnamento il Giovane Rabbi di Nazaret ha rivelato che la salvezza può essere accolta solo da chi è disponibile a fare ritorno a Dio, pentendosi del male fatto e abbandonando le proprie vie di peccato. Il vero miracolo – diceva Isacco il Siro – consiste nel riconoscersi peccatori.

 

Cari Amici

Questa parabola è tipica della predicazione di Gesù, il quale, proprio per sottolineare l’iniziativa salvifica di Dio a vantaggio di tutti, mette in primo piano gli ultimi, presentandoli come l’oggetto privilegiato della benevolenza divina.

Meditando la parabola narrata da Gesù ci vuole poca immaginazione per scoprire che questa situazione è anche tra noi. La parabola, infatti, parla dell’uomo. E domanda dove ciascuno di noi pone il proprio interesse quando ascolta la Parola di Dio. Infatti la parabola ci parla di Dio che da noi non si attende non solo belle parole. Attende la serietà del nostro impegno e la conversione che conduce alla vita. La domanda, non troppo celata, che Gesù pone va dritta al cuore: chi è il vero credente?

 

La parabola del Giovane Rabbi contiene un triplice invito:

·    Il primo è l’invito alla coerenza: non basta dichiararsi cristiani, compiere le pratiche esteriori della fede, obbedire a parole: occorrono i fatti, anche quelli destinati a restare nascosti; occorre l’intima adesione dell’intelletto e della volontà. Alla volontà del Padre si risponde non a parole ma con i fatti!

·    Il secondo è l’invito a non giudicare: solo Dio scruta le menti e i cuori; solo Dio conosce le difficoltà dei percorsi personali per arrivare a Lui.

·    Il terzo invito è quello a non classificare gli uomini entro categorie: ogni persona dispone di insospettabili risorse, e per grazia di Dio a tutti è data la possibilità di cambiare in meglio.

 

Chi non si è trovato qualche volta nella situazione di entrambi i figli della parabola? A Gesù non piace una religiosità che si fermi al rito e alla devozione senza che questa trasformi la vita. Giunge a preferire il figlio insubordinato e svogliato che dice quel che pensa piuttosto che l’altro il quale, salvando l’apparenza del bravo ragazzo, in realtà non muove un dito per aiutare il Padre. È il fare a essere decisivo, mentre il dire resta sempre ambiguo. Non è da persone di fede accontentarsi di una religiosità formale; è necessario essere disponibili alla perfezione proposta da Gesù. Quante scuse si possono inventare per rimanere fermi nel proprio no al Signore! Quanti sono i disaffezionati della pratica religiosa che perdono il contatto con il Signore per futili motivi e/o scelte di comodo.

 

Gesù ha raccontato la parabola dei due figli per incoraggiare i peccatori alla conversione, infondendo loro fiducia nella bontà sconfinata del Padre celeste che stava attuando il regno attraverso la sua opera. La parabola, inoltre, fa intuire il percorso di conversione e di pentimento del figlio che fa la volontà del Padre. Che bello questo ricredersi, ritornare sui propri passi, dire con sincerità il proprio peccato e poi ripartire.

 

La nostra vita non è chiusa dopo un errore; anche una caduta può essere importante per rialzarsi e cambiare strada. È per questo che le prostitute e i pubblicani sorpasseranno gli scribi e i farisei. Nell’ambiente giudaico questo detto è sorprendente perché nel rabbinismo la conversione di queste due categorie di persone era ritenuta quasi impossibile. I peccatori pubblici, pur avendo opposto un iniziale rifiuto alla parola di Dio a causa della loro condotta immorale, accogliendola, giungevano al suo regno lasciandosi amare da Gesù. Al contrario i capi spirituali dei giudei accettavano formalmente di compiere la volontà di Dio, ma in realtà non l’avrebbero ma compiuta perché persi nella pratica di cose secondarie, dimenticando i comandamenti essenziali di Dio. Per Gesù era più facile che un peccatore si ravvedesse piuttosto che un benpensante, sicuro e altezzoso della sua giustizia, potesse spezzare l'involucro duro del suo autocompiacimento e delle sue abitudini.


Il brano evangelico ci suggerisce, inoltre, un metodo molto semplice per fare verità e capire a che punto siamo: si tratta di andare oltre le parole che pronunciamo e di leggere la nostra vita per vedere se essa sia, nella concretezza dei fatti, un sì o un no di fronte alle esigenze della vita cristiana.

Se le parole della fede non sono praticate, non giovano a nulla. 

 

Ha scritto con efficacia il beato Paolo VI: ”Il grande fallo di tanti cristiani moderni è l'incoerenza e la mancanza di fedeltà alla Grazia ricevuta nel Battesimo e successivamente in altri sacramenti, e agli impegni solenni e salutari, assunti verso Dio, verso la Chiesa nella celebrazione di un patto, di una alleanza, di una comunione di vita soprannaturale, che non mai avrebbe dovuto essere trascurata o tradita. Quale grande vantaggio di avere tenuto fede lealmente a quegli impegni che danno senso, virtù e merito alla vita cristiana” (1974)

 

Gesù lo ripete spesso: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). La parabola del Vangelo condanna un cristianesimo fatto di parole, ma vuoto di fat­ti concreti. Non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede. Alle parole deve seguire la condotta coe­rente e l'esempio personale. Non c’è posto per una religiosità vuota, fredda e formale che si esaurisca in pratiche esteriori, ma non coltivi in profondità la fede e un autentico rapporto filiale con Dio, un rapporto radicato nell’amore. Al «Credo» che recitiamo, deve seguire una vita che non lo smentisca clamorosamente! Scriveva San Cipriano: «Mostriamo con i fatti ciò che crediamo e diciamo di essere».

 

La vita cristiana deve misurarsi continuamente su Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), ci ha ricordato san Paolo nell’introduzione all’inno cristologico. La fede ci chiama a conversione: pronti ad accogliere la volontà di Dio non a prole ma nei fatti concreti della vita cristiana. Occorrerà tenere fisso lo sguardo su Cristo, la Parola che fa nuove tutte le cose, che per noi è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).


O Padre, sempre pronto ad accogliere
pubblicani e peccatori
appena si dispongono a pentirsi di cuore,
tu prometti vita e salvezza
a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia:
il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola
e ci doni gli stessi sentimenti
che sono in Cristo Gesù.