Giovanni Paolo II
un pensiero per ogni giorno dell'anno

<< Torna indietro

Tommaso Stenico

 

 1 gennaio
 
“Buon anno”, a voi, miei fratelli e sorelle! Il Papa vorrebbe poter varcare le soglie di tutte le case, specialmente di quelle dove la povertà, la malattia e la solitudine fanno sentire il loro peso – non esclusi gli ospedali e le carceri – e portare ovunque una parola di conforto, di incoraggiamento, di speranza. 
“Buon anno” a tutti, nella luce che s’irradia dal volto dolcissimo della Vergine Maria, che la Liturgia ci invita, oggi, a venerare nel mistero della sua Maternità divina.
[Angelus 1 gennaio 1979]
 
2 gennaio
 
Desidero iniziare quest’Anno del Signore con l’adorazione di Dio nella Santissima Trinità. Egli infatti è il Principio e la Fine di ogni cosa. A lui onore e gloria nei secoli. Nessuna parte del nostro tempo e nessuna parte del nostro essere può essere sottratta a Colui “che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1,23). Per di più, non può essere sottratto alla gloria di Dio Vivente quest’Anno che incominciamo oggi. Quando l’uomo si segna con il segno della croce e pronuncia le parole “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, manifesta che egli tutto intero è da Dio e che a Lui dirige il suo intelletto, il suo cuore, le sue braccia: tutta la sua umanità. Così fa l’uomo prima della preghiera e del lavoro. Così inizia ogni giorno. Facciamo lo stesso. E abbracciamo con il segno della salvezza quest’anno intero nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, affinché esso non ci allontani da Dio, ma ci avvicini a Lui.
[Angelus 1 gennaio 1980]
 
 
3 gennaio
 
Per Lui, con Lui, e in Lui / a te, Dio Padre onnipotente, / nell’unità dello Spirito Santo / sia / ogni onore e gloria / per tutti i secoli dei secoli.
Desidero pronunciare queste parole oggi, primo giorno dell’anno nuovo.
Per Cristo – con Cristo – e in Cristo noi contiamo tutti gli anni che ci separano dalla sua nascita, dalla sua morte in croce e risurrezione.
Per Cristo, con Cristo e in Cristo. il mondo si alza nell’uomo verso la Santissima Trinità, verso il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo nell’Unità indivisa della Divinità e con la voce dell’uomo proclama la parola di gloria e di adorazione riferita a Dio stesso.
Gesù Cristo è venuto nel mondo. affinché questa parola di gloria e di adorazione possa trovarsi sulle labbra dell’uomo e possa sgorgare dalla sua anima, svelando tutta la ricchezza del creato e il suo senso più pieno. Il senso che è iscritto nel mondo da Dio.
[Angelus 1 gennaio 1981]
 
 4 gennaio
 
Saluto insieme con voi l’Anno Nuovo, rendendo anzitutto gloria a Dio che solo è eterno, non essendo limitato da alcun tempo. Egli solo è la Verità e l’Amore. Egli è l’Onnipotenza e la Misericordia. Egli solo è Santo. Egli è colui che è.
È Padre, Figlio e Spirito Santo nell’assoluta Unità della Divinità. Saluto quindi insieme con voi questo nuovo anno nel Nome del Signore nostro Gesù Cristo: non vi è infatti alcun altro Nome in cui potremmo essere salvati.
Nel Nome di Gesù Cristo abbraccio questo anno, affinché sia tempo di salvezza per la Chiesa. e per il mondo.
Nel Nome di Cristo dico a questo anno: “Ti benedica il Signore e ti protegga. / Il Signore faccia brillare il suo volto su di te / e ti sia propizio. / Il Signore rivolga su di te il suo volto / e ti conceda pace” (Nm 6,24-26).
[Angelus 1 gennaio 1982]
 
5 gennaio
 
All’inizio del nuovo anno rendiamo onore e gloria a Dio Uno e Trino da parte di tutto il creato: la gloria e l’onore che riceve in Cristo.
Così facciamo in ogni Santa Messa. Così pure desideriamo fare oggi.
Il tempo che si apre dinanzi a noi – questo nuovo anno – lo vogliamo orientare verso Dio, perché egli solo è inizio e termine di tutto.
Rallegriamoci pure, nel giorno odierno, per la Maternità Divina di Maria. Rivolgiamo a lei, come sempre, le parole del saluto angelico: “Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù” (cf. Lc 1,42).
[Angelus 1 gennaio 1983]
 
6 gennaio
 
Nella festività dell’Epifania, la Chiesa ringrazia Dio per il dono della fede a cui hanno partecipato e partecipano tanti uomini, popoli e nazioni. 
E proprio quei tre, secondo la tradizione, uomini dell’Oriente, i Re Magi, che arrivarono a Betlemme, sono fra i primi testimoni e portatori di questo dono. In essi la fede, intesa come apertura interiore dell’uomo, come la risposta alla luce, all’Epifania di Dio, trova la sua limpida espressione. In questa apertura a Dio l’uomo eternamente aspira alla realizzazione di se stesso. La fede è l’inizio di questa realizzazione, e ne è la condizione. 
Ringraziando Dio per il dono della fede, lo ringraziamo in pari tempo per la luce: per il dono dell’Epifania e per il dono dell’apertura del nostro spirito alla luce divina. Tale è anche il significato della festa attraverso la quale la Chiesa esprime, per così dire, fino alla fine, la gioia del Natale, della nascita di Dio. 
[Angelus 7 gennaio 1979]
 
7 gennaio
 
La solennità dell’epifania ci parla mediante il ricordo di alcuni uomini, i magi venuti dall’oriente, i quali, giunti da lontano fino a Betlemme seguendo la luce della stella, hanno trovato Gesù nato da poco. In questi uomini vediamo rappresentati tutti coloro che, da qualunque luogo e in qualunque tempo, sono andati a Gesù e lo hanno trovato e gli hanno offerto il dono della loro fede, sia nelle generazioni passate, sia nella nostra, sia in quelle future.  
Quei magi venuti dall’oriente simboleggiano i figli e le figlie di tutti i popoli della terra, che adorano Dio nel mistero della sua incarnazione, cioè nel suo amore inscrutabile verso l’uomo per il quale il Verbo Eterno si è fatto carne ed è nato dalla Vergine Maria.  
Di tutti questi uomini ci parla la solennità odierna, l’Epifania del Signore, che si celebra dappertutto: in ogni luogo della terra, in ogni cuore umano, in cui la luce interna della fede conduce a Cristo.  
[Angelus 6 gennaio 1980]
 
8 gennaio
 
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Ripetiamo queste parole del Vangelo di San Giovanni, unendoci alla Vergine madre di Dio, nella quale si è compiuto il mistero dell’incarnazione: nella quale e per la quale “il Verbo si fece carne”.
Nello stesso tempo guardiamo questo mistero con gli occhi dei tre Magi dell’Oriente. Guardiamo con gli occhi dell’Epifania.
I tre Magi giunsero a Betlemme. Seguendo la Luce di una stella, “videro il bambino con Maria sua Madre, e prostratisi lo adorarono . . . e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra” (Mt 2, 11). La vista della fede permise loro di vedere il Verbo fatto carne. Questo Verbo, che era presso Dio, che era Dio (secondo le parole del Vangelo di Giovanni) (cf. Gv 1, 1), che si fece carne.
[Angelus 6 gennaio 1985]
 
9 gennaio
 
Nella solennità dell'Epifania la Chiesa medita sulla dimensione universale della salvezza e, quindi, sull'impegno, che le è stato affidato, di portare a tutte le genti l'annuncio del Vangelo. Lo fa considerando l'arrivo a Betlemme dei magi venuti dall'Oriente per riconoscere il Figlio di Dio fatto uomo. Essi furono chiamati per adorarlo, per essere cioè associati nella fede al dono della grazia e della salvezza. Gerusalemme vedeva in tal modo una prima attuazione della profezia secondo cui tutti i popoli avrebbero camminato nella luce di Dio di Israele, e proclamato la sua gloria. Chiediamo a Dio per tutta la Chiesa, popolo di Dio in cammino, una rinnovata consapevolezza della vocazione missionaria, poiché essa "da Cristo è stata inviata a rivelare e a comunicare la carità di Dio a tutti i popoli" ("Ad Gentes", 10), senza esclusione di luoghi o di persone, senza distinzione di razze o di culture, per un universale "ministero della grazia di Dio" (Ef 3,2).
[Angelus 6 gennaio 1990]
 
10 gennaio
 
Siamo ancora nell’alone di quella luce che ha condotto i magi dall’oriente fino a Betlemme; ma, nello stesso tempo, siamo già trent’anni più tardi: sulle sponde del Giordano. Ci troviamo nel momento in cui Gesù di Nazaret scende nella corrente di questo fiume, come uno di coloro che erano venuti per ricevere il battesimo di penitenza dalle mani di Giovanni Battista. Ed egli pure ha ricevuto questo battesimo.
Il battesimo di Gesù al Giordano appartiene, secondo l’antichissima tradizione liturgica dell Chiesa, all’insieme dell’Epifania. Infatti, tutto ciò che nel momento della nascita a Betlemme è stato rivelato a pochi eletti - prima ai pastori e poi ai magi - ora, dopo trent’anni, viene rivelato a tutto il popolo.
A questa rivelazione è orientata prima di tutto la testimonianza di Giovanni, la cui missione fu di preparare la venuta di Cristo tra gli uomini. Ma poi, nel momento stesso del battesimo nel Giordano, è lo stesso Padre celeste che riconferma il compimento del mistero dell’Incarnazione.
Ecco, infatti, che i convenuti al Giordano sentono le parole: “Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17). In questo modo viene riconfermato lo stesso mistero, che tempo prima si era rivelato a Betlemme agli occhi dei magi.
[Angelus 13 gennaio 1980]
 
11 gennaio
 
Il tempo del Natale del Signore è insieme il tempo della Rivelazione del Figlio di Dio nell’uomo Gesù, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria nella notte di Betlemme. La Chiesa medita con amore e con trasporto sui particolari che accompagnano quella Nascita-Rivelazione, sui primi giorni del Figlio di Dio sulla terra. Essi sono, tuttavia, poco numerosi, così che quasi subito dopo la Natività incomincia il periodo della vita nascosta di Gesù a Nazaret.
Su tale sfondo acquista un particolare significato quel momento, che la liturgia della Chiesa include nell’insieme dell’Epifania. È il momento del Battesimo di Gesù al Giordano, al quale la Chiesa d’Occidente, e particolarmente quella d’Oriente, dedicano una festa speciale.
Dopo aver terminato la vita nascosta, Gesù viene da Nazaret al Giordano e li è indicato da Giovanni Battista come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1,29). Oltre alla testimonianza di Giovanni aleggiano le parole dall’alto, che confermano la figliolanza divina di Gesù: “Tu sei il figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11).
[Angelus, ]
12 gennaio
 
Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11).
Da diverse parti la gente accorreva a Giovanni, che predicava il battesimo di penitenza. Venne anche Gesù di Nazaret, quando la sua missione messianica doveva già rivelarsi pubblicamente in mezzo ad Israele. Giovanni il Battista era stato il primo, che ne aveva dato testimonianza presso il Giordano, e la sua testimonianza umana fu confermata dalla divina testimonianza del Padre, data presso il Giordano nella potenza dello Spirito Santo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
A quanti... l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12).
La Chiesa del Verbo Incarnato cammina attraverso il mondo con tale fede. Nella nascita del Dio-Figlio dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, ammira mediante la fede il mistero della nascita spirituale dell’uomo, adottato dal Padre come figlio nel Figlio Eterno. Questa fede distingue i confessori di Cristo in tutto il mondo. Essa unifica la Chiesa fin dalle stesse fondamenta più profonde della sua costruzione spirituale.
 [Angelus, 10 gennaio 1982]
 
13 gennaio
 
Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse: Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo!” (cf. Mt 9, 7). La Chiesa ascolta quella voce nella sacra liturgia, che ricorda il Battesimo di Gesù nel Giordano.
L’epifania del giorno del Battesimo di Gesù è come un sigillo impresso su tutto il periodo del Natale del Signore: “Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo”.
Egli è Figlio, e si è fatto “servo”!
Il Battesimo nel Giordano lo riconferma pienamente: Gesù si presenta a Giovanni per farsi battezzare; ma questi cerca di impedirglielo dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” (Mt 3, 14).
Come se volesse dire: “Proprio tu che sei il fautore della Grazia salvifica e signore della nostra salvezza”. Gesù tuttavia risponde: “Lascia fare per ora poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt 3, 15).
Gesù riceve il Battesimo da Giovanni: il Battesimo di penitenza. In questo modo manifesta se stesso come servo della nostra redenzione. Viene come Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1, 29.36). Porta in sé la volontà dell’obbedienza al Padre fino alla morte.
 [Angelus 13 gennaio 1985]
 
14 gennaio
 
La Chiesa desidera far sentire la sua voce a sostegno delle persone anziane, tanto benemerite, ma, talvolta, anche tanto disattese. Il Papa s’inchina con rispetto davanti agli anziani e invita tutti a farlo con lui. L’anzianità è un coronamento delle tappe della vita. Essa porta il raccolto di ciò che si è appreso e vissuto, il raccolto di quanto si è operato e raggiunto, il raccolto di quanto si è sofferto e sopportato. Come al finale di una grande sinfonia ritornano i temi dominanti della vita per una potente sintesi sonora. E questa risonanza conclusiva conferisce saggezza... bontà, pazienza, comprensione: amore” Gli anziani perciò sono quanto mai preziosi, e direi indispensabili, alla famiglia ed alla società. Di quale aiuto non sono essi ai giovani genitori e ai piccoli con la loro scienza ed esperienza! Il loro consiglio e la loro azione tornano anche a vantaggio di tanti gruppi, dove anch’essi sono inseriti, e di tante iniziative nell’ambito della vita ecclesiale e civile. Siamone tutti riconoscenti!
[Angelus, 3 gennaio 1982]
 
15 gennaio
 
Per molti secoli, la Chiesa ha avuto la bella usanza di fermarsi per un momento il mattino, a mezzogiorno, e alla sera per recitare una preghiera in onore della beata Vergine Maria. Anche noi desideriamo imitare l’esempio di Maria di umile obbedienza alla Parola di Dio e cerchiamo di entrare più pienamente nel mistero della Parola fatta carne.
In tutti i Paesi del mondo, le campane delle chiese fanno suonare il loro gioioso invito a recitare l’Angelus. Unendo le nostre voci in umile preghiera e lode, affidiamo alla Madre della Chiesa i bisogni e le richieste di tutti. i suoi figli e figlie. Che la beata Vergine vegli sulle nostre famiglie e sui nostri cari; che essa vegli su tutte le Nazioni e Popoli. Che in particolare ella arrechi conforto agli ammalati e a quelli che sono nel dolore.
O Maria, Madre della Chiesa, prega per noi.
[Angelus, 14 febbraio 1982]
 
16 gennaio
 
La stessa missione ricevuta dal Padre, Cristo la trasmette alla Chiesa: "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" (Gv 20,21), dice il Risorto agli Apostoli. E, compiendo il gesto simbolico di alitare su di essi, aggiunge: "Ricevete lo Spirito Santo" (Gv 20,22). In questo anno dedicato in modo speciale allo Spirito Santo, come non sottolineare che proprio lo Spirito è il grande protagonista della missione della Chiesa?
Così è stato per gli Apostoli nella Pentecoste; così è stato nel corso dei secoli per i discepoli di Cristo, che lo Spirito ha trasformato in testimoni e profeti, infondendo in essi il coraggio di trasmettere con franchezza agli altri la fede in Gesù vero uomo e vero Dio. Anche oggi, sotto l'azione dello Spirito, la fede si apre decisamente alle genti e la testimonianza di Cristo si diffonde fino agli estremi confini della terra.
[Angelus, 6 gennaio 1998]
 
17 gennaio
 
Maria è prototipo della Chiesa nella maternità verginale, mistero essenziale che la unisce alla Chiesa in una comune vocazione e missione. Il Cristo, come dice il Concilio Vaticano II, è nato dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo, onde poter continuare in un certo senso a nascere e a crescere nella Chiesa sempre per opera dello Spirito Santo. Ambedue, Maria e la Chiesa, sono templi viventi, santuari e strumenti per mezzo dei quali e nei quali si manifesta lo Spirito Santo. Esse generano in maniera verginale lo stesso Salvatore: Maria porta la vita nel suo seno e la genera verginalmente; la Chiesa la dona nell’acqua battesimale e nell’annuncio della fede, generandola nel cuore dei fedeli. Nel mistero della Chiesa, che a sua volta è giustamente chiamata Madre-Vergine, la beata Vergine Maria dà, per prima e in modo eminente, l’esempio della Vergine e della Madre. In questo stretto rapporto tipologico, la maternità di Maria riceve luce e significato dalla maternità della Chiesa, della quale è membro e figura, e la maternità della Chiesa riceve luce e prende inizio reale dalla maternità di Maria, nella quale si sente già tutta perfettamente realizzata. Come Maria anche la Chiesa è vergine e, nel generare i figli di Dio, essa conserva integralmente la fede, la speranza e la carità. La maternità verginale, che Maria e la Chiesa hanno in comune, fa di esse un’unità indivisibile e indissolubile, come in un unico sacramento di salvezza per tutti gli uomini.
[Angelus, 8 gennaio 1984]
 
 
18 gennaio
 
Inizia l’Ottavario di preghiere per l’unità dei cristiani. 
Lo sforzo che è orientato all’unione di tutti i credenti in Cristo ha un significato soprattutto religioso. Tutti desideriamo soddisfare a questa domanda nel nostro Maestro e Redentore che alla vigilia della sua passione e della sua morte, si è rivolto al Padre con queste parole: “Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi” (Gv 17,11). 
Ricordiamo che cosa dice, a questo proposito, la Costituzione Gaudium et Spes: “il Signore Gesù quando prega il Padre, perché “tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21-22) mettendoci davanti orizzonti impervi alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nella carità” (Gaudium et Spes, 24). 
Tutte le volte che preghiamo per l’unione dei cristiani, entriamo appunto in questa prospettiva. Crediamo che questa prospettiva dell’unione perfetta dei figli di Dio uniti nella verità e nella carità, deve essere costantemente ravvivata dalla preghiera costante e sempre fiduciosa. 
[Angelus, 21 gennaio 1979]
 
19 gennaio
 
Il programma di lavoro nel campo ecumenico è stato delineato dal Concilio Vaticano II; esso viene, con perseveranza e gradualità, realizzato da parte della Chiesa cattolica attraverso il Segretariato per l’Unione dei Cristiani. La cosa più significativa in questo programma è il rispetto per l’uomo, per la sua coscienza, per le sue convinzioni religiose, nonché per il patrimonio spirituale delle singole Chiese e delle comunità cristiane. Solo in base a tale rispetto per l’uomo si possono aprire le vie di avvicinamento, di cooperazione, di unione dei cristiani. 
Ma lo sforzo ecumenico ha ancora più ampio significato. Indica indirettamente le vie che conducono all’avvicinamento, alla convivenza, alla cooperazione e all’unione degli uomini. E anche qui bisogna iniziare dal rispetto per l’uomo. 
Il programma per l’unione diventa nei nostri tempi un eloquente “segno di contraddizione” nei confronti dei diversi programmi di lotta, che non risparmiano l’uomo, pur di arrivare ai loro fini o di imporli agli altri. 
[Angelus, 21 gennaio 1979]
 
20  gennaio
 
Ha preso l’avvio l’annuale settimana di preghiere per l’unità dei cristiani. Vorrei esortare tutti coloro ai quali giunge la mia parola, ad unirsi a questo coro di molte voci - voci di cattolici, di ortodossi, di protestanti - che unanimemente si innalzano al Padre nostro che è nei cieli, in una preghiera concorde e fervente.
La preghiera per l’unità dei cristiani sta registrando infatti una crescente diffusione nel mondo intero, specialmente in questa settimana, come pure durante la settimana di Pentecoste, come avviene in alcuni paesi dell’emisfero sud.
Per grazia di Dio ci si rende sempre più conto che l’unità dei cristiani è ognor più urgente nel nostro tempo, perché la Chiesa possa svolgere con più efficacia la sua missione e rendere la sua testimonianza di piena fedeltà al Signore e di proclamazione dell’Evangelo. La divisione - ci ha avvertiti il decreto conciliare sull’ecumenismo - “contraddice apertamente alla volontà di Cristo, è di scandalo al mondo, danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura” (Unitatis Redintegratio, 1).
[Angelus 20 gennaio 1980]
 
21 gennaio
“Venga il tuo regno”.
L’unità di tutti noi che abbiamo accolto Cristo come Signore, e che per il battesimo siamo stati incorporati a lui, e di lui siamo stati rivestiti, sta nella linea della realizzazione delle esigenze del regno di Dio.
Alla ricomposizione dell’unità devono quindi tendere e collaborare tutti i cristiani che vogliono essere coerenti con la propria vocazione e con la propria missione. A tal fine la ricerca dell’unità “deve in un certo senso diventare una componente integrale dei programmi pastorali” della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane”. La preghiera, che nel mondo intero si eleva a Dio in questa settimana per l’unità dei cristiani, certamente rinsalderà l’impegno di tutti, secondo la propria funzione e i doni ricevuti, a dare il proprio contributo a questa ricerca, riscalderà il cuore e la speranza in modo da proseguire nella gioia e nella fiducia sulle vie del Signore, che certamente ci portano nella piena unità e nel suo regno.
[Angelus, 20 gennaio 1980]
 
22 gennaio
 
L’annuale settimana per l’unità dei cristiani vede cattolici, ortodossi, protestanti, riunirsi nella preghiera per l’unione. Vogliamo tutti partecipare con convinzione, con entusiasmo, con perseveranza, alla ricerca della piena unità. Gesù Cristo stesso ha pregato il Padre affinché i suoi seguaci siano una cosa sola (cf. Gv 17,21).
L’unità è una caratteristica e una esigenza della Chiesa cattolica. I dissensi, le divergenze, la divisione sono contrari al piano di Dio. Eppure il travaglio della storia e lo spirito del male hanno portato i cristiani a dolorose divisioni. Lo Spirito del Signore, però, ha suscitato il movimento ecumenico, che negli ultimi decenni ha decisamente avviato i cristiani verso la piena unità.
La preghiera si trova all’origine di questo movimento, essa accompagna, anima e sostiene la sua ricerca, nell’attesa che, risolta finalmente ogni divergenza, si possa avere la comune celebrazione dell’Eucaristia, al termine di questo lento, ma progressivo cammino.
[Angelus 18 gennaio 1980]
 
23 gennaio
 
Si sta svolgendo nel mondo la "Settimana di preghiere per l'unità dei cristiani". Vorrei attirare l’attenzione su questa iniziativa particolarmente importante per la comunità cristiana, impegnata a testimoniare la sua fede in mezzo al mondo.
Il Signore Gesù ha legato all'unità dei suoi discepoli la divulgazione del Vangelo fra le genti. Alla vigilia della sua passione e morte per la redenzione degli uomini, egli ha pregato per i suoi discepoli e per tutti coloro che avrebbero creduto in lui. Rivolgendosi al Padre celeste ha chiesto esplicitamente: "Che tutti siano una cosa sola... affinché il mondo creda" (Gv 17,21).
Opportunamente, quindi, tutti i cristiani - cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti – devono sentirsi uniti alla stessa preghiera di Cristo. Nel nome di Cristo, noi, dunque, chiediamo al Padre il dono dell'unità "affinché il mondo creda", affinché l'intera umanità possa accogliere la parola di Dio e costituirsi in comunità concorde e pacifica, consacrata nella verità.
[Angelus, 21 gennaio 1990]
 
24 gennaio
 
"Lodate il Signore, popoli tutti". Questa esortazione a lodare l'onnipotente Padre di tutti gli uomini è rivolta a ciascun credente e si fa invito pressante durante la "Settimana di preghiere per l'unità dei cristiani". Pregare perché noi cristiani "siamo una cosa sola" è sempre doveroso, perché risponde ad una formale direttiva di Cristo stesso; ma lo è ancor più in questi giorni, che sono espressamente dedicati a questa nobilissima causa. Difatti, le divisioni intervenute lungo i secoli contraddicono il progetto del Signore, il quale ha voluto che la comunità dei suoi discepoli fosse una e santa: una perché santa e santa perché una. Ricercare l'unità è, dunque, un'impellente esigenza per l'autenticità e la "definizione" evangelica della vita cristiana.
A tale ricerca ci spingono anche le presenti condizioni del mondo: ai cristiani è oggi richiesto di offrire un vigoroso contributo di unità e di solidarietà alla costruzione di una nuova e più solidale società. E' loro compito testimoniare insieme, in maniera convincente, i comuni valori di fede e di carità che ispirano la loro vita.
[Angelus, 20 gennaio 1991]
 
25 gennaio
 
Stiamo celebrando una settimana speciale dedicata nel mondo intero alla preghiera per l'unità dei Cristiani. Cattolici, Ortodossi, Anglicani e Protestanti si incontrano per chiedere insieme al Signore il dono dell'unità. Essi rispondono, così, al desiderio di Gesù stesso, il quale ha assicurato: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20), e intendono manifestare la volontà di ricercare instancabilmente quell'unità concorde, spirituale ma anche visibile, che deve contraddistinguere coloro che credono in Cristo. L'urgente opera della nuova evangelizzazione, che si impone nel presente momento storico, domanda a tutti i credenti di essere uniti nella professione della fede in Dio uno e trino e nel Figlio di Dio incarnato, Redentore dell'umanità. Così facendo, essi, mediante il costante sforzo della mutua stima e comprensione, rendono testimonianza davanti a tutti della speranza che è in loro (cfr. 1Pt 3,15).
[Angelus, 19 gennaio 1992]
 
26 gennaio
 
Convertitevi! Comincia così la predicazione di Gesù. Grazie alla conversione Paolo diventò un uomo nuovo, fino a confessare: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). Ecco il senso cristiano del convertirsi al Vangelo: è la "metànoia", il cambiamento radicale di mentalità, che porta ad abbandonare la strada dell'egoismo e a percorrere quella dell'adesione alla verità e all'amore di Dio. Finché resta il peccato, l'uomo si sente prigioniero dei vizi e in antagonismo coi suoi simili. Grazie all'amore divino, fiorisce nel suo cuore la pace ed egli si apre a rapporti fraterni con il prossimo. E' questa l'ora di una grande conversione. E' l'ora di convertirsi a sentimenti di solidarietà, a una politica di pace, a una logica di fraternità, alla pazienza del dialogo, alla ricerca di quanto unisce gli esseri umani, piuttosto che a quanto li divide. E' il tempo soprattutto di convertirsi a Dio, accogliendo il suo Vangelo di speranza e di pace. Chiediamo a Maria, madre e discepola del Redentore, di disporre il nostro cuore ad una vera conversione. La sua materna intercessione ottenga che, sulla via tormentata degli uomini del nostro tempo, brilli il Vangelo di Cristo, salvezza definitiva dell'uomo. Maria, rifugio dei peccatori, prega per noi!
[Angelus 24 gennaio 1993]
 
27 gennaio
 
La Chiesa, come insegna la costituzione “Lumen Gentium”, si presenta come “un popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 4). In questa divina unità, ossia comunione, siamo stati introdotti, prima di tutto, per l’opera del Figlio - Verbo eterno, che per la potenza dello Spirito Santo è divenuto Uomo nel seno della Vergine per plasmare, fra tutte le generazioni umane, fra i popoli, le nazioni, le razze e le culture, la Chiesa, cioè un Popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
A nessuno sfugge quale importanza abbia, per la costruzione della comunione, quel dialogo, a cui ha dedicato la sua prima enciclica “Ecclesiam Suam” il compianto Papa Paolo VI. Avendo in mente il dialogo “all’interno della Chiesa”, egli ha scritto, tra l’altro, così: “Quanto lo vorremmo godere questo domestico dialogo! quanto lo vorremmo intenso e familiare! quanto sensibile a tutte le verità, a tutte le virtù, a tutte le realtà del nostro patrimonio dottrinale e religioso!” E Paolo VI parlò altresì del desiderio di “improntare i rapporti interiori della Chiesa dello spirito proprio d’un dialogo fra i membri di una comunità, di cui la carità è principio costruttivo”.
[Angelus 10 febbraio 1980]
 
28 gennaio
 
La famiglia è, da sempre, al centro dell'attenzione ecclesiale. Se ci chiediamo il "perché" di tanto interesse, non è difficile trovarlo nell'amore e nel servizio che la Chiesa deve all'uomo. Il Cristianesimo è la religione dell'incarnazione, è l'annuncio gioioso di un Dio che viene incontro all'uomo e si fa uomo. Per questo, fin dalla mia prima enciclica, non ho esitato ad affermare che l'uomo è la "via della Chiesa", intendendo così richiamare e quasi ricalcare la via da Dio stesso percorsa, quando, attraverso l'Incarnazione e la Redenzione, si è messo sulla strada della sua creatura.
Ma come incontrare l'uomo, senza incontrare la famiglia? L'uomo è essenzialmente un essere "sociale"; a maggior ragione lo si può dire un essere "familiare". La famiglia è il luogo naturale della sua venuta al mondo, è l'ambiente in cui normalmente riceve quanto gli è necessario per svilupparsi, è il nucleo affettivo primordiale che gli dà consistenza e sicurezza, è la prima scuola di relazioni sociali.
[Angelus 30 gennaio 1994]
 
29 gennaio
 
E’ ora di riscoprire il valore della preghiera, la sua forza misteriosa, la sua capacità non solo di ricondurci a Dio, ma di introdurci alla verità radicale dell'essere umano. Avvia alla conversione, alla conversione alla sua piena umanità, quella cristiana, e poi conversione alla famiglia, alla solidarietà, all'amore, proprio di questo nucleo di tutte le relazioni sociali nel mondo.
Quando l'uomo prega, si pone di fronte a Dio, a un Tu, un Tu divino, e coglie insieme l'intima verità del proprio "io": Tu divino, io umano, essere personale creato ad immagine di Dio. Altrettanto succede nella preghiera familiare: ponendosi alla luce del Signore, la famiglia si sperimenta profondamente come soggetto comunitario, un "noi" cementato da un eterno disegno di amore, che nulla al mondo può distruggere.
Guardiamo a Maria, sposa e madre della Famiglia di Nazaret. E’ viva icona di preghiera, in una famiglia di preghiera. Proprio per questo è anche immagine di serenità e di pace, di dedizione e di fedeltà, di tenerezza e di speranza.
[Angelus, 30 gennaio 1994]
 
30 gennaio
 
Una delle priorità spirituali nel nostro cammino cristiano è la necessità di approfondire sempre più la consapevolezza del Battesimo come “fondamento dell’esistenza cristiana”. Chi riceve questo Sacramento viene battezzato nello Spirito di Dio, per essere inserito in Cristo e formare con lui e coi fratelli “un solo corpo” (1Cor 12,13). Dono immenso! Bisognerebbe festeggiare il giorno del Battesimo non meno di quello del compleanno! Ma quanti battezzati sono pienamente consapevoli di ciò che hanno ricevuto? Occorre ridare slancio alla catechesi, per riscoprire questo dono che implica anche una grande assunzione di responsabilità. La Madre di Dio, Madre di Gesù ci accompagni in questo esigente cammino di rinvigorimento della nostra fede.
[Angelus 12 gennaio 1997]
 
31 gennaio
 
L'amore di Gesù per gli ammalati ci stimola ad attivare le risorse del nostro cuore. Sappiamo per esperienza che, nello stato di malattia, non si ha bisogno solo di adeguate terapie, ma di calore umano. Nell'attuale società, purtroppo, si rischia sovente di perdere un autentico contatto con gli altri. I ritmi del lavoro, lo stress, la crisi delle famiglie, rendono sempre più difficile lo stare fraternamente gli uni accanto agli altri. Ne fanno le spese i più deboli. E così può capitare che gli anziani privi di autonomia, i bambini indifesi, i disabili ed i portatori di handicap gravi, i malati terminali siano percepiti talora come un peso e persino come un ostacolo da rimuovere. Invece mettersi al loro passo, cari Fratelli e Sorelle, aiuta a costruire una società a misura d'uomo, animata da profondo senso di solidarietà, dove c'è spazio e rispetto per tutti, specialmente per gli ultimi.
Guardando a Cristo, medico delle anime e dei corpi, incontriamo anche lo sguardo premuroso di Maria, invocata dal popolo cristiano come "Salute degli infermi". Ci aiuti la Vergine Santissima a lasciarci toccare dalla mano risanatrice del suo Figlio divino, ad accogliere la potenza salvifica del Vangelo e a farci concreto sostegno di chiunque abbia bisogno di noi.
[Angelus 9 febbraio 1997]
 

 

 
1 febbraio
 
“Fiat mihi secundum verbum tuum...”.
Queste parole di Maria, da lei pronunciate durante l’Annunciazione acquistano una particolare eloquenza alla luce della festa di domani: la festa della Presentazione del Signore al tempio. Il quarantesimo giorno dopo il Natale la liturgia rinnova ogni anno la memoria dell’avvenimento, che ebbe luogo il quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù a Betlemme. Ecco che cosa leggiamo in san Luca: “Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore…” (Lc 2,22-24).
E proprio in occasione di questa benedizione-presentazione, Maria sentì dalla bocca di Simeone le parole profetiche: “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele… E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35). Meditiamo nella nostra preghiera la risposta data da Maria all’Annunciazione, “fiat mihi secundum verbum tuum”, leghiamo, con il pensiero e con il cuore, questa risposta alle parole di Simeone. Esse pongono un particolare accento su quella che sarà la partecipazione della Madre al sacrificio del Figlio, Redentore del mondo.
[Angelus 1 febbraio 1981]
 
2 febbraio
 
Oggi, festa della Candelora, ricordiamo la presentazione di Gesù al Tempio. Maria e Giuseppe, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, andarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore, secondo la prescrizione della legge mosaica. E' un episodio che s'inquadra nell'ottica della speciale consacrazione del popolo di Israele a Dio. Esso, però, ha anche un significato più ampio: richiama, infatti, la riconoscenza che si deve al Creatore per ogni vita umana.
La vita è un grande dono di Dio da accogliere sempre con rendimento di grazie. Se mi son detto più volte preoccupato per il vuoto di valori che minaccia la nostra convivenza, oggi vorrei richiamare con forza uno di questi valori fondamentali, che vanno assolutamente recuperati, se non si vuole precipitare verso il baratro: intendo riferirmi al valore sacro della vita, di ogni vita umana, dal suo sbocciare nel seno materno al suo naturale tramonto.
[Angelus 2 febbraio 1997]
 
3 febbraio
 
La condizione della comunione specifica del Popolo di Dio è la pluralità delle vocazioni ed anche la pluralità dei carismi. È unica la vocazione cristiana comune: la chiamata alla santità; ed unico il fondamentale carisma di essere cristiano: il sacramento del battesimo; tuttavia sul suo fondamento si individuano le vocazioni come quella sacerdotale e religiosa, e, accanto a queste, la vocazione dei laici, che, a sua volta, porta con sé tutto il complesso delle varietà possibili. I laici, infatti, in diversi modi possono partecipare alla missione della Chiesa nel suo apostolato.
Servono la comunità stessa della Chiesa, prendendo, per esempio, parte alla catechesi o al servizio caritativo e, contemporaneamente, aprono nel mondo le strade in tanti campi dell’impegno ad essi specifico. Servire la comunione del Popolo di Dio nella Chiesa significa curare le diverse vocazioni ed i carismi nella loro specificità ed operare affinché si completino reciprocamente, così come le singole membra nell’organismo. Qui ci riferiamo alla magnifica analogia di san Paolo (cf. 1Cor 12,12ss). Servire l’unità, conservando e sviluppando quella “pluralità”, che nelle anime umane proviene dallo Spirito Santo.
[Angelus 17 febbraio  1980]
 
4 febbraio
 
Associata a Cristo Salvatore e al suo sacrificio, contempliamo innanzitutto la Vergine Maria, alla quale Simeone, illuminato dallo Spirito, rivolge misteriose, profetiche parole: “E a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 35).
È un annuncio che si compirà per Maria nella passione e morte del suo Figlio. Accanto a lui, colpito dalla lancia, c’è, sul Calvario, la Madre, la cui anima è trafitta da una spada. E a una spada è paragonata la Parola di Dio (cf. Eb 4, 12). A causa della Parola che crea e distrugge, che dà morte e vita; a causa della Parola che Maria non sempre può subito comprendere, ma che accoglie e medita e confronta nel suo cuore; a causa di Cristo-Parola del Padre, contraddetta dagli uomini, la sua anima è trafitta dal dolore come da una spada. La Parola, accolta e vissuta in totale obbedienza al Padre, fa della Vergine la generosa collaboratrice di Cristo Salvatore. Il suo sacrificio unito a quello di Cristo porta luce e salvezza alle genti.
Ogni credente è chiamato a offrire la propria vita insieme con Cristo per la redenzione del mondo. Tutti noi, come Maria, dobbiamo “completare” nella nostra carne “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24).
[Angelus 15 gennaio 1984]
5 febbraio
 
La fede non è mai facile: non lo fu neppure per Maria. Lo sottolineano i ripetuti elogi rivolti a lei a motivo della sua fede: essi mettono in luce il valore, il pregio e certamente la difficoltà del suo credere.
La fede è sì una luce, ma non è comprensione esaustiva del mistero. Al contrario, essa è un fidarsi di Dio e della sua Parola che trascende i limiti della ragione umana. È un appoggiarsi su di lui, cercando e trovando in tale atteggiamento la propria solidità e fiducia. È questa la disposizione interiore di Maria, espressa una volta per tutte nell’Annunciazione: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Fede grande, quella di Maria, fede sofferta e beata: è la fede di coloro che pur non avendo visto hanno creduto (cf. Gv 20, 29).
L’esistenza della Vergine, come la nostra, procede, giorno dopo giorno, nella fede e non nella visione. “Così anche la Beata Vergine – osserva il Concilio – avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce” (Lumen gentium, 58).
[Angelus, 22 febbraio 1984]
 
6 febbraio
 
La famiglia è per i credenti un'esperienza di cammino, un'avventura ricca di sorprese, ma aperta soprattutto alla grande "sorpresa" di Dio, che viene sempre in modo nuovo nella nostra vita. Di tappa in tappa occorre interrogarsi sulla direzione del cammino, ponendosi la domanda che certamente era presente nel cuore di Maria e di Giuseppe: che cosa vuole il Signore da noi? qual è la strada che Egli ha tracciato per il nostro bambino? Domande come queste possono trovare risposta solo nel Tempio di Dio, nella preghiera cioè e nell'ascolto della Parola del Signore. Talvolta, quando le vicende della vita si fanno complesse, il discernimento della volontà divina risulta difficile. Ma ad una famiglia che prega non verrà mai meno la consapevolezza della propria vocazione fondamentale: quella di essere un grande cammino di comunione. Così l'ha disegnata Dio fin dal principio, quando ha creato l'uomo e la donna a sua immagine. Dice la Scrittura: "A immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò" (Gen 1,27). E’ importante allora cogliere, nel Libro della Genesi, questa grande verità: l'immagine di sé, che Dio ha posto nell'uomo, passa anche attraverso la complementarità dei sessi. L'uomo e la donna, che si uniscono in matrimonio, riflettono l'immagine di Dio e sono in qualche modo "rivelazione" del suo amore. Non solo dell'amore che Dio nutre verso l'essere umano, ma anche di quella misteriosa comunione che caratterizza la vita intima delle tre Persone divine.
[Angelus, 6 febbraio 1994]
 
7 febbraio
La famiglia, tempio della vita".
La famiglia è, in effetti, il santuario della vita umana dall'alba al suo naturale tramonto. Il padre e la madre sono le colonne di questo "tempio", che ha per basamento il patto coniugale, fondato sulla fedeltà di Dio, grazie alla quale l'uomo e la donna nel matrimonio si promettono l'un l'altro amore fedele e indissolubile.
La famiglia è chiamata ad essere tempio, casa cioè di preghiera: una preghiera semplice, intrisa di fatica e di tenerezza. Una preghiera che si fa vita, perché tutta la vita diventi preghiera!
Uniamoci in una grande orazione, perché la vita, ogni vita umana abbia una famiglia, all'interno della quale possa sperimentare la gioia e la forza dell'amore autentico.
Ispiriamoci all'icona della Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe il segreto di questo divino ancoraggio della famiglia. La famiglia quando cammina verso Dio e a Lui si "offre" abbandonandosi al suo amore, si scopre "immagine" e rivelazione del suo eterno mistero.
[Angelus, 6 febbraio 1994]
 
8 febbraio
 
Gli anni che stiamo vivendo possono essere considerati sicuramente di transizione epocale. Sotto i nostri occhi c'è un mondo in movimento. L'umanità è come ad un bivio. La sfida della libertà costituisce da sempre la grandezza e il pericolo dell'uomo. Ma oggi l'interdipendenza dei popoli dà a questa sfida un carattere nuovo, globale, planetario. Una domanda interpella profondamente la nostra responsabilità: quale civiltà si imporrà nel futuro del pianeta? Dipende infatti da noi se sarà la civiltà dell'amore, come amava chiamarla Paolo VI, oppure la civiltà - che più giustamente si dovrebbe chiamare "inciviltà" - dell'individualismo, dell'utilitarismo, degli interessi contrapposti, dei nazionalismi esasperati, degli egoismi eretti a sistema.
La Chiesa sente il bisogno di invitare quanti hanno veramente a cuore le sorti dell'uomo e della civiltà a mettere insieme le proprie risorse e il proprio impegno, per la costruzione della civiltà dell'amore.
[Angelus 13 febbraio 1994]
 
 
9 febbraio
 
L'amore autentico non è vago sentimento né cieca passione. E’ un atteggiamento interiore che impegna tutto l'essere umano. E’ un guardare all'altro non per servirsene, ma per servirlo. E’ la capacità di gioire con chi gioisce e di soffrire con chi soffre. E’ condivisione di quanto si possiede, perché nessuno resti privo del necessario. L'amore, in una parola, è dono di sé. Quest'amore, che costituisce il grande messaggio del cristianesimo, è attinto sempre di nuovo ai piedi della Croce, davanti all'immagine sconvolgente del Figlio di Dio incarnato che si sacrifica per la salvezza dell'uomo. E’ quest'amore che le famiglie sono specialmente invitate a riscoprire nell'anno a loro dedicato. La famiglia, grande laboratorio di amore, è la prima scuola, anzi, una scuola permanente, in cui l'educazione all'amore avviene non con aride nozioni, ma con la forza incisiva dell'esperienza. Possa ogni famiglia riscoprire veramente la propria vocazione all'amore! Amore che è rispetto assoluto del disegno di Dio, amore che è scelta e dono reciproco di sé all'interno del nucleo familiare.
 
10 febbraio
 
Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in Dio". Questa celebre affermazione di sant'Agostino (cfr. Confess. 1,1), carissimi Fratelli e Sorelle, si può applicare non soltanto al nostro cuore, ma anche alla vita sociale, in tutte le sue espressioni. Quando manca Dio, viene meno la pace dentro e fuori dell'uomo, perché si intacca il principio dell'unità. L'uomo si prostra a mille idoli e finisce con l'essere diviso in se stesso, si fa schiavo delle cose. C'è poi da meravigliarsi se l'umanità diventa un triste scenario di guerra, di violenze e tragedie senza fine? "Io sono il Signore, Dio tuo..., non avrai altri dei di fronte a me" (Es 20,2). Il primo comandamento del Decalogo è alla base di tutti gli altri, è il fondamento della stessa esistenza umana. Non si tratta, carissimi Fratelli e Sorelle, della pretesa di un tiranno, né dell'arbitrio di un despota: è piuttosto la voce accorata del Creatore che, nonostante le nostre infedeltà, mai si stanca di trattarci da figli. Riconoscere la sua signoria è pertanto il primo nostro dovere: è la condizione stessa della nostra salvezza. Solo una tragica illusione ha potuto condurre certe correnti di pensiero ad assolutizzare il mondo e l'uomo. Chi cerca di decifrare con obiettività il linguaggio della creazione, considerando la bellezza ma anche i limiti delle cose di quaggiù, non fatica a rendersi conto della verità: il mondo, per quanto stupendo, è una realtà finita che rinvia all'infinito, è il relativo che esige l'assoluto. Dio soltanto è l'assoluto! Egli è la pienezza dell'essere e, per questo, merita la nostra adorazione.
[Angelus, 14 marzo 1993]
 
11 febbraio
 
Ave Maria...
È con queste parole che, sempre e dappertutto, noi salutiamo colei che le intese per la prima volta a Nazaret
Soffermiamoci a questo saluto. Milioni di labbra umane lo ripetono, ogni giorno, in ogni specie di lingua e di dialetti, in molteplici luoghi del globo. Fra la grotta di Massabielle e il torrente del Gave, sono pure milioni di pellegrini che la ripetono nel corso dell’anno. Oggi, vogliamo ridire questo “Ave Maria” con tutti facendoci pellegrino con lo spirito e il cuore alla grotta dsi Massabielle a Lourdes. Desidero chiamare la Madre del Cristo col nome che ella aveva sulla terra e desidero salutarla col saluto che si può qualificare “storico”, in questo senso che è legato a un momento decisivo della storia della salvezza. Questo momento decisivo è, nello stesso tempo, quello del suo atto di fede, della risposta di fede: “Benedetta, tu che hai creduto!” (Lc 1,45). Sì, Maria, è questo giorno, questa ora che conta, nel momento in cui hai inteso tale saluto, col tuo nome: Myriam, Maria! Perché la storia della salvezza è inscritta nel tempo degli uomini, marcata dalle ore, i giorni, gli anni. Tale storia prende pure una dimensione di fede, nella risposta data al Dio vivente dal cuore umano. Fra tali risposte, quella che segue l’“Ave Maria” dell’Angelo, a Nazaret, mette in risalto il “fiat”! “che sia fatto di me secondo la tua parola!”.
[Omelia 10 febbraio 1979]
 
12 febbraio
 
Nel primo comandamento Dio non si limita a chiederci un freddo riconoscimento della sua verità: ci domanda, soprattutto, la libera offerta del cuore. "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze" (Dt 6,5). Egli ci ama da Padre, ed attende in cambio un amore da figli: amore che risponde all'Amore. Potrebbe essere diversamente? Dio è amore (1Gv 4,8). Avendoci amati per primo, Iddio continua ad essere fedele alla sua carità indefettibile, nonostante il peccato e l'umana ingratitudine. Quanto cambierebbe il volto del mondo, se ci si lasciasse coinvolgere dall'amore divino! Si scoprirebbe con sempre rinnovato stupore la bellezza dell'universo, dono di Dio, ed il mistero dell'uomo, creato a immagine del Creatore ed avvolto dalla sua eterna tenerezza.
Vergine Santa, specchio terso dell'amore di Dio, in te il Verbo si è fatto carne; in te si è resa viva la speranza dell'uomo. Guarda con pietà all'umana fragilità, troppo spesso dimentica di Dio e proprio per questo esposta ad insensate e "suicide" mancanze d'amore: esposta all'odio, alla guerra, all'indifferenza, al trionfo dell'egoismo e della morte. Guardaci con pietà di Madre e tendici la mano.
Noi ti preghiamo: Salvaci, o Madre!
[Angelus, 14 marzo 1993]
 
13 febbraio
 
Non nominare il nome di Dio invano.
Il nome di Dio è gravido di mistero. E' nome santo, nome che esige riverenza ed amore. Nei suoi confronti purtroppo si registra spesso un atteggiamento di leggerezza, sconfinante talvolta nell'aperto disprezzo: dalla bestemmia, a spettacoli dissacranti, dallo scherno a pubblicazioni altamente offensive del sentimento religioso. Il diritto alla libertà di coscienza, di opinione e di espressione esonera forse dal dovere di trattare con deferente considerazione l'esperienza spirituale di milioni di credenti? Il sentimento religioso, peraltro, non è forse quanto di più vitale e prezioso l'uomo possa avere? Offendendo pubblicamente Dio non si commette, allora, soltanto una grave colpa morale, ma si viola pure un preciso diritto della persona al rispetto delle proprie convinzioni religiose.
Oltre tutto, l'irriverenza nei confronti di Dio si ritorce contro l'uomo. Diseducandosi al senso del mistero, l'individuo umano diventa sempre meno capace di stupirsi, di ascoltare, di rispettare, ed è tentato di abbandonarsi all'ebbrezza infida della volontà di potenza, che pretende di manipolare persone e cose senza alcuna regola e al di là di ogni limite.
Mettiamoci alla scuola della Vergine Santa, incomparabile maestra di preghiera e di lode. Chiediamole di ispirarci nei confronti del nome santo di Dio i sentimenti che furono i suoi. Diciamo con lei: "L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore... Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente, e santo è il suo Nome" (Lc 1,46-49).
 
14 febbraio
 
Celebriamo la Festa dei santi Cirillo e Metodio, Compatroni d'Europa insieme con san Benedetto. Questi due fratelli greci del secolo nono, nativi di Tessalonica e formati nella scuola del Patriarcato di Costantinopoli, si dedicarono all'evangelizzazione dei popoli della Grande Moravia, sul medio Danubio. Cirillo e Metodio svolsero il loro servizio missionario in unione sia con la Chiesa di Costantinopoli che con la Sede del Successore di Pietro, manifestando in questo modo l'unità della Chiesa, che in quei tempi non era ancora ferita dalla divisione tra oriente e occidente. Vorrei affidare all'intercessione di questi due Santi l'anelito alla piena unità fra tutti i credenti in Cristo. Voglia Iddio affrettare i passi di una totale riconciliazione, perché l'alba del terzo millennio veda i cristiani, se non del tutto uniti, almeno molto più prossimi a questa meta.
 
[Angelus 15 febbraio 1998]
 
15 febbraio
 
La ricorrenza dei Santi Cirillo e Metodio offre l'opportunità di richiamare ai cristiani ed a tutte le persone di buona volontà del nostro Continente quella che possiamo chiamare la sfida europea, l'esigenza cioè di costruire un'Europa fortemente memore della propria storia, seriamente impegnata nell'attuazione dei diritti dell'uomo, solidale con i popoli degli altri Continenti nel promuovere la pace e lo sviluppo su scala mondiale. Obiettivi tanto alti non sono però perseguibili senza una profonda e costante motivazione spirituale, che i cittadini e le nazioni europee possono attingere dal ricchissimo patrimonio culturale che li accomuna, in fecondo dialogo con altre grandi correnti di pensiero, come è stato sempre nei momenti migliori della loro bimillenaria civiltà. Celebrare questi insigni apostoli dell'Europa significa, pertanto, rinnovare l'impegno per la nuova evangelizzazione del Continente, affinché, nello storico passaggio dal secondo al terzo millennio, le sue radici cristiane ricevano nuova linfa, a beneficio di tutti i popoli europei, della loro cultura e della loro pacifica convivenza.
[Angelus 15 febbraio 1998]
 
16 febbraio
 
La Chiesa nel tempo penitenziale della Quaresima ci invita a fare una traversata nel "deserto", come l'antico popolo dell'Alleanza quando fece il suo "esodo" dalla schiavitù dell'Egitto alla libertà della Terra promessa; prefigurazione di un esodo ben più profondo e definitivo, di un'Alleanza nuova ed eterna, realizzata nel mistero pasquale. La pedagogia ecclesiale ci suggerisce per tale itinerario di salvezza tre impegni: la preghiera, il digiuno, la carità, realtà tra loro intimamente connesse. Con la preghiera ci poniamo in ascolto di Dio e coltiviamo la nostra amicizia con Lui. Col digiuno ci sottraiamo alle tentazioni e talvolta alla schiavitù dell'abbondanza, per rendere libero il nostro cuore. Con la carità ci facciamo "prossimi" di quanti sono nel bisogno, diventando per loro testimonianza viva della tenerezza di Dio. Con queste interiori disposizioni possiamo intraprendere senza indugio, sorretti dalla forza della parola del Signore, il cammino quaresimale, "per vincere le seduzioni del maligno e giungere alla Pasqua nella gioia dello Spirito".
[Angelus, 28 febbraio 1993]
 
 
17 febbraio
 
“Inclinate capita vestra Deo!”. 
Questa esortazione risuona nella Chiesa nel periodo di Quaresima: “Inchinate il vostro capo davanti a Dio!”. E così facciamo. Il primo gesto liturgico con cui l’abbiamo iniziato è stato proprio l’atto di inchinare il capo lo scorso mercoledì delle ceneri. Abbiamo inchinato il capo per ricevere le ceneri: “Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai” (Gen 3,19), espressione questa della nostra mortalità; e nello stesso tempo segno della nostra disposizione alla penitenza e alla conversione: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). 
L’inchino del capo può essere interpretato come un gesto di umiliazione o di rassegnazione. L’inchino del capo dinanzi a Dio è segno di umiltà. L’umiltà però non si identifica con l’umiliazione o con la rassegnazione. Non va di pari passo con la pusillanimità. Tutt’al contrario. L’umiltà è sottomissione creativa alla forza della verità e dell’amore. L’umiltà è rigetto dell’apparenza e della superficialità; è l’espressione della profondità dello spirito umano; è condizione della sua grandezza.
[Angelus, 4 marzo 1979]
 
18  febbraio
 
La liturgia quaresimale ci conduce sul monte della Trasfigurazione del Signore.  Su questo monte - il Tabor secondo la tradizione - Gesù ha portato con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e si è trasfigurato dinanzi a loro, cosicché le loro labbra ripetevano dai loro cuori colmi d'estasi: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Lc 9,33).  Il ricordo della tentazione all'inizio di quaresima era necessario perché la Chiesa - e nella Chiesa ognuno di noi - avesse la consapevolezza della prova, che  attraversa. Il ricordo del monte di Trasfigurazione è necessario perché la Chiesa - e nella Chiesa ognuno di noi - abbia la consapevolezza della grazia, la cui pienezza ha in sé Cristo, crocifisso e risorto. La grazia accompagna le prove del cammino terrestre dell'uomo e della Chiesa, accompagna la sofferenza e le fatiche, ed anche le cadute. Le penetra così, come nel momento della Trasfigurazione, quella luce, che ha penetrato il corpo terrestre di Cristo. Essa porta in sé il preannunzio della risurrezione. Se è necessario che in questo periodo di quaranta giorni la Chiesa - e, in essa, ogni uomo - abbia la consapevolezza della prova alla quale è inevitabilmente sottoposta la sua vita sulla terra, nello stesso tempo è anche necessario che abbia la certezza della grazia, che Dio non le rifiuterà in Cristo: il Padre nel Figlio.
[Angelus, 2 marzo 1980]
 
 
19 febbraio
 
«Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo» (Lc 9,35).  La Chiesa - ed in essa ogni uomo - deve avere la certezza della grazia, la cui condizione è l'obbedienza a Cristo. Questa obbedienza significa, simultaneamente, il più pieno abbandono.  Alla luce degli avvenimenti del monte Tabor si delinea ancora una volta con chiarezza la via della conversione quaresimale. Ne fa parte questa obbedienza a Cristo, la quale genera la speranza e la magnanimità. Affidandosi a Cristo, la Chiesa - e in essa ogni uomo - può rispondere alle esigenze ai doveri che le pone dinanzi il Vangelo dell'amore di nostro Signore.  La Chiesa nel periodo di quaresima prega per le vocazioni, sacerdotali e religiose. Questo è un problema, a cui non si può pensare diversamente, se non richiamandosi alla grazia, la cui pienezza è in Cristo crocifisso e risorto.  Noi tutti preghiamo perché si riempiano i seminari ecclesiastici e i noviziati, perché le singole Chiese, ed anche le comunità - parrocchie, congregazioni religiose - possano guardare con fiducia verso il futuro, certi che non mancheranno quegli operai, che il Signore manda «nella sua messe» (Mt 9,38); che non mancheranno i sacerdoti, i quali dedicandosi «esclusivamente» al regno di Dio, celebreranno l'eucaristia, predicheranno la parola del Signore e compiranno il ministero pastorale: che non mancheranno le persone, uomini e donne, capaci di una completa dedizione della loro vita allo Sposo divino nello spirito di povertà, di castità e di obbedienza in testimonianza «al mondo futuro», a ciò spinti dall'amore illimitato verso il prossimo.
 
20 febbraio
 
«Convertitevi a me... ed io mi rivolgerò a voi»!
Ecco un'altra invocazione della liturgia quaresimale, che ci introduce in tutta la realtà della conversione. Noi ci convertiamo a Dio, che ci aspetta. Aspetta per rivolgersi, per «convertirsi» a noi. Camminiamo verso Dio, il quale desidera venire al nostro incontro.  Apriamoci a Dio, che vuole aprirsi a noi.  La conversione non è un processo a senso unico. E' una espressione di reciprocità. Convertirsi vuol dire credere in Dio che ci ha amato per primo, che ci ha amato eternamente nel Figlio suo, e che mediante il Figlio dona a noi la grazia e la verità nello Spirito Santo. Perciò quel Figlio è stato crocifisso per parlarci con le sue braccia aperte tanto largamente quanto Dio è aperto a noi. Quanto incessantemente, attraverso la croce del Figlio suo, Dio «si converte» a noi!  In questo modo la nostra conversione non è affatto un'aspirazione unilaterale. Non è soltanto uno sforzo della volontà umana, dell'intelletto e del cuore. Non è soltanto impegno di orientare verso l'alto la nostra umanità, che tende pesantemente verso il basso. La conversione è innanzi tutto accettazione. E' lo sforzo di accettare Dio in tutta la ricchezza della sua «conversione» all'uomo. Questa conversione è una grazia. Lo sforzo dell'intelletto,
del cuore e della volontà è pure indispensabile per l'accettazione della grazia. E' indispensabile per non perdere la dimensione divina della vita nella dimensione umana; per perseverare in essa.
[Angelus,  9 marzo 1980]
 
 
 
21 febbraio
 
 «Convertimini ad me... et ego convertar ad vos». La Chiesa si converte a Cristo per rinnovare la consapevolezza e la certezza di tutti i suoi doni, di quei doni di cui è stata dotata da lui mediante la croce e la risurrezione. Infatti Cristo è nello stesso tempo il Redentore e lo Sposo della Chiesa. Cristo, come Redentore e Sposo, l'ha istituita fra uomini deboli, fra uomini peccatori e fallibili, ma, nello stesso tempo, l'ha istituita forte, santa e infallibile.  Essa è tale non per opera degli uomini, ma per la forza del dono di Cristo.  Credere nella forza della Chiesa non vuol dire credere nella forza degli uomini che la costituiscono, ma credere nel dono di Cristo: in quella potenza che - come dice san Paolo - «si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9).  Credere nella santità della Chiesa non vuol dire credere nella perfezione naturale dell'uomo, ma credere nel dono di Cristo: in quel dono che di noi, eredi del peccato, fa gli eredi della santità divina.  Credere nell'infallibilità della Chiesa non vuol dire - in alcun modo! - credere nell'infallibilità dell'uomo, ma credere nel dono di Cristo: in quel dono che agli uomini fallibili permette di proclamare infallibilmente e di infallibilmente confessare la verità rivelata per la nostra salvezza.
 La Chiesa dei nostri tempi - di questa difficile e pericolosa epoca nella quale viviamo, di quest'epoca critica - deve avere una particolare certezza del dono di Cristo, del dono della forza, del dono della santità, del dono dell'infallibilità. Più è consapevole della debolezza, peccaminosità, fallibilità dell'uomo, più deve custodire la certezza di quei doni, che provengono dal suo Redentore e dal suo Sposo.  E questa è anche una via essenziale della conversione quaresimale della Chiesa a Cristo.
[Angelus,  9 marzo 1980]
 
 
22 febbraio
 
Oggi, festa liturgica della Cattedra di San Pietro. Essa richiama la missione di maestro e di pastore, affidata da Gesù al povero pescatore di Galilea e ai suoi Successori, posti come principio e fondamento visibile dell'unità della Chiesa.
"Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18): per volontà di Cristo, Pietro è chiamato ad essere per il popolo cristiano "il maestro che ne conserva integra la fede e il pastore che lo guida all'eredità eterna".  Quando Gesù - come attestano i Vangeli - rivolse ai suoi discepoli la domanda cruciale: "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16,15), fu Simon Pietro a rispondere: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16,16). In quel giorno Cristo riconobbe il particolare carisma donato dal Padre al pescatore di Galilea, carisma di fede schietta e solida. Per questo lo chiamò "Cefa", che in ebraico significa "roccia", e promise che su quella fede avrebbe edificato la sua Chiesa (cfr Mt 16,17-18). Attraverso i secoli Pietro, nella persona dei suoi Successori, è chiamato a confessare e proclamare che Gesù è il Cristo, il Salvatore.
[Angelus 22 febbario 1998]
 
 
 
 
 
 
23 febbraio
«Padre, ho peccato contro di te».
 La Chiesa, nel periodo di quaresima, pondera queste parole con una particolare emozione, poiché questo è tempo in cui la Chiesa desidera più profondamente convertirsi a Cristo e senza queste parole non c'è conversione in tutta la sua verità interna. Senza queste parole, «Padre, ho peccato», l'uomo non può entrare veramente nel mistero della morte e della risurrezione di Cristo, per attingere da essa i frutti della redenzione e della grazia.  Queste sono parole-chiave. Esse evidenziano soprattutto la grande apertura interiore dell 'uomo verso Dio: «Padre, ho peccato contro di te». Se è vero che il peccato, in un certo senso, chiude l'uomo dinanzi a Dio, al contrario la confessione dei peccati apre alla coscienza dell'uomo tutta la grandezza e la maestà di Dio, e soprattutto la sua paternità. L'uomo rimane chiuso nei confronti di Dio fino a quando mancano sulle sue labbra le parole: «Padre, ho peccato»; e soprattutto fino a quando esse mancano nella sua coscienza, nel suo «cuore». Convertirsi a Cristo, provare la potenza interiore della sua croce e della sua risurrezione, provare la piena verità della umana esistenza di lui, «in Cristo», è possibile soltanto con la forza di queste parole: «Padre, ho peccato».
[Angelus, 16 marzo 1980]
 
24 febbraio
 
Nel periodo di quaresima, la Chiesa prega e lavora in modo particolare, affinché le parole: «Padre, ho peccato», maturino nella più ampia cerchia delle coscienze umane, affinché l'uomo dei nostri tempi le pronunci con tutta la semplicità e la fiducia indispensabili. Queste sono parole liberatrici. La Sacra Scrittura, con le espressioni: «mondo», intende la temporaneità che cerca di impadronirsi completamente dell'uomo, così da diventare la dimensione completa ed esclusiva della sua esistenza.  Ebbene, «il mondo» - soprattutto molte parole «del mondo» indirizzate all'uomo contemporaneo - cerca di impedire all'uomo di pronunciare le parole: «Padre, ho peccato contro di te», affinché le riconosca come inutili e dimenticate e si liberi da esse.  Quindi, in diversi modi, «il mondo» cerca di privare l'uomo di questo profondo aspetto della verità, con cui egli si rende consapevole del proprio peccato e lo chiama per nome - dinanzi a Dio stesso. Il salmista parla ancora più chiaramente: «Tibi soli peccavi» - «Contro te solo ho peccato» (Sal 51,6).  Quel «tibi soli» non offusca tutte le altre dimensioni del male morale, come lo è il peccato in rapporto agli altri uomini, in rapporto alla comunità umana. Tuttavia, «il peccato» è un male morale in modo principale e definitivo in relazione a Dio stesso, al Padre nel Figlio. Quindi «il mondo» (contemporaneo) - e il «principe di questo mondo» - lavorano tantissimo per offuscare e annientare nell'uomo questo aspetto. Invece, la Chiesa nella quaresima lavora, soprattutto, affinché ogni uomo ritrovi se stesso col proprio peccato dinanzi a Dio solo – e di conseguenza affinché accolga la potenza salvifica del perdono contenuta nella passione e nella resurrezione di Cristo.
[Angelus, 16 marzo 1980]
 
25 febbraio
 
«Ascoltate oggi la sua voce: Non indurite il cuore»! (Sal 94 (95) 8).
Con queste parole del Salmo la Chiesa inizia la sua quotidiana preghiera nel corso della Quaresima. Esse contengono una fervida preghiera per l'efficacia della parola di Dio nei cuori umani. Se in ogni tempo questa preghiera è attuale e necessaria, proprio nel corso di questi quaranta giorni è raccomandato particolarmente che venga
ascoltata da tutti la voce del Dio Vivente. E' una voce penetrante, se si considera come Dio parli durante la Quaresima non soltanto con la ricchezza eccezionale della sua Parola nella liturgia e nella vita della Chiesa, ma soprattutto con l'eloquenza pasquale della passione e della morte del proprio Figlio; parla con la sua Croce e con il suo sacrificio.  Ciò è, in certo senso, l'ultimo argomento nel dialogo con l'uomo
che dura da secoli; il dialogo con la sua mente e con il suo cuore, con la sua coscienza e con la sua condotta.  «Che altro avrei dovuto fare e non ho fatto?», sembra domandareogni anno, in questi giorni, il Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), e sembra domandare il Figlio stesso, obbediente al Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr. Fil 2,8).
[Angelus, 15 marzo 1981]
 
26 febbraio
 
«Non indurite il cuore»!
Il cuore vuol dire l'uomo nella sua stessa interiorità spirituale, nello stesso, per così dire, centro della sua somiglianza con Dio. L'uomo interiore. L'uomo della coscienza. La nostra preghiera, durante la Quaresima, mira al risveglio delle coscienze, alla loro
sensibilizzazione nei confronti della voce di Dio. «Non indurite il cuore», dice il salmista. Infatti la necrosi delle coscienze, la loro indifferenza nei confronti del bene e del male, la loro deviazione sono una grande minaccia per l'uomo. Indirettamente, sono anche una minaccia per la società, perché, in ultima analisi, dalla coscienza umana dipende il livello della moralità della società.  E così, la nostra preghiera quaresimale per la sensibilità delle coscienze ha un significato molteplice. L'uomo che ha il cuore indurito e la coscienza degenerata, anche se può godere la pienezza delle forze e delle capacità fisiche, è un malato spirituale, e bisogna far di tutto per fargli ritornare la salute dell'anima. Che la preghiera della Chiesa durante la Quaresima porti i suoi frutti.
[Angelus, 15 marzo 1981]
 
 
27 febbraio
 
«Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3, 20).
Queste parole dell'Apocalisse ritornano nella liturgia della Quaresima ed evocano davanti agli occhi della nostra anima l'immagine di Cristo, che, particolarmente in questo periodo, bussa ai cuori e alle coscienze delle persone umane. Bussa perché gli venga aperto, perché venga iniziato il colloquio con Lui. Sì, Cristo vuole parlare con ogni uomo del nostro tempo così come ha parlato con Nicodemo o con la Samaritana, col giovane incontrato e con la Maddalena. Cristo, il più magnifico interlocutore che tocca i problemi più profondi e più difficili, e sempre nella piena verità e nel totale amore, verso l'uomo.  Sì, Cristo vuole parlare con ogni uomo. Parla con lui incessantemente; parla con gli ambienti, con le famiglie, con le Nazioni intere; parla continuamente con l'intera umanità; parla dei problemi fondamentali, dei problemi più importanti, dai quali dipende la dignità dell'uomo sulla terra e la sua salvezza eterna.  Ecco, sta alla porta e bussa!
[Angelus 22 marzo 1981]
 
28 febbraio
 
«Misericordia io voglio e non sacrificio...» (Mt 9,13).
 Chi pronuncia queste parole è Gesù Cristo: Colui che ha offerto il più perfetto sacrificio di se stesso a Dio. Questo sacrificio fu contemporaneamente la suprema rivelazione del Padre, che è Dio «ricco di misericordia» (Ef 2,4). Durante la Quaresima la Chiesa medita in ginocchio questo mistero: il mistero del sacrificio e della misericordia, e cerca di costruire di qui la sua vita interiore ed il suo servizio. Bisogna entrare molto profondamente in questo mistero del sacrificio di Cristo per compiere ogni giorno, con la forza che da esso deriva, la missione della misericordia, cioè dell'amore, che in Cristo e sempre più grande di qualsiasi male.  Bisogna entrare molto profondamente nel mistero del sacrificio di Cristo per far sgorgare da esso, ogni giorno, tutto il servizio verso coloro che hanno bisogno proprio della nostra misericordia: il servizio della Chiesa e di tutti gli uomini di buona volontà.
[Angelus 29 marzo 1981]
 

 

 
1 marzo
 
Seguendo il pensiero-guida della Quaresima - meditiamo sul tema della coscienza umana che è strettamente legato al tema della libertà dell'uomo. La coscienza sta alla base della dignità interiore dell'uomo e, nello stesso tempo, del suo rapporto con Dio. Rileggiamo la concisa enunciazione sulla coscienza, contenuta nella costituzione «Gaudium et Spes». «Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve ubbidire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male…. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimo” (16). Conviene rimeditare queste parole nel periodo della Quasima, che è un tempo particolarmente adatto al risveglio e alla cura delle coscienze. Abbiamo noi un'idea giusta della coscienza? Intendiamo correttamente la sua libertà? Nella vita personale, familiare, sociale ci lasciamo guidare dalla coscienza vera e retta? L'uomo contemporaneo non vive sotto la minaccia di un'eclisse della coscienza? Di una deformazione delle coscienze? Di un intorpidimento, o di un'«anestesia» delle coscienze?  Queste e simili domande conviene porsi nel periodo della Quaresima.
[Angelus, 14 marzo 1982]
 
2 marzo
 
«Lode e onore a te, Signore Gesù! / Lode a te, Verbo di Dio!».
Nel periodo di Quaresima ripetiamo, quasi ogni giorno, queste parole nella Santa Messa. Desideriamo in questo modo manifestare la nostra venerazione per la Parola di Dio, che parla a noi con forza particolare in questo periodo. Desideriamo manifestare la prontezza interiore nell'accogliere questa Parola. Che essa venga a noi in tutta la sua verità. Che penetri in profondità nei nostri cuori e nelle nostre coscienze. Che ci illumini. Che ci converta. Che ci liberi.  La Quaresima è sempre stata un periodo di grande catechesi. Nei primi secoli si faceva la catechesi dei catecumeni. Oggi pure essa si fa per coloro che si preparano al Battesimo. Ed è contemporaneamente, la catechesi di tutti i battezzati, perché nel loro Battesimo scoprano sempre di nuovo la potenza della Croce: della morte e della risurrezione di Cristo.
[Angelus, 20 febbraio 1983]
 
3 marzo
Il tempo di Quaresima ci invita ad un rinnovato cammino di conversione. Il nostro sguardo si volge a Maria, immagine perfetta della Chiesa. In lei infatti contempliamo la creatura dal cuore nuovo, la donna attenta e premurosa, la discepola che sa ascoltare e pregare incessantemente, la Vergine del sacrificio silenzioso.  Maria è la creatura dal «cuore nuovo», annunciato dai profeti. Dio l'aveva promesso: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). La vicenda storica di Maria, a partire dall'immacolato concepimento, si svolse tutta all'ombra dello Spirito; ma soprattutto nell'Annunciazione ricevette dallo Spirito Santo quel «cuore nuovo» che la rese docile a Dio, capace di accogliere il suo progetto di salvezza e di corrispondervi con assoluta fedeltà, per tutta la vita. E' la «Virgo fidelis»: colei che compendia l'antico Israele e prefigura la Chiesa, sposata a Dio per sempre, nella fedeltà e nell'amore (cfr. Os 2,21-22).
Maria è ancora la donna attenta e premurosa alle necessità spirituali e materiali dei fratelli. Il Vangelo ne pone in evidenza la sollecitudine verso l'anziana Elisabetta, il discreto intervento alle nozze di Cana per la gioia di due giovani sposi, l'accoglienza materna del discepolo e di tutti i redenti ai piedi della Croce. Siamo certi che ella dal cielo prolunga ancora verso gli esuli figli di Eva la sua mediazione.
Maria inoltre è discepola che ha incarnato il Vangelo fino al sacrificio e al martirio della «spada» incruenta, che Simeone le aveva predetto nel tempio, congiungendo la sua sorte al sacrificio cruento del Figlio. Davanti alla proposta sconcertante di Dio, ella non dubitò di ripetere ogni giorno il «sì» dell'Annunciazione, perché diventasse
il «sì» della Pasqua, per sé e per tutto il genere umano.
[Angelus, 11 marzo 1984]
 
4 marzo
 
«Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23).
Questo Gesù vogliamo salutare e adorare. Infatti egli è colui che, all'Annunciazione, è stato rivelato alla Vergine di Nazaret, Maria. E' quel Gesù, eterno Figlio di Dio, che per opera dello Spirito Santo è stato concepito nel seno di Maria come uomo, allorché ella, alle parole dell'arcangelo, ha risposto dicendo: «fiat», «così avvenga». «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Questo è Gesù di Betlemme e di Nazaret. figlio di Dio e figlio dell'uomo.  Proprio lui, quando è giunto il tempo a ciò preordinato, ha iniziato a predicare la buona novella del regno e a curare «ogni sorta di malattie e di infermità del popolo». Proprio lui vogliamo adorare nell'annuale periodo della Quaresima. Vogliamo invitarlo affinché con la medesima - e insieme sempre nuova - potenza «predichi la buona novella del regno».  Vogliamo pure chiedere da lui i «segni» di questa potenza salvifica che parlino agli uomini della nostra epoca, così come hanno parlato una volta a Israele all'inizio dei tempi nuovi. Vogliamo invitarlo nelle nostre comunità e nelle nostre coscienze. Preghiamo che curi le malattie degli uomini contemporanei: «ogni sorta di malattia» dell'anima. E quante ve ne sono!  Preghiamo che ci aiuti a convertirci, a purificarci, a trasformarci spiritualmente, a rinnovarci. Preghiamo «che il male non ci accolga». Che vinca lui: Gesù di Nazaret, nostro redentore, crocifisso e risorto.
[Angelus, 17 febbraio 1985]
 
5 marzo
 
 «Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
La solenne affermazione, che risuona sulle labbra di Cristo tentato dal demonio, ci riporta allo scenario sconfinato del deserto, ove egli si è ritirato, sospinto dallo Spirito, per prepararsi nella preghiera e nel digiuno alla missione che lo attende.  «Non di solo pane vive l'uomo...». E un'affermazione che la liturgia opportunamente ripropone ogni anno nella Quaresima, periodo nel quale siamo invitato a riscoprire i valori essenziali che danno senso al nostro esistere terreno: essi non sono di ordine materiale (il «pane» della tentazione), ma appartengono alla sfera dello spirito, ove ciò che conta è la «parola che esce dalla bocca di Dio». Per percepire questa «parola» e apprezzarne la ricchezza, occorre disporre il proprio cuore ad accoglierla con gioia. Ciò non è possibile se non ci si impegna a pregare e a fare penitenza. Preghiera e penitenza: due termini che possono apparire oggi fuori moda.  E tuttavia resta un dato di fatto, puntualmente confermato dall'esperienza: l'uomo da solo, nonostante il progresso tecnico, che gli consente di dominare la natura, non riesce a dominare se stesso. E' succube dei suoi limiti e delle spinte alienanti dell'ambiente. Ed ecco, allora, la conseguenza paradossale: di fronte a macchine sempre più grandi e complesse, l'uomo finisce per ritrovarsi moralmente sempre più piccolo e meschino, in balia delle forze oscure del suo inconscio o di quelle non meno subdole e potenti della psicologia di massa.
[Angelus, 24 febbraio 1985]
 
6 marzo
 
Per essere restituito alla sua libertà, l'uomo abbisogna innanzitutto di un aiuto dall'alto che ne riordini il mondo interiore, sconvolto dal peccato: tale aiuto lo ottiene pregando. Egli abbisogna, poi, di una volontà forte e decisa, capace di sottrarsi alle suggestioni ingannevoli del male, per orientarsi coraggiosamente sulle strade del bene: e questo suppone l'allenamento generoso alla rinuncia e al sacrificio, suppone cioè il coraggio di far penitenza, per raggiungere quell'autocontrollo che gli consenta di dominare agevolmente se stesso in armonia con la più profonda verità del proprio essere. La Quaresima è specificamente dedicata nell'anno liturgico a questo  impegno  primario del cristiano. Parlando di esso nell'esortazione apostolica «Reconciliatio et Paenitentia» (n. 4), ho sottolineato che, se col termine «penitenza» si vuol indicare prima di tutto il cambiamento di cuore, esso comporta però il cambiamento anche della vita, così che nel «fare penitenza» è necessariamente incluso lo sforzo di «fare degni frutti di penitenza». E ho aggiunto: «fare penitenza è qualcosa di autentico e di efficace soltanto se si traduce in atti e gesti di penitenza».  Accogliamo con animo volenteroso, carissimi fratelli e sorelle, l'opportunità di grazia, il «kairos» di Dio, che è la Quaresima. Ci guiderà in questo cammino di crescita e di maturazione l'esortazione apostolica ora citata, per una breve riflessione negli Angelus delle prossime domeniche sul valore e sul significato della pratica della penitenza. La Vergine Maria, inarrivabile esempio di perfetta sintonia con la propria verità di creatura e col mistero trascendente e amoroso di Dio, ci assista con la sua materna intercessione.
[Angelus, 24 febbraio 1985]
 
7 marzo
 
«Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo» (Mc 9,7).
Al compiersi della Trasfigurazione, come già all'atto del Battesimo nelle acque del Giordano, il Padre celeste rende a Gesù la solenne testimonianza: «Questi è il Figlio mio prediletto». Ma qui, sul monte della Trasfigurazione, dove lo contempliamo, Dio Padre aggiunge un comando preciso: «Ascoltatelo». Ascoltare il Figlio di Dio significa innanzitutto accogliere l'imperativo preliminare che, fin dagli inizi del suo ministero pubblico, egli bandisce come proclama dei tempi nuovi: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Quell'imperativo, carissimi fratelli e sorelle, risuona con toni particolarmente pressanti durante la Quaresima. L'itinerario quaresimale è tutto orientato alla conversione del cuore e cioè a quella trasformazione profonda del modo di pensare e di vivere, che strappa l'uomo agli schemi e alle abitudini mondane per plasmarlo sul modello di Cristo.  La conversione del cuore non può quindi non includere la penitenza. In un certo senso, come ho illustrato nell'esortazione apostolica «Reconciliatio et Paenitentia», essa ne è l'elemento principale, anzi l'elemento costitutivo. «La penitenza significa l'intimo cambiamento del cuore sotto l'influsso della parola di Dio e nella prospettiva del regno», essa è l'impegno a «ristabilire l'equilibrio e l'armonia rotti dal peccato» e quindi a «cambiare direzione anche a costo di sacrificio».
[Angelus, 3 marzo 1985]
 
8 marzo
 
Gli intenti di conversione e di pentimento, per essere autentici e duraturi, devono tradursi in atti concreti di penitenza. Tra ciò che l'uomo è nel proprio intimo e le azioni che costituiscono la trama della sua esistenza, non può non intercorrere una coerenza fedele e limpida. «La penitenza, pertanto, è la conversione che passa dal cuore alle opere e, quindi, all'intera vita del cristiano» («Reconciliatio et Paenitentia», n. 4).  Uno stile di vita sinceramente improntato alla Quaresima dedica
ampio spazio alle opere di penitenza. E' uno stile di austerità, di autodisciplina, di misurate privazioni volte a temprare la volontà. Si comincia con l'accettare in serenità le sofferenze che il vivere quotidiano richiede inevitabilmente come conseguenza della condizione di creature in vario modo limitate. Si arriva a cercare
intenzionalmente le occasioni di penitenza e di mortificazione, nel convincimento sempre più profondo che esse sono fonte di quella spirituale ricchezza che impreziosisce la vita.  Il binomio conversione-penitenza, lealmente vissuto nella sua
duplice dimensione intima ed esteriore, colloca il cristiano sulle orme del Maestro divino che, attraverso la passione, giunge al sepolcro e all'alba pasquale. E' l'itinerario al quale la Quaresima ci chiama. Ci accompagni in esso la materna protezione di Maria santissima.
[Angelus, 3 marzo 1985]
 
9 marzo
 
«Ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna».
Così prega la Chiesa nel tempo sacro di Quaresima con un'affermazione che, rivolta a Dio misericordioso, traccia in realtà un itinerario di vita per il cristiano nella prospettiva della Pasqua. E' un itinerario che comprende il digiuno, termine col quale ben si possono intendere tutte le varie forme di privazione volontaria, a cui invita la prassi penitenziale della Chiesa. Il digiuno è conservato in qualche misura anche nella nuova disciplina canonica. Infatti, come ho ribadito nell'esortazione apostolica «Reconciliatio et Paenitentia» (n. 26), «anche se mitigata da qualche tempo, la disciplina penitenziale della Chiesa non può essere abbandonata senza grave nocumento sia per la vita interiore dei cristiani e della comunità ecclesiale, sia per la loro capacità di irradiazione missionaria». Tale disciplina, infatti, costituisce un servizio e uno stimolo alla libertà, che è nobilissima prerogativa dell'uomo, ma prerogativa vulnerabile, che ha bisogno di essere custodita e, in certo senso, sempre conquistata. La fragilità della natura la espone a continui pericoli. Occorre quindi proteggerla con tutti quei mezzi che contribuiscono a un sano e sereno autodominio.
[Angelus, 10 marzo 1985]
 
10 marzo
 
Il vero e implacabile nemico della libertà è il peccato, che sconvolge l'ordine in cui l'uomo è stato creato, scatenando in lui istinti e pulsioni, da cui la volontà resta inevitabilmente influenzata. L'esercizio della penitenza contribuisce a rettificare l'orientamento della mente e del cuore e a rafforzare la capacità della volontà di aderire al bene. Inoltre, per l'azione della grazia, il fedele che s'impegna generosamente nella pratica della penitenza conosce una progressiva immedesimazione con Cristo, che è il vero liberatore dell'uomo. «Dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà» (2Cor 3,17).  Oggi le pratiche penitenziali comandate dalla legge della Chiesa sono talmente limitate, da non esaurire affatto il dovere e il bisogno di ciascuno di fare penitenza. Il più è affidato alla generosa iniziativa di ciascuno. E' necessario perciò che la maturità di coscienza del singolo fedele lo spinga a cercare spontaneamente, anzi di creare nell'ambito della propria libertà le forme e i modi di penitenza conformi alle personali necessità di liberazione dal peccato di purificazione e di perfezionamento. Avvalori questi sforzi la Vergine Maria, essa che liberamente accettò il disegno divino, cui doveva partecipare anche con il cuore trafitto dalla spada del dolore.
[Angelus, 10 marzo 1985]
11 marzo
 
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).
La liturgia della Quaresima invita a perseverare nella pratica della penitenza in preparazione alla Pasqua, nel sublime contesto dell'amore di Dio. Dio, che è amore nell'intimità del suo essere, per amore ha mandato nel mondo il Figlio suo unigenito, perché soffrisse, morisse e risorgesse per noi.  La risposta dell'uomo a questo ineffabile progetto che ha Dio per protagonista, è scolpita nell'assioma su cui poggia la perfezione di tutta la legge: «Ama il Signore Dio tuo; ama il prossimo come te stesso» (Mt 22,37-39). Il cristianesimo è la religione dell'amore. Il cristianesimo è la religione della «socialità», di quella socialità che trova nella parabola del Samaritano il suo paradigma programmatico e vitale, la sua esplicitazione esistenziale più concreta e imperativa: «Va', e fa' anche tu lo stesso» (Lc 10,37). La Quaresima, per la sua intima connessione con la vicenda pasquale dell'Uomo-Dio, è un tempo privilegiato per l'esercizio dell'amore verso il prossimo. Tempo di genuina carità.  Nell'esortazione apostolica «Reconciliatio et Paenitentia», alla quale amo richiamarmi negli appuntamenti domenicali di questa Quaresima, ho sottolineato che la penitenza ha una dimensione sociale. La Chiesa, tra le varie forme penitenziali, ha sempre raccomandato l'elemosina, e la raccomanda ancora quale «mezzo per rendere concreta la carità, condividendo ciò di cui si dispone con colui che soffre le conseguenze della povertà» (n. 26).
[Angelus, 17 marzo 1985]
 
12 marzo
 
La Quaresima, per la sua intima connessione con la vicenda pasquale dell'Uomo-Dio, è un tempo privilegiato per l'esercizio dell'amore verso il prossimo. Tempo di genuina carità. Non è raro trovare nella mentalità contemporanea, marcatamente sensibile ai canoni della giustizia, varie controindicazioni alla carità spicciola. Eppure Gesù assicura che neppure un bicchiere d'acqua, dato nel suo nome, sarà dimenticato nel bilancio della vita (cfr. Mc 9,41). Basta la parola del Maestro a premunire dalle varie insinuazioni dell'egoismo, che vorrebbe indurre il cristiano a chiudere la mano e voltare le spalle a chi gli chiede qualche cosa (cfr. Mt 5,42).  Le privazioni penitenziali, compiute sia in obbedienza alla norma ecclesiale sia per impulso di personale creatività, trovano un campo pressoché illimitato di applicazione. Il dramma della fame, che si consuma in più d'una regione del nostro pianeta, interpella pressantemente le coscienze. Ogni fratello che muore di fame, pesa sulla coscienza di tutti. A stimolarci in questo grave dovere di solidarietà concorre la Vergine Maria con le parole ammonitrici del Magnificat: «Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1,53).
[Angelus, 17 marzo 1985]
 
13 marzo
 
«Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam».
La Quaresima è per  la Chiesa tempo di penitenza e di riconciliazione con Dio mediante la croce di Cristo. Questa riconciliazione costituisce il frutto della grazia della redenzione, che viene offerta sovrabbondantemente all'uomo di tutte le generazioni ed epoche, di tutte le nazioni e razze. Viene offerta a ciascuno di noi dallo Spirito Santo, che «ci è stato dato». Meditiamo dunque il Salmo 50, nel quale l'uomo eternamente si incontra con la grazia di Cristo. Questa grazia raggiunge lo spazio dell'uomo interiore, tocca le coscienze.  Ecco, l'uomo del Salmo 50 dice: «Riconosco la mia colpa, / il mio peccato mi sta sempre dinanzi. / Contro di te, contro te solo ho peccato, / quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto» (Sal 50,5-6).
L'uomo si presenta davanti a Dio in tutta la sua verità interiore. Questa è la verità della coscienza. Si rispecchia in essa la legge morale, che è conosciuta dall'uomo: essa infatti non solo è confermata dalla rivelazione, ma è anche scritta nel cuore di ognuno. Questa legge culmina nel comandamento dell'amore. Alla luce di questa legge - e ancor più alla luce dell'amore rivelato nella croce di Cristo - l'uomo vede la sua propria vita e il suo proprio comportamento, i propri pensieri, le parole e le opere. Vede nella verità. E attraverso questa verità si incontra con Dio. Non può incontrarsi con lui se non nella verità. In questo consiste l'insostituibile grandezza della coscienza. La Quaresima interpella ed esorta con particolare vigore le nostre coscienze.  Chiediamo alla Genitrice di Dio che questo invito della Quaresima trovi la risposta delle coscienze umane.  
[Angelus, 16 febbraio 1986]
 
14 marzo
 
«Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi»! (Sal 50,5).
Tante generazioni hanno camminato sulle tracce segnate dalle parole di questo Salmo. Tante persone sono state aiutate da questo meraviglioso scritto della interiore verità della coscienza, per penetrare il proprio intimo. Sono state aiutate a chiamare col suo vero nome il male, che è nell'uomo e la cui causa è l'uomo.  L'esame di coscienza è sempre una rilettura della verità più profonda su di sé, che mai deve essere cancellata. La grandezza dell'uomo è in questa verità. La dignità della persona richiede che l'uomo sappia chiamarla per nome, che non la falsifichi. E quando l'uomo - insieme con il salmista - confessa: «Il mio peccato mi sta sempre dinanzi», riconosce, in pari tempo, che la forza stessa della verità interiore gli ordina di andare avanti, e di dire: «Contro di te ho peccato».  Il peccato è contro Dio. E' contro la sua volontà e la sua santità. Non è conforme ad essa e offende Dio. E in pari tempo è un dramma che si svolge tra Dio e l'uomo. Il peccato non è indifferente a Dio. Se ne convinse già il primo uomo come attesta la narrazione del libro della Genesi. E se ne convincono sempre le nuove generazioni dei figli e delle figlie di Adamo.
[Angelus, 23 febbraio 1986]
 
15 marzo
 
«Contro di te ho peccato».  Il peccato è contro Dio.
 L'uomo può tentare di diventare «indifferente» nei confronti del peccato. Può cercare di «neutralizzare» il peccato come spesso constatiamo che accade nel mondo contemporaneo. Tuttavia il peccato non diventerà mai «indifferente» a Dio. Dio è «sensibile» al peccato, fino alla croce del proprio Figlio, sul Golgota. Occorre dunque, che ognuno di noi ritorni spesso a queste parole del salmista: «Contro di te ho peccato». Proprio allora si manifesterà l'intera verità sul peccato. Il peccato non finisce nei limiti della coscienza umana, non ne è racchiuso. Esso per intrinseca definizione implica un riferimento: il riferimento a Dio. Questo riferimento è tuttavia salvifico! Esso significa che io - uomo - non rimango solo con la mia colpa! E Dio che è in un certo senso testimone «oculare» del mio peccato (oculare anche se invisibile!), è presso di me non solo per giudicare. Certo, mi giudica! Mi giudica con lo stesso giudizio interiore della mia coscienza (se essa non è stata resa sorda e deformata). Tuttavia il giudizio stesso è ormai salvifico. Mediante il fatto di chiamare il male col suo vero nome, rompo in un certo senso con esso, lo tengo a una certa distanza da me, anche se in pari tempo so che questo male, il peccato, non cessa di essere il mio peccato.  Ma anche se il mio peccato è contro Dio, Dio non è contro di me!  Nel momento della tensione interiore della coscienza umana, Dio non proclama la sua sentenza. Non condanna. Dio aspetta perché io mi rivolga a lui come alla Giustizia amorosa, come al Padre, nel modo che insegna la parabola del figlio prodigo. Perché «riveli» a lui il peccato. E mi affidi a lui. In questo modo, dall'esame di coscienza passiamo a ciò che costituisce la sostanza stessa della conversione e della riconciliazione con Dio.
[Angelus, 23 febbraio 1986]
 
16 marzo
 
Nel tempo di Quaresima, le nostre meditazioni si dirigono verso quell'interiore «itinerarium», mediante il quale l'uomo si avvicina a Dio nell'atto della conversione. Esame di coscienza, atto di dolore, proposito, confessione e penitenza. Così si chiamano le singole tappe di tale «itinerarium» nella tradizione della Chiesa, nella catechesi, nella pratica del sacramento della Penitenza. Lo ha ricordato il Sinodo dei
vescovi nel 1983, mediante il quale la Chiesa cercava - a seconda dei bisogni del nostro tempo - di rispondere all'invito di Cristo «paenitemini»: convertitevi! «Convertitevi e credete al Vangelo!» (Mc 1,15) Quando il re penitente dell'antica alleanza confessa: «Contro di te ho peccato... il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50,5-6), mette in evidenza quel momento, che nell'«itinerarium» interiore ci avvicina di più alla conversione. L'uomo riconosce nella sua coscienza la verità del peccato, e in pari tempo nasce il bisogno di finirla con esso. Voltarsi dal male che è il peccato. E' un momento decisivo. E' un momento pure difficile. A volte è doloroso. Tanto più doloroso, quanto più il peccato si è radicato nell'uomo. Quanto più è entrato nella sua vita. Quanto più l'uomo si è abituato a vivere con esso.  Giustamente si avverte in questo momento decisivo la somiglianza alla croce di Cristo.
[Angelus, 2 marzo 1986]
 
 
17 marzo
 
Nel tempo di Quaresima, le nostre meditazioni si dirigono verso quell'interiore «itinerarium», mediante il quale l'uomo si avvicina a Dio nell'atto della conversione.
La passione di Cristo contiene in sé tutta la pienezza della fatica salvifica; della fatica della redenzione, che porta in sé la vittoria assoluta sul peccato, a prezzo della passione e della morte in croce. Nel corso dell'«itinerarium» interiore, che deve pure condurre alla vittoria sul peccato, ognuno di noi è chiamato ad attingere a questa pienezza.  «Tibi soli peccavi»: Contro di te, contro di te solo ho peccato. Ed ecco: tu e solo tu sei con me nel momento in cui devo convertirmi, rompendo con il peccato nella profondità del mio «io» con l'atto della mia libera volontà. In questo modo, per opera della croce di Cristo, si uniscono la grazia della conversione e il libero atto della volontà dell'uomo. Il salmista prega poi: «Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo» (Sal 50,12). Quando l'uomo, sotto l'influsso della grazia della conversione, si volta dal male, ritrova di nuovo se stesso dinanzi a Dio, che è la sorgente inesauribile del bene. Ecco, nel momento della conversione l'uomo desidera il bene con tutto il cuore. Vuole il bene: e in questo consiste il proposito. Vuole un'altra vita, un cambiamento della condotta. In questo modo si sviluppa l'«itinerarium» interiore della riconciliazione con Dio. Unendoci nella nostra meditazione alla Madre che sta sotto la croce, preghiamo che questo «itinerarium» si sviluppi nel tempo di Quaresima in ognuno di noi. Che ella, Ausiliatrice, preghi insieme con noi il suo Figlio: «Crea in ciascuno un cuore puro, rinnova uno spirito saldo». Questo «spirito saldo» è necessario, perché la conversione sia efficace; perché nel sacramento della Penitenza nasca «un uomo nuovo».
[Angelus, 2 marzo 1986]
 
18 marzo
 
Nella Quaresima la Chiesa ci fa meditare nella liturgia la parabola del figlio prodigo. Via via che la Quaresima procede, l'insistenza della Chiesa diventa sempre più fervida: «riconciliatevi con Dio». La Chiesa ha ricevuto da Dio «la parola della riconciliazione» e il sacramento della riconciliazione. Il sacramento della Penitenza fu istituito da Cristo quando disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). Egli ha dato questo potere agli apostoli nel cenacolo, dopo la risurrezione, con riferimento alla sua morte di croce. Il sacramento della Penitenza racchiude in sé la
potenza salvifica della croce di Cristo e della risurrezione. Cristo dice: «a chi rimetterete i peccati saranno rimessi...». Leggiamo in relazione a ciò nell'esortazione apostolica «Reconciliatio et Paenitentia» 8n. 31): «Il sacramento della Penitenza... è una specie di azione giudiziaria; ma questa si svolge presso un tribunale di misericordia, più che di stretta e rigorosa giustizia... il peccatore vi svela i suoi peccati e la sua condizione di creatura soggetta al peccato; si impegna a rinunciare e a combattere il peccato; accetta la pena (penitenza sacramentale) che il confessore gli impone e ne riceve l'assoluzione». L'azione del sacramento della Penitenza - prosegue poi l'esortazione - ha pure un carattere «terapeutico o medicinale».
[Angelus, 9 marzo 1986]
 
 
 
19 marzo
 
«L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea chiamata Nazaret, a una Vergine, sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27).
Nel racconto dell'Annunciazione, accanto alla Vergine santissima compare il suo sposo, Giuseppe, il grande santo che proprio oggi veneriamo. Come riesce spontaneo e naturale il ricordo della sua mite figura! Il mio pensiero corre ai lunghi anni che Gesù trascorse nel seno della sua famiglia, accanto a Maria e a Giuseppe.
I Vangeli - è vero - sono molto sobri nel parlarci di questo periodo della vita del Salvatore. Quel poco che essi ci dicono ci offre tuttavia una luce di straordinaria intensità. Il Figlio di Dio ha voluto far suo il nostro cammino umano, la nostra storia, la nostra crescita umana, fisica e spirituale. Accanto a Gesù, ecco la dolce figura di Maria, la sua e nostra Madre, ecco la rassicurante presenza di Giuseppe, l'uomo «giusto» (Mt 1,19), che in operoso silenzio provvede alle necessità dell'intera famiglia. Oggi, 19 marzo, è soprattutto su di lui che sosta l'occhio del cuore, per ammirarne le doti di riservatezza e di disponibilità, di laboriosità e di coraggio, che ne circondano la mite figura di un alone di accattivante simpatia. Tutta la tradizione ha visto in san Giuseppe il patrono e il protettore della comunità dei credenti; la sua potente intercessione accompagna e protegge il cammino della Chiesa nel corso della storia. Egli la difende dai pericoli, la sostiene nelle lotte e nelle sofferenze, le indica il cammino, le ottiene conforti e consolazioni. Abbiamo confidenza in questo santo così grande e così umile. Partecipe com'egli è del mistero di Maria e del suo Figlio divino, egli ci guiderà dolcemente e sicuramente alla comprensione di questo mistero di salvezza, e porterà a compimento quanto di più bello – alla luce di Dio - il nostro cuore desidera.  San Giuseppe, con l'esempio della sua vita, parla anche a noi e ci invita a testimoniare nel mondo il nostro amore a Cristo, la nostra onestà e coerenza, il nostro impegno per costruire una società più giusta e più umana.
[Angelus, 19 marzo 1986]
 
 
20 marzo
 
«Miserere mei Deus...».
Nel corso della Quaresima la meditazione fa spesso riferimento a quelle parole del Salmo, nelle quali la verità sul peccato e sulla conversione a Dio trova la sua piena manifestazione. E' la verità della fede, la verità del pensare, e, ancor più, la verità della coscienza: «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; / nella tua grande bontà cancella il mio peccato. / Lavami da tutte le mie colpe, / mondami dal mio peccato» (Sal 50,3-4).  L'uomo si incontra con Dio mediante la verità della coscienza
quando confessa il suo peccato. La grazia della conversione lo conduce di nuovo a Dio, che Cristo ha rivelato come Padre: è il Padre di ciascuno dei figli prodighi. Quando un peccatore si rivolge a Lui con una vera conversione, quando si presenta a Lui con un vero atto di dolore per i peccati, allora il Padre lo accoglie sotto il tetto della casa paterna: lo accoglie nella comunione di quell'amore, che ha rivelato ai suoi figli. Infatti «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
[Angelus, 16 marzo 1986]
 
 
21 marzo
 
«Miserere mei Deus...».
La nostra riflessione quaresimale si rivolge al sacramento della riconciliazione, col quale l'uomo pentito - dopo l'accusa dei peccati - ne ottiene la remissione. Solo Dio può rimettere i peccati, perché Egli è Amore. Amore! Mediante la croce di Cristo, in cui proprio questo Amore si manifesta definitivamente, l'uomo, da figlio prodigo qual era, «diventa giustizia di Dio». Viene liberato dal peccato, giustificato, viene fatto ritornare alla giustizia di Dio mediante l'amore. E' veramente inscrutabile quell'incontro col Dio vivente che l'uomo sperimenta nel sacramento della penitenza.
Questo incontro è sorgente di profonda gioia spirituale. Grida il salmista: «Rendimi la gioia...» (Sal 50,14). Infatti il peccato che grava sull'uomo è la sorgente di tristezza e di abbattimento. «Rendimi la gioia di essere salvato». Questa gioia viene restituita dalla grazia del sacramento della riconciliazione con Dio.  La grazia genera nell'uomo anche la prontezza nel soddisfare a Dio e agli uomini. Perciò il salmista prega: «Sostieni in me un animo generoso» (cfr. Sal 50,14). L'uomo interiormente rinnovato è tanto più pronto a fare il bene quanto più, prima, il peccato lo ha legato al male. E' pronto a sopportarne i sacrifici. La grazia del sacramento della penitenza non solo «interrompe» in noi la presenza del peccato, ma veramente «rinnova la potenza dello spirito»: sprigiona le nuove energie di ciò che è buono.  Preghiamo la Madre di Dio, perché in ciascuno di noi il sacramento della penitenza si congiunga alla prontezza della riparazione. Vincendo il male col bene, partecipiamo sempre più pienamente al mistero della Pasqua di Cristo.  
[Angelus, 16 marzo 1986]
 
22 marzo
 
Ricordati di santificare il giorno del Signore.
La Bibbia lo pone in connessione con l'opera creatrice di Dio (cfr. Es 20,11). Lo "shabbat", il religioso riposo a cui l'uomo è chiamato, è l'eco dello "shabbat" di Dio dopo i giorni della creazione. Il settimo giorno Jahwè contemplò con occhio ammirato e gioioso il capolavoro delle sue mani. L'intera creazione e l'uomo che ne era il vertice furono come avvolti da quello sguardo amorevole: ne sentirono il tepore, godendone come un bimbo gioisce del sorriso della madre. La verità spirituale del sabato biblico si compie nella domenica cristiana, giorno della Risurrezione di Cristo, "giorno del Signore" per eccellenza, in cui la vita ha trionfato sulla morte, ponendo il germe della nuova creazione. La celebrazione della domenica, pertanto, annuncia tale evento. Essa risponde per i credenti non soltanto al dovere della preghiera, che in realtà deve fiorire in ogni ora della giornata lungo tutto l'arco della vita, ma ad una esigenza che potremmo dire di prolungata intimità col Signore. La domenica è il giorno riservato all'incontro speciale del Padre coi suoi figli, è il momento dell'intimità tra Cristo e la Chiesa sua sposa. L'obbligo di partecipare alla Messa domenicale si comprende alla luce di questa profonda esperienza spirituale e religiosa.
[Angelus, 28 marzo 1993]
 
 
 
 
23 marzo
 
La preghiera dell'"Angelus" ci svela la sua profondità eucaristica. Cristo, nel Sacrificio dell'altare, sotto le specie del pane e del vino ci dà come cibo il Corpo e Sangue, che per opera dello Spirito Santo gli ha dato sua Madre, Maria.
Dio Padre, scegliendo Maria come Madre del suo Figlio unigenito, l'ha unita in modo particolare con l'Eucaristia. Maria, insegnaci a comprendere sempre più pienamente questo grande mistero della fede, affinché con gioia e gratitudine accogliamo sempre l'invito del tuo Figlio: "Prendete e mangiatene, questo è il mio Corpo. Prendete e bevetene, questo è il mio Sangue". "Ti salutiamo, Pane angelico,ti adoriamo in questo Sacramento. Ave, Gesù, Figlio di Maria, nella santa Ostia sei il vero Dio".
Che il mistero dell'Eucaristia pervada tutta la vostra vita. Che dall'Eucaristia attinga forza il vostro amore per Dio e per i fratelli, che s'accenda la vostra fede e si rafforzi la vostra speranza. Lodando la presenza di Cristo nell'Eucaristia, rendiamo anche grazie a Dio per il dono del sacerdozio. Il sacerdozio e l'Eucaristia sono uniti indissolubilmente tra loro. Il sacerdote è ministro dell'Eucaristia. Nella comunità della Chiesa è lui ad adempiere in modo particolare l'esortazione di Cristo: "Fate questo in memoria di me". Innestato nel Cristo-Sacerdote per mezzo del sacramento dell'Ordine, con la potenza di Lui celebra il Sacrifico eucaristico. Non c'è sacerdozio senza Eucaristia. Non c'è Sacrificio eucaristico senza sacerdozio. La preghiera dell'"Angelus", che reciteremo tra un istante, diventi dunque anche rendimento di grazie per il dono del sacerdozio e una grande supplica per le nuove vocazioni.
[Angelus, 1 giugno 1997]
 
24 marzo
 
…Ci rivolgiamo con il pensiero a Maria, recitando l'"Angelus". Tutti conosciamo questa preghiera. Sappiamo che ci ricorda la scena dell'Annunciazione. "L'angelo del Signore recò l'annuncio a Maria ed ella concepì per opera dello Spirito Santo". Il momento dell'annuncio è anche l'istante del concepimento verginale del Figlio di Dio. Così, dunque, questa preghiera mariana, che recitiamo tre volte durante la giornata, ci ricorda questo grande mistero dell'Incarnazione. "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te... Benedetta tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo grembo" (Lc 1, 28.42). [Vi è] … un particolare nesso tra il mistero dell'Incarnazione e l'Eucaristia. "Il Verbo si fece carne ed abitò tra noi", ripetiamo nella preghiera dell'"Angelus". E' proprio questa carne a diventare Eucaristia, quando il sacerdote pronunzia sopra il pane e il vino le parole, che Cristo pronunziò nel Cenacolo: "Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi". Corpo e Sangue. "Questo è il mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti. Fate questo in memoria di me!" (cfr 1 Cor 11, 24-25). Questo mirabile legame tra il mistero del Verbo Incarnato e l'Eucaristia viene espresso in modo molto bello da un canto eucaristico polacco:
"Ti salutiamo, Ostia viva,
in cui Gesù Cristo cela la divinità.
Ave, Gesù, Figlio di Maria,
nella santa Ostia sei il vero Dio".
[Angelus, 1 giugno 1997]
 
 
25 marzo
 
Oggi siamo invitati a rallegrarci, come un tempo Maria al momento dell'annunciazione. A lei per prima l'angelo rivolse l'invito: «Kàire», «Rallegrati» (Lc 1,28) e Maria poté sperimentare tutta la gioia che le veniva offerta perché seppe cooperare pienamente con Dio, compiendo fino in fondo la missione che le era stata affidata. Ringraziando Maria di essere stata perfetta cooperatrice di Dio, le chiediamo di aiutare anche noi a seguire questa via. E poiché si avvicina la data del Sinodo sulla formazione sacerdotale, noi l'imploriamo affinché, grazie anche a tale evento ecclesiale, coloro che sono chiamati al sacerdozio siano formati all'impegnativo compito di cooperatori di Dio. Il sacerdote infatti è chiamato a vivere in modo particolarmente intenso questa cooperazione. San Paolo era consapevole di ciò quando scriveva: «Noi siamo i cooperatori di Dio (1Cor 3,9). Egli sottolineava il dovere di fedeltà che ne derivava. Si considerava come amministratore dell'opera divina, un amministratore che doveva gestire quest'opera secondo le intenzioni di Dio con completa docilità, ma che s'impegnava anche personalmente in essa, unendo la sua azione all'azione divina. Nella cooperazione egli utilizzava tutte le risorse e tutte le qualità di cui disponeva. Cristo ha voluto, nella sua Chiesa, cooperatori con la
responsabilità di pastori, collaboratori che impieghino tutte le loro forze nel servizio per il regno da lui fondato sulla terra.
[Angelus, 25 marzo 1990]
 
26 marzo
 
Vogliamo continuare a riflettere su: «Maria e il soffrire umano».
In Maria, in modo unico, si rivela il mistero salvifico della sofferenza, e il significato e l'ampiezza della solidarietà umana. Perché la Vergine non soffrì per sé, essendo la tutta bella, la sempre immacolata: soffrì per noi, in quanto è la madre di tutti. Come Cristo «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4), così anche lei fu gravata come da dolori da parto per un'immensa maternità che ci rigenera a Dio. La sofferenza di Maria, nuova Eva, accanto al nuovo Adamo, Cristo, fu e rimane la via regale della riconciliazione del mondo. «Rallegrati, Gerusalemme! Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza!». Nella figura della Vergine Madre, segnata dal dolore per la infedeltà dei figli, ma invitata ad esultare di gioia in vista della loro redenzione, si inserisce il nostro dolore: anche noi possiamo diventare «una particella dell'infinito tesoro della redenzione del mondo» («Salvifici Doloris», 27), perché altri possano condividere questo tesoro e giungere alla pienezza della gioia che esso ci ha meritato.
[Angelus, 1 aprile 1984]
 
27 marzo
 
Tutta la Quaresima è orientata verso la Pasqua. Il suo cammino deve vederci tutti impegnati. La meta verso cui ci si muove consiste, in definitiva, nella purificazione del cuore da tutto ciò che lo allontana da Dio e gli impedisce di realizzare meglio il primo comandamento: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Mc 12,30).  Ciascuno di noi è quindi invitato a chiedersi in che modo gli sia possibile vivere di un amore che offre tutto a Dio. I primi ad essere chiamati a questa conversione del cuore sono i sacerdoti: essi hanno la missione di incoraggiare gli uomini a convertirsi, e possono compiere tale missione solo se essi stessi sono profondamente convertiti, ossia tesi verso Dio con tutto il loro cuore e con tutte le loro forze. Tocchiamo qui un elemento fondamentale di quella formazione sacerdotale, di cui tratterà il Sinodo. Il sacerdote è l'uomo di Dio, colui che appartiene a Dio e fa pensare a Dio. Quando la Lettera agli
Ebrei parla di Cristo, lo presenta come un «sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio» (Eb 2,17). Questo riferimento a Dio e alle cose che lo riguardano si ritrova nella definizione di ogni sacerdote. Il sacerdote è incaricato delle relazioni dell'umanità con Dio: egli è perciò costituzionalmente rivolto verso Dio, per far giungere a Dio le offerte umane e per condurre tutto il popolo dei credenti a rendere omaggio a Dio. I cristiani sperano di trovare nel sacerdote non solo un uomo che li accoglie, che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera simpatia, ma anche e soprattutto un uomo che li aiuta a guardare a Dio, a salire verso di lui.
[Angelus, 4 marzo 1990]
 
28 marzo
 
La Quaresima è un tempo di preghiera. E' vero che la preghiera deve avere sempre il suo posto nella nostra vita, in tutte le epoche dell'anno, ma i quaranta giorni che precedono il mistero pasquale ci invita a una preghiera più intensa e più assidua.  Quando Gesù passò quaranta giorni nel deserto, si dedicò alla preghiera. Nella solitudine si raccolse totalmente alla presenza del Padre; lo contemplò, dialogando con lui; gli affidò la sua missione. I quaranta giorni di preghiera, che precedettero la sua attività di predicazione, sono una lezione per tutti, ma in particolare per il sacerdote. Egli non è soltanto l'uomo d'azione che si dedica al bene di coloro che gli sono affidati; è prima di tutto l'uomo della preghiera. Egli è l’uomo di Dio: essere uomo di Dio significa essere uomo di preghiera. Per il sacerdote, la preghiera è un'esigenza che scaturisce tanto dalla sua vita personale quanto dal ministero apostolico. Il sacerdote ha bisogno della preghiera perché la sua possa essere, come deve, una vita essenzialmente donata a Cristo. Non è possibile appartenere a Cristo con tutta la propria esistenza, senza intrattenere con lui profonde relazioni personali che si esprimano nel dialogo della preghiera, senza volgere costantemente lo sguardo verso di lui, per vivere in comunione con lui. Il sacerdote è chiamato a pregare per coloro ai quali è inviato: deve ad essi il servizio della preghiera, mediante la quale può ottenere loro numerose grazie.  
[Angelus, 11 marzo 1990]
 
29 marzo
 
In questo tempo di Quaresima siamo invitati a riflettere, rientrando in noi stessi per cogliere meglio il senso del nostro destino. Si tratta di pensare alle cose veramente essenziali della nostra esistenza. Il nostro sguardo, infatti, e con esso il nostro pensiero, sono spesso attratti dalle cose visibili che ci circondano, così che noi rischiamo di fermarci solo alle nostre necessità più immediate, trascurando di interrogarci sullo scopo ultimo della nostra vita. Ma tale scopo è importante, perché dal suo conseguimento dipende l'esito della nostra vicenda terrena.
Per scoprire con sicura chiarezza questo scopo, dobbiamo abbandonare i nostri pensieri troppo superficiali, per fare spazio in noi alla sapienza divina. Già l'Antico Testamento raccomandava la ricerca della Sapienza, che è dono divino, ma che «si lascia trovare da quelli che la cercano» (Sap 6,12). Cristo, poi, ci ha fatto capire di essere lui stesso la Sapienza venuta a istruire l'umanità. Questa Sapienza deve animare il pensiero del sacerdote ed orientarne l'insegnamento e l'azione. In particolare, il sacerdote ha il compito di ricordare ai suoi fratelli il senso ultimo della vita, per orientarli nella vera prospettiva della loro esistenza. Egli deve essere animato di buonsenso e più precisamente di buonsenso soprannaturale, per saper superare nella luce della grazia le vedute troppo strette dei ragionamenti puramente umani. Riconducendo lo sguardo verso Dio, il sacerdote aiuta coloro che incontra a realizzare il pieno sviluppo della loro personalità umana e cristiana.
[Angelus, 18 marzo 1990]
 
30 marzo
 
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16).
L'uomo del nostro tempo sente il bisogno di questo annuncio? A prima vista sembrerebbe di no giacché, soprattutto nelle espressioni pubbliche e in una certa cultura dominante, emerge l'immagine di una umanità che fa volentieri a meno di Dio, rivendicando un'assoluta libertà anche contro la legge morale.
Ma quando si guarda da vicino la realtà di ciascuna persona, costretta a fare i conti con la propria fragilità e la propria solitudine, ci si accorge che, più di quanto non si creda, gli animi sono dominati dall'angoscia, dall'ansia per il futuro, dalla paura della malattia e della morte. Il cristianesimo non offre consolazioni a buon mercato, esigente com'è nel richiedere una fede autentica e una vita morale rigorosa. Ma ci dà motivo di speranza additandoci Dio come Padre ricco di misericordia, che ci ha donato il Figlio, mostrandoci così il suo immenso amore.
[Angelus, 9 marzo 1997]
 
 
31 marzo
 
E' ora di tornare a Dio! Sì, carissimi Fratelli e Sorelle, il mondo ha bisogno di Dio, spesso così poco creduto e adorato, così poco amato e obbedito. Egli non tace, ma chiede l'umile silenzio dell'ascolto. Il suo infinito rispetto per la nostra libertà non è debolezza: Egli ci tratta da figli. Lasciamo che la sua parola tocchi il nostro cuore. Egli è la speranza dell'uomo ed il fondamento della sua autentica dignità. Alla prova dei fatti, si è dimostrata cieca ogni ideologia che ha voluto porre l'uomo in alternativa a Dio, la creatura al Creatore, «Senza il Creatore - ammonisce il Concilio – la creatura svanisce» (Gaudium et Spes, 36). Certo, è giusto e doveroso affermare e difendere i «diritti dell'uomo»; ma prima ancora occorre riconoscere e rispettare i «diritti di Dio». Trascurando questi, si rischia, oltretutto, di vanificare anche quelli: «Se manca il fondamento divino e la speranza della vita eterna - afferma ancora il Concilio - la dignità umana viene lesa in maniera assai grave» (Ibid. 21). «E' ora di tornare a Dio!». A chi non ha ancora la gioia della fede, è chiesto il coraggio di cercarla con fiducia, perseveranza e disponibilità. A chi ha già la grazia di possederla, è domandato di apprezzarla come il tesoro più prezioso della sua esistenza, vivendola fino in fondo e testimoniandola con passione. Di fede, di fede autentica e profonda ha sete il nostro mondo, perché solo Dio può soddisfare appieno le aspirazioni del cuore umano. Bisogna tornare a Dio: riconoscere e rispettare i diritti di Dio! Chiediamo alla Vergine Santa questa rinnovata consapevolezza. La sua presenza ammonitrice e materna tante volte si è fatta sentire, anche nel nostro secolo: sembra quasi che ella voglia avvertirci dei pericoli che incombono sull'umanità. Alla forza oscura del male, Maria ci chiede di rispondere con le pacifiche armi della preghiera, del digiuno, della carità: ci addita Cristo, ci porta a Cristo. Non deludiamo le attese del suo cuore di Madre.
[Angelus, 7 marzo 1993]
 
 

 

 
1 aprile
 
Durante tutto il periodo pasquale, la Chiesa non cessa di invitarci a partecipare alla gioia di Maria, madre del Signore risorto. La sua gioia concentra in sé tutto ciò, di cui gioisce la Chiesa: ogni bene della natura e della grazia, il bene che si manifesta nelle opere del pensiero umano e dell’arte, e soprattutto il bene che fruttifica nelle coscienze e nei cuori di tutti gli uomini. In ogni aspetto di tale bene è presente il mistero pasquale, in ognuno di essi “la vita vince la morte”, e la risurrezione di nostro Signore vi imprime la sua durevole traccia. La Chiesa gioisce in mezzo alle sofferenze, che non mancano mai nella sua vita, e in mezzo alle fatiche e alle minacce, tra cui si sviluppa l’opera del Vangelo in tutta la terra. Lo testimoniano gli Atti degli Apostoli, che in questo periodo pasquale costituiscono una particolare fonte per le letture liturgiche del Popolo di Dio. Questa più antica registrazione degli avvenimenti della vita della Chiesa apostolica coglie il mistero pasquale, che si riflette nelle fatiche dei primi testimoni di Cristo sulle vie del mondo.
[Regina Coeli, 27 aprile 1980]
 
2 aprile
 
Lo Spirito Santo è l’autore della nostra santificazione: Egli trasforma l’uomo nel suo intimo, lo divinizza, lo rende partecipe della natura divina (cf. 2Pt 1,4), come il fuoco rende incandescente il metallo, come l’acqua sorgiva disseta: “fons vivus, ignis, caritas”. La grazia è comunicata dallo Spirito Santo per il tramite dei sacramenti, che accompagnano l’uomo durante tutto l’arco della sua esistenza. E, mediante la grazia, Egli diventa il dolce ospite dell’anima: “dulcis hospes animae”: inabita nel nostro cuore; è l’animatore delle energie segrete, delle scelte coraggiose, della fedeltà incrollabile. Egli ci fa vivere nell’abbondanza della vita: della stessa vita divina.
E proprio per questa sollecitudine circa l’abbondanza della vita Cristo rivela se stesso come Buon Pastore delle anime umane: Pastore che prevede l’avvenire definitivo dell’uomo in Dio; Pastore che conosce le sue pecore (cf. Gv 10,14) fino al fondo stesso della verità interiore dell’uomo, il quale può parlare di se stesso con le parole di sant’Agostino: “Inquieto è il mio cuore, finché non riposi in Te” (cf. S. Agostino, Confessiones I, 1).
[Regina Coeli, 10 mnaggio 1981]
 
3 aprile
 
Gesù ha detto agli apostoli: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,21). Queste parole ha pronunciato Cristo la sera del primo giorno dopo il sabato. Furono le prime, che gli apostoli sentirono dalla bocca del Risorto. In queste parole Cristo si è manifestato come il Buon Pastore ed insieme come il Principe dei Pastori. È il Buon Pastore, perché dice: “Ricevete lo Spirito Santo”, l’invisibile cibo e rafforzamento delle anime. È il Principe dei Pastori, perché dice: “Anch’io mando voi...”.  Nella domenica odierna la Chiesa prega in particolare per le vocazioni sacerdotali. Seguendo le indicazioni del suo Maestro prega il Signore della messe perché mandi operai per la sua messe” (cf. Mt 9,38; Lc 10,2).
Ritornando al cenacolo il giorno della risurrezione, la Chiesa prega perché il Buon Pastore mandi e continui a mandare le nuove schiere dei suoi discepoli in questa missione, che egli stesso ha ricevuto dal Padre.
La Chiesa prega:
– perché a molti cuori giovani giunga questo invito: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23);
– perché nella potenza dello Spirito Santo nascano, tra tutti i popoli e le nazioni del globo terrestre, i servi di Cristo e gli amministratori dei misteri di Dio.
[Regina Coeli, 2 maggio 1982]
 
4 aprile
 
“Siano benedette tutte le anime, che obbediscono alla chiamata dell’eterno Amore!
Siano benedetti tutti coloro che, giorno dopo giorno, con inesausta generosità accolgono il tuo invito, o Madre, a fare quello che dice il tuo figlio Gesù (cf. Gv 2,5) e danno alla Chiesa e al mondo una serena testimonianza di vita ispirata al Vangelo.
Sii benedetta sopra ogni cosa tu, Serva del Signore, che nel modo più pieno obbedisci alla divina chiamata! Sii salutata tu, che sei interamente unita alla consacrazione redentrice del tuo Figlio! Madre della Chiesa! Illumina il Popolo di Dio sulle vie della fede, della speranza e della carità! Aiutaci a vivere con tutta la verità della consacrazione di Cristo per l’intera famiglia umana del mondo contemporaneo. Affidandoti, o Madre, il mondo, tutti gli uomini e tutti i popoli, ti affidiamo anche la stessa consacrazione per il mondo, mettendola nel tuo Cuore materno. Oh, Cuore Immacolato! Aiutaci a vincere la minaccia del male, che così facilmente si radica nei cuori degli stessi uomini d’oggi e che nei suoi effetti incommensurabili già grava sulla nostra contemporaneità e sembra chiudere le vie verso il futuro!”.
[Regina Coeli, 16 maggio 1982]
 
5 aprile
 
La gioia spirituale della Pasqua, che pervade in questi giorni il nostro spirito, trae la sua ragione da questa profonda verità: Cristo è risorto. Ed in Lui anche noi siamo risorti, passando dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà dell' amore. Le suggestive celebrazioni del Triduo Santo ci hanno fatto rivivere questo mistero sconvolgente che ha trovato sul Calvario il suo epilogo drammatico. La solenne Veglia Pasquale ci ha, poi, permesso di partecipare al trionfo definitivo del Redentore sulla morte, riempiendo il nostro cuore di luce e di speranza.
Cristo è risorto! E' il grido della fede, che ha animato la testimonianza eroica di innumerevoli santi e martiri di tutti i tempi. E' il conforto dello spirito che ha sostenuto e continua a sostenere la tenace pazienza di numerose persone ammalate e sofferenti. E' il principio della vita nuova, della rinnovata rigenerazione dell'umanità. Cristo è risorto! E' la buona novella che la Chiesa proclama ed offre in dono a quanti sono alla ricerca della gioia, della vera felicità.
E' con noi Maria, testimone silenziosa della dolorosa passione del suo Figlio e fedele Madre degli Apostoli nel tempo della gioia pasquale. A Lei domandiamo, carissimi fratelli e sorelle, con la preghiera del "Regina Caeli", di vivere in pienezza questi giorni di grazia e di misericordia
[Regina Coeli, 20 aprile 1992]
6 aprile
 
"Pace a voi"! Gesù ci rivolge quest'augurio di speranza e di gioia. Ci dona la sua pace, mostrando i segni della dolorosa passione. E dalle sue mani trafitte, dal suo costato perforato sgorga per l'umanità intera il dono prezioso della pace e della divina misericordia. Egli rivela nel prodigio della sua risurrezione "il Dio dell'amore misericordioso, proprio perché ha accettato la croce come via alla risurrezione". Lo stesso Cristo - come ho avuto modo di scrivere nell'Enciclica Dives in misericordia - "al termine e, in certo senso, già oltre il termine, della sua missione messianica, rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella prospettiva ulteriore della storia della salvezza nella Chiesa, deve perennemente confermarsi più potente del peccato" (n. 8). Il Cristo pasquale è veramente "l'incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico-salvifico ed insieme escatologico" (ib.).
[Regina Coeli, 26 aprile 1992]
 
7 aprile
 
Regina del cielo, rallegrati! Cristo è veramente risorto, allelujia! L'invito alla gioia scandisce l'itinerario spirituale di Maria di Nazareth. La prima parola che le rivolge l'angelo Gabriele è chiara, cioè gioisci, rallegrati, esulta. Tale invito è l'eco degli annunci profetici alla Figlia di Sion: "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re" (Zc 9,9; cfr. So 3,14). Maria non è vista soltanto come persona singola, ma come rappresentante del popolo dell'antico patto, divenuta ormai tempio vivo della presenza regale del Signore. La descrizione del Messia che sta per nascere presenta già un tono pasquale: non è soltanto il Messia davidico (Lc 1,32), ma è lo stesso Figlio di Dio trascendente (Lc 1,35).
Maria accoglie l'invito alla gioia e lo esprime nel nobile inno del Magnificat: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio salvatore" (Lc 1,46-47). Tutto l'essere di Maria vibra di gioia profonda perché vede avverata in sé la legge storico-salvifica della bassezza-esaltazione nel mistero pasquale (Fil 2,6-11). Il culmine della gioia è da lei raggiunto quando vede adempiersi la promessa di Gesù: "Il Figlio dell'uomo... il terzo giorno risorgerà" (Mt 17,22-23). Tale esultanza della Madre del Risorto si prolungherà in tutta la Chiesa, coinvolgendo ognuno di noi.
[Regina Coeli, 3 maggio 1992]
 
8 aprile
 
"Gesù è risorto", annuncia l'angelo alle donne venute al sepolcro, "non è più qui". La vita ha vinto la morte. Anche se agli occhi dell'umana esperienza, essa sembra ancora vincitrice, Cristo, morendo e risorgendo, l'ha svuotata, per così dire, dall'interno. C'è bisogno di fede per aprirsi a questo meraviglioso e nuovo orizzonte. Lo dice Gesù all'apostolo Tommaso, assalito dal dubbio: "beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20,29). La fede non è illusione: essa è sguardo penetrante, che ci fa penetrare ad un livello più profondo della realtà. E' accoglienza della voce interiore dello Spirito di Dio, è fiducia ragionevolmente posta in una testimonianza storicamente fondata. Lasciamoci, dunque, raggiungere dal consolante messaggio della Pasqua ed avvolgere dal trionfo della sua luce, che dissipa le tenebre della paura e della tristezza. Gesù risorto cammina accanto a noi. Egli si rende, in qualche modo, sperimentabile a quanti lo invocano e lo amano. Oltre che nella preghiera, possiamo incontrarlo nei vari momenti della vita, se viviamo con fede e con amore. Luogo concreto dell'incontro con Cristo può essere pure la gioia semplice dello stare insieme, la cordialità dell'accoglienza, l'amicizia, il godimento della natura. Il lunedì dell'angelo, tradizionalmente caratterizzato dall'esperienza tonificante di un legittimo svago, serva a farci sperimentare questa presenza di Gesù risorto.
[Regina Coeli, 12 aprile 1993]
 
9 aprile
 
"E’ risorto!".
Questa parola - "Risorto" - era così difficile da dire, da esprimere, alla persona umana. Anche le donne che sono andate al sepolcro l'hanno trovato vuoto, ma non potevano dire: "E’ risorto", ma solo che il sepolcro era vuoto. L'Angelo dice di più: "non è qui, è risorto!" Questo lo poteva dire solamente l'Angelo, così come aveva potuto dire una volta a Maria: "concepirai un figlio, sarà figlio di Dio". Non era pensabile per la persona umana, un Dio-uomo, un Dio fattosi uomo. Doveva essere un Angelo inviato dal Padre per dire questo a Maria.
E’ interessante che al sepolcro, la domenica di Pasqua, vanno le donne, ma non va Maria. Uno scrittore polacco dice che probabilmente era molto affaticata dagli avvenimenti, dalle preghiere comuni, e nel momento in cui uscivano queste tre donne per andare al sepolcro, Maria non poteva andare insieme. Ma lo stesso scrittore aggiunge che lei certamente è la prima che ha ricevuto quella grande notizia. Lei per prima ha ricevuto l'annuncio dall'Angelo della Incarnazione e lei è anche la prima a ricevere l'annuncio della Risurrezione. Non parla di questo la Scrittura, ma è una convinzione basata sul fatto che Maria era la Madre di Cristo, Madre fedele, Madre prediletta, e che Cristo era il Figlio fedele a sua Madre. Cristo sapeva bene quanto la sua morte, la sua passione, è costata a sua Madre, non voleva lasciarla sola e così, sotto la Croce, ha pensato subito a dare a sua Madre un altro figlio, un figlio per proteggerla, per difenderla. Certamente lo stesso Cristo nel momento della Risurrezione pensava prima di dare questa notizia, questo annuncio, a sua Madre.
[Regina coeli, 4 aprile 1994]
 
10 aprile
 
"Pace a voi!". Ecco il saluto del Risorto. Sulle labbra di Gesù tale saluto va ben oltre la prospettiva e l'augurio di una pace esteriore, pur tanto necessaria. La pace recata da Gesù è la pienezza del dono pasquale. Cristo stesso è la nostra pace (cfr. Ef 2,14). Apparendo agli Apostoli dopo la risurrezione, Egli, l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (cfr. Gv 1,29), inaugura il tempo del grande perdono, offerto agli uomini attraverso il dono dello Spirito e i sacramenti della Chiesa: "A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi" (Gv 20,23). La pace donata dal Risorto è, così, il trionfo della Divina Misericordia. Che cosa infatti è la misericordia, se non l'amore sconfinato di Dio, che di fronte al peccato dell'uomo, frenando il sentimento di una severa giustizia, quasi si lascia intenerire dalla miseria della sua creatura, e si spinge fino al dono totale di sé, nella croce del Figlio? "O felice colpa che ci hai meritato un così grande Redentore!". Per cogliere la profondità di questo mistero, dobbiamo prendere sul serio la sconcertante rivelazione di Gesù: "Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione" (Lc 15,7).
[Regina Coeli, 10 aprile 1994]
11 aprile
 
"Pace a voi!". Ecco il saluto del Risorto.
Dio è veramente il Pastore che lascia le novantanove pecore per andare alla ricerca di quella smarrita (cfr. Lc 15,4-6); è il Padre sempre in attesa del figlio perduto (cfr. Lc 15,11-31). Chi può dire di essere senza peccato e di non aver bisogno della misericordia di Dio? Noi, uomini di questo nostro tempo così inquieto, oscillante tra il vuoto dell'auto-esaltazione e l'avvilimento della disperazione, abbiamo più che mai bisogno di una rigenerante esperienza di misericordia. Dobbiamo imparare a ripetere a Dio, con fiducia e semplicità di figli: "Grande è il nostro peccato, ma più grande è il tuo amore!" Aprendoci alla misericordia, non intendiamo certo trarne motivo per adagiarci nella mediocrità e nel peccato, ma al contrario ci sentiamo rianimati a propositi di vita nuova. O Maria, Madre di misericordia! Tu conosci come nessun altro il cuore del tuo Figlio divino. Instillaci nei confronti di Gesù la confidenza filiale vissuta dai Santi, quella confidenza che animò la Beata Faustina Kowalska, grande apostola della Divina Misericordia nel nostro tempo.
[Regina Coeli, 10 aprile 1994]
 
12 aprile
 
Regina del cielo, rallegrati!
La Chiesa nell'invitare la Madre di Cristo alla gioia ha in mente le parole pronunciate dal Signore nel cenacolo, alla vigilia della sua passione. Disse Gesù: "La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora - diceva Gesù agli Apostoli - siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia" (Gv 16,21-23). La Chiesa che, dopo gli Apostoli, ha fatto sue queste parole di Cristo, le rivolge durante il tempo di Pasqua prima di tutto a Colei che ha messo al mondo il Salvatore: "Regina del cielo, rallegrati!". Parole che esprimono la gioia materna della Chiesa, la quale esulta insieme alla Madre del suo Signore, con la stessa gioia, la gioia della vita, che si è rivelata nella risurrezione e che perdura in eterno in Dio. Tra l'immagine della madre che dà alla luce il figlio e quella del buon Pastore che offre la vita per le sue pecore (cfr. Gv 10,11) esiste un profondo legame. Chi dà la vita nell'amore, la riceve di nuovo. L'amore infatti è forte come la morte (cfr. Ct 8,6). Ecco perché la verità sulla risurrezione si esprime anche attraverso il mistero del grano che cade in terra e muore per produrre il frutto (cfr. Gv 12,24).
[Regina Coeli, 24 aprile 1994]
 
13 aprile
 
"Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso" (117[118],24).
Sconfiggendo la morte, Cristo ha fatto nuova ogni cosa (cfr. Ap 21,5). Dalla Pasqua scaturiscono per i credenti novità di vita, pace e gioia. La pace e la gioia della Pasqua però non sono solo per la Chiesa: sono per il mondo intero! La gioia è vittoria sulla paura, sulla violenza e sulla morte. La pace è l'opposto dell'angoscia. Salutando gli Apostoli spaventati e scoraggiati per la sua passione e morte, il Risorto dice: "Pace a voi!" (Gv 20,19). Quando Cristo appare a Giovanni sull'isola di Patmos, è ancora questo il suo invito: "Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi" (Ap 1,17-18). La Pasqua sconfigge la paura dell'uomo, perché dà l'unica vera risposta ad uno dei suoi più grandi problemi: la morte. Annunciando la Risurrezione di Gesù, la Chiesa vuole trasmettere all'umanità la fede nella risurrezione dei morti e nella vita eterna. L'annuncio cristiano è essenzialmente "vangelo della vita". "Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto, non è qui!" dice l'angelo alle donne recatesi al sepolcro di buon mattino. Con queste parole egli ci fa comprendere che quel "vuoto" è segno di una nuova presenza del Signore tra gli uomini; quella tomba aperta e priva del corpo di Gesù è testimonianza della vittoria della vita sulla morte.
[Regina Coeli, 23 aprile 1995]
 
14 aprile
 
La Liturgia ripete: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo!». L’alleluja della pasqua di risurrezione è recato dagli angeli. Gli angeli, dunque, sono al servizio dei disegni di Dio nei momenti fondamentali della storia della salvezza. Quali inviati di Dio, essi fungono da messaggeri della sua volontà redentrice. La loro presenza è vista dalla Scrittura e dall'ininterrotta fede ecclesiale come segno di uno speciale intervento della Provvidenza e come annuncio di realtà nuove, che portano con sé redenzione e salvezza.
L'annuncio pasquale, che il messaggero divino ha rivolto alle donne, viene ripetuto a ciascuno di noi dal nostro angelo custode: "Non temere! Apri il cuore a Cristo risorto". Ponendo accanto a noi il suo angelo, il Signore intende accompagnare ogni momento della nostra esistenza con il suo amore e con la sua protezione, perché possiamo combattere la buona battaglia della fede (cfr 1 Tm 6,12) e testimoniare senza timore e senza esitazione la nostra adesione a Lui, morto e risorto per la nostra redenzione. Invochiamo la Regina degli angeli e dei santi, affinché ci ottenga che, sorretti dal nostro angelo custode, sappiamo essere ogni giorno autentici testimoni della Pasqua del Signore.
[Regina Coeli, 31 marzo 1997]
 
15 aprile
 
"Pace a voi!" (Gv 20,19-21). Questo è il saluto del Signore risorto agli Apostoli.  Pace a voi! Era l'abituale saluto ebraico, ma sulle labbra di Gesù esso è riempito di un contenuto nuovo. Il Risorto si presenta come la sorgente della pace, di una pace che non è solo assenza di guerra, ma comunione piena con Dio e con i fratelli.
Possa questo saluto del Risorto echeggiare in ogni angolo della terra, in questo nostro tempo ancora così provato dalla violenza. Pace a voi! Non è soltanto un augurio, ma un dono. Gesù ci assicura che la pace è possibile, perché ce ne dà insieme il segreto e la forza. Egli viene a snidarci da quel pessimismo di comodo, che talvolta ci fa pensare che la guerra e la violenza siano ineluttabili, e ci fa arroccare dentro le nostre sicurezze e i nostri confini, quasi che la sofferenza dei fratelli lontani non ci appartenga, e si possa lecitamente abbandonarli al proprio destino. No, non è così! La pace offerta da Cristo è un compito che ci investe tutti, e ci impegna ad avere un cuore veramente "universale".
[Regina Coeli, 6 aprile 1997]
 
 
16 aprile
 
La pace offerta dal Cristo risorto è amore e misericordia. L'amore misericordioso di Dio rigenera ogni essere umano; è accogliendo il dono della misericordia del Signore risorto che è possibile costruire un mondo riconciliato, realmente aperto all'orizzonte della vita, della gioia piena e profonda in Dio Trinità. Dopo la Pasqua l'uomo non è più un essere per la morte, ma un essere per la vita. L'abisso della morte è stato annientato dall'esplosione di vita del Cristo risorto. Nell'icona orientale dell'anastasi, Gesù è raffigurato mentre solleva dal sepolcro Adamo ed Eva e li richiama alla vita. La glorificazione di Gesù è "premessa" e "promessa" della nostra glorificazione, purché non rifiutiamo il dono del suo amore misericordioso, grazie al quale possiamo partecipare alla festa della vita nel Cristo risorto. La Vergine Santa ci aiuti a far nostra la vita nuova del Figlio suo, accogliendo il dono della divina misericordia che ci rende costruttori di perdono, di riconciliazione e di pace. Ella ispiri a quanti hanno responsabilità di governo, nelle sedi nazionali e internazionali, il coraggio necessario per intervenire con tempestiva saggezza nelle situazioni difficili, prima che si giunga all'irreparabile, e altro sangue venga inutilmente versato.
[Regina Coeli, 6 aprile 1997]
 
17 aprile
 
Cristo, nostra Pasqua, è immolato….. «Perché cercate un vivo tra i morti?», dice un angelo alle donne che si erano recate al sepolcro (cfr Lc 24, 5). La stessa domanda, da quel giorno, percorre i secoli e giunge fino a noi.
L'Angelo ci invita a non cercare un vivo tra i morti. Possiamo raccogliere, da queste sue parole, due insegnamenti. Anzitutto, l'esortazione a non stancarci mai di cercare il Cristo risorto, che dona la vita in abbondanza a quanti lo incontrano. Trovare Cristo significa scoprire la pace del cuore, come conferma l'esperienza di tanti convertiti. Le stesse donne del Vangelo, dopo un iniziale timore, provano una grande gioia nel ritrovare vivo il Maestro (cfr Mt 28,8-9). Auguro a tutti di fare la medesima esperienza spirituale, accogliendo nel cuore, nelle case e nelle famiglie il lieto annuncio della Pasqua: "Cristo risorto più non muore, la morte non ha più potere su di Lui. Alleluja!" .
Ma vi è un secondo insegnamento, che possiamo trarre dalle parole dell'Angelo. Quando egli spinge le donne a non cercare "un vivo tra i morti", vuole farci capire che Cristo - il Vivente che risplende di gloria - può essere conosciuto dai suoi discepoli meglio ora che prima della passione e morte. Adesso, infatti, egli dona ai discepoli lo Spirito Santo, che può guidarli "alla verità tutta intera" (Gv 16,13). Lo Spirito, primo dono del Risorto ai credenti (cfr Gv 20,22), soccorre alla loro fragilità, portandoli a "conoscere compiutamente il mistero della redenzione e a predicare in tutta verità la regola della fede».
[Regina Coeli 13 aprile 1998]
 
18 aprile
 
"Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi" (Gv 20,22-23). Con queste parole, il Cristo risorto chiama gli Apostoli ad essere messaggeri e ministri del suo amore misericordioso e da quel giorno, di generazione in generazione, risuona nel cuore della Chiesa quest'annuncio di speranza per ogni credente. Beati coloro che aprono l'animo alla misericordia divina! L'amore misericordioso del Signore precede ed accompagna ogni azione evangelizzatrice e l'arricchisce di straordinari frutti di conversione e di rinnovamento spirituale.  Il cammino del popolo cristiano in ogni angolo della terra è segnato dall'azione costante della misericordia divina. Così nella prime comunità, così nei successivi sviluppi della Chiesa nei vari continenti.
Ella, che fu al centro della comunità apostolica come maestra di preghiera e di comunione, ottenga un'abbondante effusione dello Spirito Santo su tutte le Comunità cristiane sparse in ogni parte del continente asiatico. La Madonna, Madre della divina Misericordia, ci ottenga, altresì, di accogliere con animo aperto il dono dell'amore misericordioso che Cristo risorto offre a tutti i credenti, perché la sua misericordia e la sua pace segnino il presente ed il futuro dell'intera umanità.
[Regina coeli 19 aprile 1998]
 
19 aprile
 
Nel tempo liturgico della Pasqua, che va dalla Domenica di Risurrezione a quella di Pentecoste, risuona più frequente nell'assemblea dei credenti il canto gioioso dell'Alleluia. Esso è invito alla lode per la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Questo tempo è anche il periodo dell'anno nel quale facciamo memoria delle origini della Chiesa, riandando alle vicende del gruppo dei discepoli che, dopo aver incontrato Gesù risorto, ricevettero con potenza il suo Spirito e diventarono coraggiosi annunciatori del Vangelo nel mondo.
Mentre, leggendo il Libro degli Atti degli Apostoli, ripercorriamo i primi passi della Chiesa, (….) ci è detto che al centro della nascente Comunità apostolica vi è la presenza della Madre del Risorto: "Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù" (At 1,14).
Come sotto la croce, intimamente unita al sacrificio redentore di Cristo, così nel Cenacolo Maria è sua silenziosa testimone fra gli Apostoli. In un certo senso, essa è l'animatrice della loro fede e della loro preghiera. Li sostiene e li incoraggia, mentre invocano unanimi lo Spirito Santo promesso da Gesù. Quest'icona della prima Comunità orante in attesa della Pentecoste deve restare sempre dinanzi ai nostri occhi, specialmente in questo anno dedicato allo Spirito Santo, per sostenere il nostro itinerario di fede e di apostolato.
[Regina Coeli, 26 aprile 1998]
 
20 aprile
Nel tempo pasquale, i testi biblici della Liturgia mettono in risalto la presenza e l'azione dello Spirito Santo nella prima comunità cristiana. La Chiesa, fondata sulla testimonianza degli Apostoli, è guidata nel suo cammino attraverso i secoli dallo Spirito Santo, che la spinge sulle vie della missione incontro a tutte le nazioni ed a tutte le culture del pianeta. Ad esse non impone leggi o tradizioni umane, ma annuncia la Buona Notizia di Cristo Salvatore e il suo comandamento: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato" (cfr Gv 15,12), con grande rispetto per il loro patrimonio culturale e per il loro impegno religioso.
… Siamo invitati a meditare con maggiore attenzione su questa realtà, e soprattutto ad elevare una corale invocazione a Dio, perché mandi il suo Spirito a rinnovare la terra ed a confortare il suo popolo pellegrino nella storia.
Invochiamo l'intercessione di Maria, figura della Chiesa, sempre guidata dallo Spirito. La presenza di Maria nella Chiesa è pegno e garanzia del dono dello Spirito, che a Nazaret generò in Lei il Salvatore e a Pentecoste animò la Chiesa nascente, perché l'opera della Redenzione fosse propagata fino agli estremi confini della terra. A Lei affidiamo la missione dei credenti … insieme alle attese ed alle speranze dell'intera umanità.
[Regina Coeli, 17 maggio 1998]
 
21 aprile
 
L'annuncio "Cristo, mia speranza, è risorto!" continua a risuonare nella Liturgia del tempo pasquale. Si prolunga così e si dilata, nella Chiesa e nel cuore dei fedeli, il gaudio spirituale della Pasqua.
La risurrezione di Cristo costituisce l'evento più sconvolgente della storia umana. E quell'evento a tutti ha donato una nuova speranza: sperare, ora, non è più attendere che qualcosa avvenga. E' essere certi che qualcosa è avvenuto, perché "il Signore è risorto e vive immortale"! Per la prima volta le parole che proclamavano la Risurrezione furono pronunciate da un Angelo accanto alla tomba vuota di Cristo. Alle donne, recatesi al sepolcro all'alba del primo giorno dopo il sabato, egli disse: "Non è qui. E' risorto" (Mt 28, 5). Ed esse "con gioia grande corsero" (Mt 28, 8) a ripeterle ai discepoli. Per i discepoli, paurosi e sconfortati, l'annuncio del messaggero celeste, reso ancor più evidente dalle apparizioni del Risorto, offrì la conferma di quanto il Signore aveva preannunciato. Confortati da questa certezza e ripieni di Spirito Santo, essi percorreranno poi i sentieri del mondo per far risuonare il gioioso annuncio pasquale. Cristo, mia speranza, è risorto!", ripetiamo quest'oggi, invocando da lui il coraggio della fedeltà e la perseveranza nel bene. Invochiamo soprattutto la pace, dono che egli ci ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Affidiamo a Maria questa nostra accorata invocazione. "Regina del cielo", Tu che ti allieti perché "colui che portasti nel grembo è risorto", ottieni conforto e sostegno. Ottieni serenità e pace per tutto il mondo.
[Regina Coeli, 5 aprile 1999]
 
22 aprile
 
La gioia pasquale pervade ancora i nostri cuori. Dopo il tempo quaresimale, dopo le forti emozioni del Triduo Santo, sostiamo in meditazione davanti alla tomba vuota, attratti dal radioso mistero della risurrezione del Signore. La vita ha vinto la morte. C'è bisogno di fede per aprirsi a questo nuovo e meraviglioso orizzonte. Lasciamoci penetrare dai pensieri e dalle emozioni che vibrano nella sequenza pasquale: "Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto". Questa verità contrassegnò la vita degli Apostoli che, dopo la risurrezione, sentirono riaccendersi nell'animo la volontà di seguire il loro Maestro e, ricevuto lo Spirito Santo, andarono senza indugio ad annunziare a tutti quanto avevano personalmente visto e sperimentato.
Ancora una volta è risuonato per noi il confortante annuncio della risurrezione: "Cristo, mia speranza, è risorto!". Se Cristo è risuscitato, possiamo guardare con occhi e cuore nuovi ad ogni evento della nostra esistenza. E’ la liturgia pasuqale che ci fa ricordare le parole dell'angelo alle tre donne piangenti accanto alla tomba vuota. Esse, come ricorda il Vangelo, si recarono di buon mattino al sepolcro e là ricevettero da "un giovane... vestito d'una veste bianca" la notizia che ha cambiato il corso della storia: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E' risorto, non è qui» (cfr Mc 16,6). E' risorto. Ecco il centro della nostra fede. Testimone silenziosa di tutti questi eventi fu Maria. DomandiamoLe che aiuti anche noi ad accogliere in pienezza quest'annuncio pasquale.
[Regina Coeli, 24 aprile 2000]
 
23 aprile
 
"Non abbiate paura! - disse l’angelo alle donne - ... E’ risorto non è qui" (Mc 16,6). E aggiunse: "Ora andate"ad annunciare questa notizia agli Apostoli (cfr ivi).
Anche per noi hanno grande valore queste parole dell’angelo, che riascoltiamo sempre con intima emozione. Se infatti Cristo è risorto, tutto cambia e acquistano senso nuovo la vita e la storia.
La liturgia pasquale propone alla nostra meditazione la predicazione dell'apostolo Pietro alle folle di Gerusalemme. Essa è centrata su questo annuncio: "Gesù, Dio l'ha resuscitato e noi tutti ne siamo testimoni" (At 2,32). Con semplicità e chiarezza, Pietro afferma che il Cristo crocifisso è vivo, è risorto, e "tutti noi ne siamo testimoni". Da allora la Chiesa non ha cessato di proclamare questa stessa "buona novella". E’ urgente che tutti gli uomini conoscano e incontrino Cristo, crocifisso e risorto, e da Lui si lascino conquistare. A quanti l’accolgono Egli apre il cuore a quella gioia vera che rende nuova, bella e ricca di speranza l'umana esistenza.
Regina caeli, laetare, Alleluia! Del gaudio pasquale gioisce particolarmente Maria, la Madre di Cristo, che con Lui ha condiviso la dura prova della passione. Sia Maria a rendere sempre più viva la nostra fede nella resurrezione del Signore e a guidarci nell’impegno di testimoniare il lieto e fondamentale messaggio della Pasqua agli uomini e alle donne del terzo millennio.
[Regina Coeli, 21 aprile 2003]
24 aprile
 
Il canto del "Regina caeli" esprime la gioia di Maria per la resurrezione del suo divin Figlio. Maria diventa così modello della comunità cristiana, che si "rallegra" per la Pasqua del suo Signore, fonte di autentica gioia per tutti i credenti. E’ il Risorto, infatti, la sorgente e la ragione ultima di questo gaudio spirituale, che nessuna ombra può e deve offuscare. La liturgia del tempo di Pasqua lo ripete costantemente: "Cristo è risorto come aveva promesso". Così proclamiamo anche nel "Regina caeli", preghiera tanto cara alla pietà popolare. Consapevole di quest’evento salvifico, che ha cambiato il corso della storia, la Chiesa si associa a Colei che ha vissuto più da vicino la passione, la morte e la resurrezione di Gesù. E a Lei chiede di sostenere la propria fede: "Ora pro nobis Deum - Prega per noi il Signore".
Ciascuno di noi si soffermi accanto al sepolcro vuoto per meditare sul sommo prodigio della resurrezione di Cristo. La Vergine Maria, silenziosa testimone di questo mistero, ci confermi nell’adesione personale a Colui che è morto e risorto per la salvezza d’ogni essere umano. Ci sia maestra e guida nella fede; ci sostenga nei momenti del dubbio e della tentazione; ci ottenga quella serenità interiore che nessuna paura può scuotere, perché radicata nella certezza che Cristo è davvero risorto.
[Regina Coeli, 12 aprile 2004]                   
 
 
 
 
25 aprile
 
Il giorno della risurrezione il Signore, apparendo ai discepoli, li salutò così: "Pace a voi!", e mostrò le mani e il costato con i segni della passione. Otto giorni dopo, come leggiamo nell’odierna pagina evangelica, ritornò ad incontrarli nel Cenacolo e nuovamente disse: "Pace a voi!" (cfr Gv 20,19-26).
La pace è il dono per eccellenza di Cristo crocifisso e risorto, frutto della vittoria del suo amore sul peccato e sulla morte. Offrendo se stesso, immacolata vittima di espiazione sull’altare della Croce, Egli ha riversato sull’umanità l’onda benefica della Divina Misericordia.
Gesù, pertanto, è la nostra pace, perché è la manifestazione perfetta della Divina Misericordia. Egli infonde nel cuore umano, che è un abisso sempre esposto alla tentazione del male, l’amore misericordioso di Dio.
Il Signore invia anche noi a recare a tutti la sua pace, fondata sul perdono e sulla remissione dei peccati. Si tratta di un dono straordinario, che Egli ha voluto legare al Sacramento della penitenza e della riconciliazione. Quanto ha bisogno l’umanità di sperimentare l’efficacia della misericordia di Dio in questi tempi segnati da crescente incertezza e violenti conflitti!
Maria, Madre di Cristo nostra pace, che sul Calvario ha raccolto il suo testamento d’amore, ci aiuti a essere testimoni e apostoli della sua infinita misericordia.
[Regina Coeli, 18 aprile 2004]
 
26 aprile
 
 
Risuona ancora il gioioso Alleluja della Pasqua. La pagina del Vangelo di Giovanni sottolinea che il Risorto, la sera di quel giorno, apparve agli Apostoli e "mostrò loro le mani e il costato" (Gv 20,20), cioè i segni della dolorosa passione impressi in modo indelebile sul suo corpo anche dopo la risurrezione. Quelle piaghe gloriose, che otto giorni dopo fece toccare all’incredulo Tommaso, rivelano la misericordia di Dio, che "ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16).
Questo mistero di amore sta al centro del culto della Divina Misericordia.
All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. E’ amore che converte i cuori e dona la pace. Quanto bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia!
Signore, che con la tua morte e risurrezione riveli l’amore del Padre, noi crediamo in Te e con fiducia ti ripetiamo quest’oggi: Gesù, confido in Te, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
[Regina Coeli, 3 aprile 2005]
 
 
 
 
 
27 aprile
 
Dopo quaranta giorni dalla sua risurrezione, Egli fu elevato in alto sotto gli occhi dei discepoli e una nube lo sottrasse al loro sguardo (cfr At 1,9).
Quello dell'Ascensione di Gesù è un evento che ha lasciato un'impronta indelebile nella memoria dei primi discepoli, così che ne troviamo testimonianza nei Vangeli e nel Libro degli Atti degli Apostoli. Quaranta giorni dopo la sua risurrezione, Gesù condusse i suoi discepoli sul Monte degli Ulivi, "verso Betania", e, "mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo" (Lc 24,50-51). Naturalmente essi rimasero a guardare verso l'alto, ma furono subito richiamati da due angeli: "Perché state a guardare il cielo? Questo Gesù ... tornerà un giorno allo stesso modo "Come in cielo così in terra": queste parole, che ripetiamo ogni giorno nella preghiera del Padre nostro, esprimono bene la nuova condizione dei discepoli, trasformati dall'esperienza del mistero pasquale di Cristo. Essi sono al tempo stesso cittadini della terra e del cielo. Cristo, infatti, ha creato in se stesso il ponte tra cielo e terra: Egli è il Mediatore tra Dio e l'uomo, tra il Regno dei cieli e la storia del mondo. Uniti a Lui nel suo stesso Spirito, i credenti formano una comunità nuova, la Chiesa, la cui natura è al tempo stesso visibile e spirituale, pellegrinante nel mondo e partecipe della gloria celeste (cfr Lumen gentium, 8. 48-51).
Tra tutte le creature, Maria Santissima è stata più di ogni altra associata a questo mistero. Quale nuova Eva da cui è nato il nuovo Adamo, Ella indica la via del nostro impegno sulla terra; al tempo stesso, essendo stata assunta in cielo in anima e corpo, Ella ci invita a tendere verso la nostra vera patria, dove ci aspetta la pienezza della vita nell'amore di Dio Uno e Trino.
[Regina Coeli, 27 maggio 2001]
 
28 aprile
 
La Pentecoste è festa grande per la Chiesa ed anche per il mondo. A Gerusalemme, cinquanta giorni dopo la risurrezione di Cristo, sulla prima comunità dei suoi seguaci discese lo Spirito Santo manifestandosi col vigore del vento e del fuoco e diventando l'anima della Chiesa nascente, la sua forza, il segreto del suo cammino nei secoli.
Potrebbe essa esistere senza lo Spirito Santo, datore della vita, di ogni vita? La Bibbia ce lo presenta librato sulle acque della prima creazione (cfr. Gen 1,2), principio di esistenza per tutte le creature. Dalla sua speciale effusione nel giorno di Pentecoste prende vita anche la nuova creazione, la comunità dei salvati, redenti dal sangue di Cristo.
Vieni, Santo Spirito! Noi ti invochiamo per tutta la Chiesa: accresci la nostra fedeltà, consolida la nostra unità, infondi slancio alla nostra evangelizzazione.
Vieni, vieni Santo Spirito! Noi ti supplichiamo per il mondo. Mostrati "padre dei poveri" e "consolatore perfetto". Tocca i cuori, illumina le menti, suscita desideri e propositi di pace. Guardiamo alla Vergine Santa, che nel giorno di Pentecoste era nel Cenacolo, insieme con gli Apostoli. In Lei la forza dello Spirito Santo ha compiuto davvero cose grandi (Lc 1,49). Ella, Madre del Redentore, Madre della Chiesa, Madre dei sacerdoti, ottenga con la sua intercessione una rinnovata effusione dello Spirito di Dio sulla Chiesa e sul mondo.
 
 
 
29 aprile
 
L'evento straordinario della Pentecoste segna l'inizio della sua missione universale di evangelizzazione. L'evangelista Giovanni attesta che Cristo risorto, apparendo agli Apostoli nel cenacolo la sera stessa di Pasqua, "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi..." (Gv 20, 22-23). Cristo stesso chiese poi agli Undici di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l'effusione dello Spirito, che il Padre avrebbe mandato "dall'alto" (cfr Lc 24,49). L'evento verificatosi cinquanta giorni dopo la Pasqua è dunque il compimento del dono di Cristo morto, risorto e asceso al Padre; è il compimento del mistero pasquale. Come Giovanni ritrae Maria ai piedi della croce, così Luca ne registra la presenza nel Cenacolo il giorno di Pentecoste, in preghiera con gli Apostoli. Questa duplice icona esprime compiutamente il ruolo di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa, come insegna il Concilio Ecumenico Vaticano II (Lumen gentium, cap. VIII).
Maria è modello della Chiesa, che sa ascoltare in silenzio la parola d'amore di Dio ed invoca il dono dello Spirito Santo, fuoco divino che riscalda i cuori degli uomini ed illumina i loro passi sui sentieri della giustizia e della pace.
 
 
30 aprile
 
La solennità della Santissima Trinità presenta alla nostra orante contemplazione il mistero di Dio: Padre, Figlio, Spirito Santo. Nella Trinità si può scorgere il modello originario della famiglia umana, costituita da un uomo e da una donna chiamati a donarsi reciprocamente in una comunione d'amore aperta alla vita. Nella Trinità è anche il modello della famiglia ecclesiale, in cui tutti i cristiani sono chiamati a vivere rapporti di reale condivisione e solidarietà. E' l'amore il segno concreto della fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
La seconda Persona della Santissima Trinità, che si è incarnata e fatta uomo in Cristo, è presente tra noi nel sacramento dell'Eucaristia. E', questo, il tesoro più grande della Chiesa, che lo custodisce con immensa gratitudine ed amore.
[Angelus, 7 giugno 1998]
 
 

 

1 maggio
 
La Chiesa celebra oggi la memoria di san Giuseppe. San Giuseppe uomo di lavoro, san Giuseppe uomo di Dio, che fu provvidenzialmente posto al centro di due grandi vicende umane: la famiglia e il lavoro. San Giuseppe, “uomo giusto”, passò gran parte della sua vita faticando accanto al banco del carpentiere, in un umile borgo della Palestina. Una esistenza apparentemente non diversa da quella di molti altri uomini del suo tempo, impegnati come lui nello stesso duro lavoro. Eppure, un’esistenza così singolare e degna di ammirazione, da indurre la Chiesa a proporla come modello esemplare a tutti i lavoratori del mondo. Noi tutti siamo al centro di queste realtà, specialmente coloro che vivono in famiglia, nel matrimonio, e coloro che lavorano per sostenere la propria famiglia. Così, san Giuseppe diviene quasi il patrono della maggioranza degli uomini e dei cristiani, diventa il patrono del mondo dei laici. Il suo esempio ci dà una viva immagine di quello che potrebbe essere la vocazione cristiana della vita in famiglia e nell’ambiente di lavoro. Così, avendo dinanzi ai nostri occhi questa splendida e, nel contempo, tanto semplice e tanto umile figura di san Giuseppe, preghiamo oggi, in questa circostanza, per tutti gli uomini che vivono nella famiglia e che guadagnano con il loro lavoro, specialmente con il lavoro delle proprie braccia, come san Giuseppe.
[Regina coeli, 1 maggio 1980]
2 maggio
 
 Fin dai tempi apostolici i cristiani, contemplando Gesù “Signore della gloria” (cf. 1 Cor 2, 8), e approfondendo il mistero della sua persona - Figlio di Dio e, per Maria, Figlio dell’uomo - hanno compreso il ruolo essenziale di Maria nell’opera della salvezza. Poi, via via, riflettendo sull’indissolubile associazione della Madre agli eventi salvifici della vita, morte e risurrezione di Gesù, hanno assunto nei confronti di lei un atteggiamento di commosso stupore, di fidente ossequio, di amorosa venerazione. Come sappiamo, il mistero di Cristo in cui si radica la pietà mariana, per l’azione dello Spirito, è stato tradotto in parole e consegnato alla divina Scrittura come annuncio di salvezza ed è realizzato e celebrato nella sacra liturgia come evento di grazia.
Infatti quando si esamina la documentazione antica e la sacra tradizione, si rileva che la pietà mariana ha la sua origine nella meditazione della Bibbia e nella celebrazione dei divini Misteri. Questa lieta constatazione si volge spontaneamente, cari fratelli e sorelle, in trepido augurio: che la nostra pietà verso la Madre di Gesù rimanga sempre ancorata a questa duplice, genuina, freschissima fonte: la Parola di Dio e la santa liturgia.
[Angelus, 5 febbraio 1984]
 
3 maggio
 
Maria, figlia d’Israele, tu hai proclamato la misericordia; offerta agli uomini, di epoca in epoca, mediante l’amore benevolo del Padre.
Maria, Vergine santa, serva del Signore, tu hai portato nel tuo seno il frutto prezioso della misericordia divina.
Maria, tu che hai custodito nel tuo cuore le Parole della salvezza, testimoni dinanzi al mondo l’assoluta fedeltà di Dio al suo amore.
Maria, tu che hai seguito tuo Figlio Gesù fino ai piedi della croce, nel “fiat” del tuo cuore di madre, hai aderito senza riserve al sacrificio redentore.
Maria, Madre di misericordia, mostra ai tuoi figli il cuore di Gesù, che hai visto aperto, per essere per sempre fonte di vita.
Maria, presente in mezzo ai discepoli, tu ci avvicini all’amore vivificante di tuo Figlio risorto.
Maria, Madre attenta ai pericoli e alle prove dei fratelli di tuo Figlio, non cessi di condurli sul cammino della salvezza.
Maria, tu che hai mostrato il cuore di tuo Figlio, donaci di seguire il tuo esempio di umile fedeltà al suo amore.
[Angelus, 5 ottobre 1986]
 
4 maggio
 
La nostra attenzione è attirata dalla scelta di colui che allora fu chiamato a diventare il figlio di Maria. Giovanni era un sacerdote! Poco prima del dramma del Calvario, egli aveva ricevuto il potere di celebrare l'Eucaristia in nome di Cristo: a lui, come agli altri apostoli, era stato rivolto il mandato: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19). Essendo stata proclamata da Gesù madre di un sacerdote, ed essendo, soprattutto, la madre di Gesù, sommo sacerdote, Maria è diventata in modo specialissimo la madre dei sacerdoti. Ella è incaricata di vigilare sullo sviluppo della vita sacerdotale nella Chiesa, sviluppo intimamente legato a quello della vita cristiana. Gesù non si limitò ad affidare a Maria questa missione nei riguardi dei sacerdoti. Egli si rivolse anche a Giovanni per introdurlo in un rapporto filiale con Maria: "Ecco la tua madre!". Egli desiderava che il discepolo riconoscesse in Maria la propria madre e che le riservasse un profondo affetto.
A questo desiderio del maestro crocifisso il discepolo prediletto rispose subito prendendo Maria con sé. Stando alla tradizione, egli visse i primi anni del suo ministero apostolico in compagnia di colei che gli era stata data per madre, trovando in lei un aiuto incomparabile. "Prendere Maria con sé": ecco il dovere e il privilegio di ogni sacerdote. Per il fatto che egli riceve il potere di parlare e di agire in nome di Cristo, deve amare Maria come l'ha amata Gesù. In nome di questo vincolo di amore filiale, egli può affidarle tutto il suo ministero sacerdotale, i suoi progetti e le difficoltà che incontra sulla sua strada.
[Angelus,11 febbraio 1990]
 
5 maggio
 
Riflettiamo sulla presenza della beata Vergine nella celebrazione della liturgia. Ogni azione liturgica, ma soprattutto la celebrazione dell'Eucaristia, è un evento di comunione ed è sorgente di unità. Comunione con Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo…Ma comunione anche e in modo particolare con la Madre, l'umile e gloriosa Maria. Perché? Perché la liturgia è azione di Cristo e della Chiesa.  …Ora, la beata Vergine è intima sia a Cristo, sia alla Chiesa, e inseparabile dall'uno e dall'altra. Essa quindi è a loro unita in ciò che costituisce l'essenza stessa della liturgia: la celebrazione sacramentale della salvezza a gloria di Dio e per la santificazione dell'uomo. Maria è presente nel memoriale - l'azione liturgica - perché fu presente nell'evento salvifico. E' presso ogni fonte battesimale, dove nella fede e nello Spirito nascono alla vita divina le membra del Corpo mistico, perché con la fede e con l'energia dello Spirito, ne concepì il divin capo, Cristo; è presso ogni altare, dove si celebra il memoriale della passione-risurrezione, perché fu presente, aderendo con tutto il suo essere al disegno del Padre, al fatto storico-salvifico della morte di Cristo; è presso ogni cenacolo, dove con l'imposizione delle mani e la santa unzione viene dato lo Spirito ai fedeli, perché con Pietro e con gli altri apostoli, con la Chiesa nascente, fu presente all'effusione pentecostale dello Spirito.
 [Angelus, 12 febbraio 1084]
 
6 maggio
 
E' stata per me una grande gioia.. l'aver potuto incoronare l'icone della Vergine Odigitria. Ho voluto in tal modo rendere omaggio a un'immagine mariana antichissima e veneratissima .. e conosciuta e venerata anche dai fratelli ortodossi… Il rito dell'incoronazione delle immagini della Vergine, come sapete, è molto antico e tradizionale. Il suo significato simbolico è molto chiaro: intende esprimere il nostro riconoscimento di quella «regalità», spirituale e mistica, che Maria esercita, con Cristo e al di sotto di lui, su tutto l'universo creato, sia sulle creature celesti che su quelle terrestri. Si tratta di quella «regalità», di cui celebriamo ed esaltiamo le varie forme. Quando recitiamo le litanie del santo Rosario.
Come il suo Figlio divino, Maria non è «regina», di questo mondo, ma nel regno di Dio che, germinando quaggiù con realtà ecclesiale, dovrà compiersi nella Gerusalemme celeste. Per questo, il «regno» di Maria, come quello di Gesù, non è potenza effimera, non di rado basata sull'ingiustizia e l'oppressione, ma è - come dice san Paolo - «giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17).
[Angelus, 26 febbraio 1984]
 
7 maggio
 
Riflettiamo ancora sulla presenza della Vergine nella celebrazione liturgica, azione di Cristo e della Chiesa, a cui Maria è indissolubilmente congiunta. La Chiesa ne ha l'intima persuasione, che le deriva dalla fede e, per così dire, dall'esperienza.  La Chiesa infatti crede che la beata Vergine, assunta in cielo, è accanto a Cristo, sempre vivo per intercedere a nostro favore (cfr. Eb 7,25), e che alla divina implorazione del Figlio si unisce l'incessante preghiera della Madre: in cielo la voce della Vergine è divenuta liturgia supplice in favore degli uomini suoi figli, che ella contempla nella luce di Dio e di cui conosce le necessità e il travaglio. La Chiesa poi possiede l'esperienza intima, vitale, maturata in lunghi secoli di consuetudine orante, della presenza attiva della Vergine, degli angeli e dei santi nella liturgia. E traduce tale esperienza, depositata soprattutto nella preghiera liturgica, in molteplici atteggiamenti culturali, fra i quali desidero ricordare la richiesta dell'intercessione materna della Vergine e la comunione con lei. Nell'ambito dell'unica mediazione di Cristo, Dio padre ha voluto che il materno amore della Vergine accompagnasse la Chiesa nel cammino verso la patria. Essa quindi vuole percorrere quel cammino con la Madre del Signore, la cui voce primeggia nella lode di Dio, il cui cuore trepida nella pura oblazione di sé ed esulta nel canto di riconoscenza all'Altissimo.
[Angelus, 4 marzo 1984]
 
 
 
 
8 maggio
 
Il nostro sguardo si volge a Maria, immagine perfetta della Chiesa. In lei infatti contempliamo la creatura dal cuore nuovo, la donna attenta e premurosa, la discepola
che sa ascoltare e pregare incessantemente, la Vergine del sacrificio silenzioso.  Maria è la creatura dal «cuore nuovo», annunciato dai profeti. Dio l'aveva promesso: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). La vicenda storica di Maria, a partire dall'immacolato concepimento, si svolse tutta all'ombra dello Spirito; ma soprattutto nell'Annunciazione ricevette dallo Spirito Santo quel «cuore nuovo» che la rese docile a Dio, capace di accogliere il suo progetto di salvezza e di corrispondervi con assoluta fedeltà, per tutta la vita. E' la «Virgo fidelis»: colei che compendia l'antico Israele e prefigura la Chiesa, sposata a Dio per sempre, nella fedeltà e nell'amore (cfr. Os 2,21-22).
Maria è ancora la donna attenta e premurosa alle necessità spirituali e materiali dei fratelli. Il Vangelo ne pone in evidenza la sollecitudine verso l'anziana Elisabetta, il discreto intervento alle nozze di Cana per la gioia di due giovani sposi, l'accoglienza materna del discepolo e di tutti i redenti ai piedi della Croce. Siamo certi che ella dal cielo prolunga ancora verso gli esuli figli di Eva la sua mediazione.  Maria inoltre è discepola che ha incarnato il Vangelo fino al sacrificio e al martirio della «spada» incruenta, che Simeone le aveva predetto nel tempio, congiungendo la sua sorte al sacrificio cruento del Figlio. Davanti alla proposta sconcertante di Dio, ella non dubitò di ripetere ogni giorno il «sì» dell'Annunciazione, perché diventasse il «sì» della Pasqua, per sé e per tutto il genere umano.
[Angelus, 11 marzo 1984]
 
9 maggio
 
«Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l'amate, riunitevi!».
In questa antifona .. mi è caro intravedere, attraverso le parole di Isaia, che la liturgia applica alla Chiesa il mistero della Vergine Madre, della sua gioia e del suo materno dolore. Poiché Maria è la vera figlia di Sion, compendio spirituale dell'antica Gerusalemme, inizio e vertice della Chiesa di  Cristo; anzi, è la nuova Eva, la vera madre di tutti i viventi.  Essa, come figlia di Sion, e come nuova Eva, oggi è invitata a gioire. Non si può infatti capire il dolore umano, se non nel contesto di una felicità perduta; e non ha senso il dolore, se non in vista di una felicità promessa. «Rallegrati, Gerusalemme!».  Il dolore della Gerusalemme cantata dai profeti era la conseguenza delle infedeltà dei suoi figli, che avevano provocato il castigo di Dio e l'esilio dalla patria. Il dolore di questa misteriosa nuova figlia di Sion, Maria, è conseguenza delle innumerevoli colpe di tutti i figli di Adamo, colpe che hanno causato la nostra espulsione dal paradiso.
[Angelus, 1 aprile 1984]
10 maggio
 
In Maria  in modo unico, si rivela il mistero salvifico della sofferenza, e il significato e l'ampiezza della solidarietà umana. Perché la Vergine non soffrì per sé, essendo la tutta bella, la sempre immacolata: soffrì per noi, in quanto è la madre di tutti. Come Cristo «si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori» (Is 53,4), così anche lei fu gravata come da dolori da parto per un'immensa maternità che ci rigenera a Dio. La sofferenza di Maria, nuova Eva, accanto al nuovo Adamo, Cristo, fu e rimane la via regale della riconciliazione del mondo. «Rallegrati, Gerusalemme! Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza!».
Nella figura della Vergine Madre, segnata dal dolore per la infedeltà dei figli, ma invitata ad esultare di gioia in vista della loro redenzione, si inserisce il nostro dolore: anche noi possiamo diventare «una particella dell'infinito tesoro della redenzione del
mondo» («Salvifici Doloris», 27), perché altri possano condividere questo tesoro e giungere alla pienezza della gioia che esso ci ha meritato.
[Angelus, 1 aprile 1984]
 
11 maggio
 
Nelle Chiese di rito bizantino ha luogo una significativa celebrazione liturgica mariana: la celebrazione dell'Akathistos, celebre inno che da molti secoli ovunque si canta, «in piedi», in onore della Madre di Dio. Monasteri e parrocchie, soprattutto delle Chiese ortodosse nostre sorelle, vivono con profonda pietà e con intensa partecipazione questa liturgia, cantando la Vergine nel cuore del mistero che salva: il
mistero del Verbo incarnato e della sua Chiesa.
«Ave, per te sorge la gioia; ave, per te tramonta il dolore».
Così inizia quell'inno antico. La presenza della Vergine infatti, nell'economia di Dio, si estende quanto si estende il mistero dell'umanità di Cristo, sacramento vivo dell'unità e della salvezza del genere umano. Ovunque Cristo irradia la sua azione salvifica, ivi misteriosamente è presente la Madre, che lo ha vestito di carne e lo ha donato al mondo.  
[Angelus, 8 aprile 1984]
 
12 maggio
 
Nell’Akathistos, celebre inno che da molti secoli ovunque si canta, «in piedi», in onore della Madre di Dio, Maria è presente al mistero che si è compiuto un giorno nel suo grembo, costituendola trono di Dio più fulgido di un trono di angeli: «Ave, o trono santissimo di colui che siede sui cherubini»; è presente nell'effusione di pace e di perdono che Dio per suo mezzo elargisce al mondo: «Ave, clemenza di Dio verso l'uomo». E' presente nella misericordia che continua ad effondersi copiosa, nella grazia che ci riveste di luce: «Ave, campo che produci abbondanza di misericordie». E' presente sulla bocca degli apostoli che annunciano la parola e nella testimonianza dei martiri, che per Cristo vanno alla morte: «Ave, tu degli apostoli la voce perenne; ave, dei martiri l'indomito ardire». E' presente nell'itinerario di fede che porta i catecumeni al Battesimo, nei sacramenti che generano e alimentano la Chiesa: «Ave, tu sei la fonte dei santi martiri, tu la sorgente delle acque abbondanti, tu vita del sacro banchetto». E' presente nel pellegrinaggio della Chiesa verso la patria dei cieli, lungo il deserto del mondo. «Ave, per te innalziamo i trofei; ave, per te cadon vinti i nemici». E' presente accanto a ciascuno di noi, che in lei confidiamo: «Ave, tu medicina del mio corpo, tu salvezza dell'anima mia!».
[Angelus, 8 aprile 1984]
 
 
 
 
 
13 maggio
 
«Stava presso la croce di Gesù la Madre». Il lungo silenzioso itinerario della Vergine, iniziato col «Fiat» gioioso di Nazaret, copertosi di oscuri presagi nell'offerta del primogenito nel tempio, trovò sul Calvario il suo coronamento salvifico. «La Madre mirava con occhio pietoso le piaghe del Figlio, dal quale sapeva che sarebbe venuta la redenzione del mondo» (Ambrogio, «De institutione virginis», 49).
Crocifissa col Figlio crocifisso (cfr. Gal 2,20), contemplava con angoscia di madre e con eroica fede di discepola la morte del suo Dio; «e acconsentiva con amore all'immolazione della vittima, che lei stessa aveva generato» («Lumen Gentium», 58), per quel sacrificio. Pronunciò allora il suo ultimo «fiat», facendo la volontà del Padre in nostro favore e accogliendoci tutti come figli, per testamento di Cristo: «Donna, ecco il tuo figlio!» (Gv 19,26). 2. «Ecco la tua Madre!», disse Gesù al discepolo; «e da quell'ora il discepolo la prese con sé» (Gv 19,27): il discepolo vergine accolse la Vergine madre come sua luce, suo tesoro, suo bene, come il dono più caro ereditato dal Signore. E l'amò teneramente con cuore di figlio. «Perciò non mi meraviglio - scrive Ambrogio («De institutione virginis», 50) - che abbia narrato i divini misteri meglio degli altri colui che ebbe accanto a sé la dimora dei celesti misteri».
[Angelus, 15 aprile 1984]
 
14 maggio
 
La Vergine Maria non è forse il modello per eccellenza dell'apertura del cuore allo Spirito Santo? Secondo una felice tradizione della Chiesa cattolica, l'Angelus ricorda ogni giorno l'aurora della nostra salvezza: l'annuncio a Maria, la sua risposta il suo «fiat» e l'incarnazione del Figlio di Dio nel suo seno. Il suo «fiat» gioioso di Nazaret testimonia la sua libertà interiore, fatta di fiducia e di serenità.  Ella non sapeva come si sarebbe dovuto svolgere il servizio al Signore, né quale sarebbe stata la vita di suo Figlio. Ma, lungi dalla paura e dall'angoscia, ella appariva sovranamente libera e disponibile. Ella agisce già secondo la grazia di Cristo che «ci insegna che il miglior uso della libertà consiste nella carità che si realizza nel dono e nel servizio» («Redemptor Hominis», 21). «Ecco la serva del Signore». E' la volontà del Signore che sarà la luce della sua vita, la sua pace nella sofferenza e la sua gioia. Con lo stesso cuore ella è serva del Signore e attenta ai suoi fratelli.  Così, mettendosi a servizio dei fratelli, con un'attenzione tutta particolare ai più poveri di essi, l'uomo non solo contribuisce a rendere più ospitale e più giusta la nostra terra, ma riesce a superare le angosce e le paure, derivate dal cattivo uso della libertà. In mezzo a tanti uomini che servono se stessi, invece di servire il loro prossimo, il cristiano contempla in Cristo colui che si è fatto uomo per servire, e in Maria la serva del Signore.
[Angelus, 17 giugno 1984]
 
15 maggio
 
La disponibilità di Maria, la sua apertura di cuore, è opera dello Spirito Santo. «Lo Spirito Santo scenderà su di te». Ella ha come «sposato» lo Spirito Santo. Fin dai primi istanti dell'incarnazione, per ispirazione dello Spirito Santo, ella canta al Signore il Magnificat, che esprime lo slancio di un cuore nuovo. In lei si realizza in modo stupendo la profezia di Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). Insieme a lei, cari fratelli e sorelle dobbiamo senza posa chiedere allo Spirito Santo un cuore nuovo, la cui trasparenza lasci penetrare la verità che rende liberi e accolga l'amore di Dio per diffonderlo nel mondo, verso tutti gli uomini di cui Dio vuole la salvezza. Tale apertura di cuore permette a ciascuno di rispettare, considerare, amare e servire tutti i fratelli e le sorelle di tutte le nazioni; e di amarli a tal punto da fare qualsiasi cosa perché anch'essi possano beneficiare del Vangelo di Gesù Cristo. Anche in questo caso, Maria è il nostro modello e la nostra madre.  «Al mattino della Pentecoste, ella ha presieduto con la sua preghiera all'inizio dell'evangelizzazione sotto l'azione dello Spirito Santo: sia lei la stella dell'evangelizzazione!» («Evangelii Nuntiandi», 82).
Questa devozione alla Vergine Maria, tutta orientata verso Cristo, deve avere un posto nella vita di ognuno, per esempio nella preghiera della sera, e, se possibile, in ogni famiglia.
[Angelus, 17 giugno 1984]
 
16 maggio
 
«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11,25-27).
La prima persona, alla quale il Padre ha rivelato «queste cose», è Maria. E' lei la prima, perché a lei sono stati maggiormente rivelati i misteri di Dio. E in lei il Padre si è particolarmente compiaciuto; nessuno come lei conosce il Figlio eterno, perché proprio quel Figlio dell'eterno Padre è diventato, all'annunciazione, il Figlio suo; nessuno come lei conosce il Padre, perché a nessuno degli uomini il Figlio ha rivelato il Padre così come a lei, sua Madre; proprio lei - come insegna il Concilio - «primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza» («Lumen Gentium», 55).
 A lei pure - a Maria di Nazaret - desideriamo unirci in modo particolare, recitando l'Angelus, per avvicinarci nel suo cuore immacolato al Figlio-Cristo e, mediante il Figlio, al Padre.
[Angelus, 8 luglio 1984]
 
17 maggio
 
Durante la preghiera dell'Angelus ci uniamo in modo particolare a Maria, madre di Cristo. In essa si è compiuto nel modo più alto il mistero del regno dei cieli qui, sulla terra. In essa si compie nel modo più pieno il mistero del regno dei cieli. E anche per il suo tramite il Vangelo di Cristo parla alle generazioni sempre rinnovantisi degli uomini. Preghiamo dunque, perché cresca in ognuno di noi quell'amore di Dio, di cui scrive san Paolo. L'amore è la sorgente di tutti i beni, perché «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio». L'amore è un dono della grazia divina e nello stesso tempo contribuisce all'aumento della grazia. In questo modo si realizza anche la nostra vocazione secondo il disegno di Dio. Oggi, in unione con Maria, imploriamo soprattutto questo per noi stessi, per i nostri cari, per tutti gli uomini.
[Angelus, 29 luglio 1984]
 
 
 
 
18 maggio
 
La preghiera della chiesa consente spesso il privilegio di chiamare Dio Padre, proprio perché l'eterno Figlio, della stessa sostanza del Padre, si è fatto uomo, si è fatto uno di noi. E' stato concepito nel seno di Maria Vergine, nel momento dell'Annunciazione dell'Angelo, e da lei è nato. Proprio lui – Figlio di Maria - ci ha dato il privilegio di chiamare Dio col nome di Padre.  E ci ha dato questo privilegio, perché in lui e per lui siamo diventati figli e figlie adottivi di Dio. Abbiamo quest'adozione in Cristo, nato da una madre terrena, da Maria. Ed ella concorre costantemente, perché lo spirito di questa figliolanza adottiva divina non s'indebolisca in noi, ma si rafforzi.
La Madre di Cristo, Madre della grazia divina, concorre anche affinché noi, adottati nel Figlio, come figli e figlie di Dio, possiamo ottenere l'eredità promessaci da Dio: l'eredità dell'amore e della verità, l'eredità della grazia santificante, l'eredità della vita eterna.
[Angelus, 12 agosto 1984]
 
19 maggio
 
«L'Angelo del Signore portò l'annuncio a Maria...». La Vergine di Nazaret divenne la Madre di Cristo: l'Angelo del Signore portò l'annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo.  In Cristo tutti riceveranno la vita. La Vergine di Nazaret – prima di diventare Madre di Cristo - ha già ricevuto la vita per mezzo ai Cristo, fin dal primo momento del suo concepimento. Era figlia di Adamo, esente dall'eredità del peccato di Adamo per i meriti di Cristo, del Redentore. Fu Immacolata. La Madre del Redentore doveva essere la prima tra i redenti.
Avendo ricevuto la vita in Cristo sin dal primo momento del suo concepimento terreno, ha pronunciato il suo «fiat»: «Avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Ha pronunciato questo «fiat» accogliendo tutta la pienezza della «vita in Cristo», a cui partecipano i figli e le figlie di Adamo per opera della redenzione di Gesù. E' quindi la prima dei «vivificati», poiché ella più di tutti appartiene a Cristo nel tempo della sua venuta. E' la prima dei «vivificati» per opera della risurrezione di
Cristo. Tutta la Chiesa venera e medita su questo mistero nella solennità dell'Assunzione.
[Angelus , 15 agosto 1984]
 
20 maggio
 
«Beata colei che ha creduto» (Lc 1,45). Queste parole, indirizzate a Maria da Elisabetta durante la visitazione, penetrano la nostra preghiera del Rosario. ..00
Recitiamo le singole «decine», meditiamo uno dopo l'altro i misteri: gaudiosi, dolorosi, gloriosi, e nel corso di ciascuno di essi gridiamo a Maria come ha fatto Elisabetta durante la visitazione: «Beata colei che ha creduto»!
Tu che hai creduto con fede piena di gioia: all'annunciazione, alla visitazione, alla natività, alla presentazione al tempio, al ritrovamento nel tempio. Tu che hai creduto con fede piena di dolore; durante tutta la passione del Getsemani, della flagellazione, della coronazione di spine, della via Crucis: tu che hai creduto sotto la croce al Calvario. Tu che hai creduto, con la fede di una gloria incipiente, nella glorificazione di tuo Figlio: alla risurrezione, all'ascensione, nel giorno della Pentecoste. Tu, la cui fede si compiva nell'Assunzione: Madre nostra, ornata con la corona della gloria celeste!
[Angelus, 14 ottobre 1984]
 
21 maggio
 
«E beata colei che ha creduto» (Lc 1,45).
 Tra poco reciteremo l'Angelus. Beata sei, o Maria, che hai creduto, quando il Messaggero di Dio ti ha parlato. Beata sei tu, che hai creduto «nell'adempimento delle parole del Signore». Benedice la tua fede Elisabetta. Benedice la tua fede tutta la Chiesa. Benedice la tua fede l'umanità intera.
Tutti noi che recitiamo il santo Rosario, benediciamo la fede di Maria, in ogni suo
mistero. Preghiamo lei. E insieme preghiamo con lei.  Crediamo che in questi misteri lei prega insieme con noi. Maria ci permette di ritrovarci in mezzo alle grandi cose che l'Onnipotente ha fatto in lei, in mezzo alle «grandi opere di Dio» con cui vive la
Chiesa. Lei guida maternamente la vita, nella quale si esprime la fede, la speranza e la carità della Chiesa. E questo avviene - in un particolare modo - mediante il santo Rosario.  Ringraziamo per tutti i frutti di questa preghiera, mediante la quale la Madre di Cristo è stata con noi.
[Angelus, 28 ottobre 1984]
 
22 maggio
 
 Recitando l'Angelus ci uniamo innanzitutto alla fede della Vergine di Nazaret, a quella fede che ha trovato una particolare espressione salvifica nel momento dell'Annunciazione: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Ci uniamo pure alla fede di tutti i santi: apostoli, martiri, confessori, vergini, dottori della Chiesa, uomini e donne che nel corso dei secoli si sono distinti nel campo della santità.  Questa fede fu la via e la luce di ciascuno di essi. Ha illuminato la via e ha condotto alla Gerusalemme celeste. Così unita nel mistero della comunione di tutti i santi, a Maria e a tutti i figli e figlie del popolo di Dio nel corso dei secoli, la Chiesa non cessa di confessare: «Credo la risurrezione dei morti, credo la vita eterna».
[Angelus, 18 novembre 1984]
 
23 maggio
 
«Cantate al Signore un canto nuovo» (Sal 97,1). «Il canto nuovo» è l’Immacolata Concezione di colei che è stata predestinata a essere la Madre del Figlio di Dio nel mistero dell'Incarnazione. «Cantate al Signore un canto nuovo, / perché ha compiuto prodigi. / Gli ha dato vittoria la sua destra / e il suo braccio santo». Un tempo le parole di questo canto testimoniarono l'uscita dalla schiavitù d'Egitto. Oggi proclamano la preservazione dalla schiavitù del peccato. Raccontano il miracolo della grazia di Dio. Questo miracolo è una vittoria ancora più grande di quella che il Dio d'Israele riportò sugli oppressi del suo popolo. Il miracolo dell'Immacolata Concezione è la vittoria di Cristo-Redentore. Il peccato, quale retaggio di Adamo - il peccato originale - è vinto nel primo istante della concezione di colei, che è stata scelta per essere la Madre del Redentore. Questo miracolo della grazia è stato fatto dalla «destra» e dal «braccio santo» di colui che fu inchiodato alla croce per la redenzione dei peccati dell'intera umanità. Colei che è stata eternamente scelta per essere sua Madre, è stata redenta in modo privilegiato!
[Angelus, 8 dicembre 1984]
 
 
24 maggio
 
«Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace / per il suo popolo, per i suoi fedeli, / per chi ritorna a lui con tutto il cuore. / La sua salvezza è vicina a chi lo teme / e la sua gloria abiterà la nostra terra» (Sal 84,9-10).
Ecco, la Vergine di Nazaret sente ciò che Dio le dice per il tramite del suo Messaggero: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù... Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo: colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,31-35).
 La Vergine di Nazaret sente ciò che Dio le dice. Ella ascolta: non solo accoglie la parola, ma è obbediente alla parola, e risponde: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). In questo modo si compie l'Avvento: il primo Avvento dell'umanità.  Ecco, insieme col Verbo che si fece carne nel seno della Vergine, scende la giustizia. Viene da Dio. Viene come grazia e pace: grazia e
pace della riconciliazione con Dio nel Figlio eterno.  Che cosa chiede come corrispondenza quella giustizia offerta all'uomo in Cristo? Che cosa l'uomo deve portare nel suo cuore? Deve portare la fedeltà perché: «la verità germoglierà dalla terra / e la giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 84,12).   
[Angelus, 9 dicembre 1984]
 
25 maggio
 
«...Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo è il suo nome» (Lc 1,49). Le parole pronunziate nella visita a Elisabetta rendono pienamente ciò che il cuore della Vergine di Nazaret sta vivendo dopo l'Annunciazione.  L'adorazione di Dio piena di gioia e la gioia piena dell'adorazione di Dio: ecco lo stato della sua anima beata, ecco i sentimenti più profondi che nutre il suo cuore. Essi si manifestano soprattutto nelle
parole del Magnificat.  Appare nel Magnificat quella gratitudine piena di umiltà che è segno infallibile dell'incontro col Dio vivente. Maria risponde al dono dall'alto non solo con le parole, ma anche con tutto il silenzio del mistero dell'Avvento che in lei si compie. Essa infatti è colei in cui l'Avvento dell'intera umanità ha assunto la forma più piena: in lei ha raggiunto il suo «zenit». La Chiesa canta con la Madonna ogni giorno il Magnificat nella sua liturgia. In questo modo l'Avvento compiutosi nella Madre di Dio si diffonde lungo tutti i giorni della vita della Chiesa.  Nel periodo dell'Avvento liturgico la Chiesa rilegge e rivive nelle parole del Magnificat quell'unica e irripetibile «Attesa» della Madre per il Bambino che deve nascere dal suo seno, che deve venire al mondo.  
[Angelus, 16 dicembre 1984]
 
26 maggio
 
«L'angelo del Signore portò l'annuncio a Maria, ed ella concepì per opera dello Spirito Santo». Maria concepì il Figlio eterno di Dio, «E il Verbo di Dio si è fatto uomo, e venne ad abitare in mezzo a noi».
E' questo grande mistero che meditiamo ogni giorno all'Angelus: Dio si è fatto uomo nel grembo di Maria. Attraverso questo grande mistero, tutta la vita umana è cambiata. L'umanità ha ricevuto una nuova dignità. Dio ha condiviso tutte le cose con noi eccetto il peccato, di modo che noi potessimo diventare una sola cosa con Dio. Nel momento in cui Maria disse «Sì, avvenga di me quello che hai detto», Dio è sceso sulla terra, e la vita di ogni uomo e donna è stata innalzata. Noi esseri umani siamo stati portati vicino a Dio perché Dio si è avvicinato a noi. Ma non solo questo, siamo anche stati portati più vicino l'uno all'altro.  Il Verbo Eterno, il Figlio di Dio, si è fatto uomo ed è divenuto nostro fratello nella carne. Di conseguenza, siamo strettamente legati l'uno all'altro come fratelli e sorelle nel Signore. Nell'incarnazione
ogni uomo è divenuto nostro fratello, ogni donna è divenuta nostra sorella. E' per questo che san Giovanni scrive: «Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama  Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).  In questo Angelus, dunque, ci uniamo a Maria, nostra Madre, nel lodare Dio per l'Incarnazione e chiediamo al nostro Padre celeste la grazia di amare tutti i nostri fratelli e sorelle così come Cristo ci ha amato.
[Angelus, 2 febbraio 1986]
 
27 maggio
 
L'angelo del Signore portò l'annuncio a Maria. / Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo». Questo concepimento dà inizio alla vita umana del Verbo Eterno. Viene concepito nel seno della Vergine-Madre colui che è generato eternamente dal Padre come Figlio a lui consostanziale.  Il concepimento per opera dello Spirito Santo è condizione per la nascita di Dio. Nel tempo a ciò stabilito il Figlio di Dio, concepito nel seno della Vergine, viene al mondo nella notte di Betlemme e si rivela come uomo. Con la nascita di Gesù di Nazaret giunge a feconda pienezza in mezzo all'umanità questa famiglia meravigliosa, in cui al Figlio di Dio è stato dato di diventare uomo.  Maria, già prima del concepimento per opera dello Spirito Santo, era la sposa di Giuseppe; e dopo la nascita - anch'essa per opera dello Spirito Santo - egli, lo sposo della Vergine, divenne dinanzi agli uomini «padre putativo» di Gesù. A lui è stato dato di partecipare alla sollecitudine dello stesso Padre Eterno per l'Eterno
Figlio che, quale uomo, è nato a Betlemme.
[Angelus, 30 dicembre 1984]
 
28 maggio
 
«Theotokos», Genitrice di Dio!  degnati di unirci tra noi col tuo cuore materno. Affidaci al tuo Figlio, affidavi al Verbo eterno e - insieme con noi, e immensamente meglio di noi volgi la tua adorazione a Dio, uno e trino, a «colui che è, che era e che viene» (Ap 1,8).  A gloria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo noi desideriamo esistere e agire, vivere e morire, gioire e soffrire, nel tuo cuore materno.
O «Theotokos», Genitrice di Dio! Affidiamo a te - in Gesù Cristo, tuo Figlio a Betlemme, a Nazaret e al Calvario - l'avvenire. Nel tuo cuore materno poniamo le nostre speranze e le nostre ansie; poniamo nel tuo cuore la nostra sollecitudine quotidiana, per l'intera umanità, per ogni uomo, per la pace nel mondo contemporaneo, per la vittoria della giustizia e dell'amore, per la Chiesa e per la sua
missione evangelizzatrice tra i popoli.  Iscriviamo nel tuo cuore materno tutti i giorni, tutte le giovani generazioni di ogni famiglia di ogni nazione, di tutto il mondo.
O «Theotokos», Genitrice di Dio! Che sia dato a noi tutti di vedere i frutti della conversione e della riconciliazione nella giustizia, nell'amore e nella pace.
[Angelus,  1 gennaio 1985]
 
29 maggio
 
Recitando l'Angelus Domini, ripetiamo le parole della Vergine di Nazaret: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). In seguito a ciò annunciamo la buona novella: «e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). In questo modo il Vangelo di Giovanni esprime la buona novella. Nell'insegnamento della Lettera agli Ebrei (10,7), invece, lo stesso mistero si fa sentire con un'eco delle parole del salmista: «Ecco io vengo. / Sul rotolo del libro di me è scritto / che io faccia il tuo volere. / Mio Dio, questo io desidero, / la tua legge è nel profondo del mio cuore» (Sal 39,8-9). «Ecco io vengo» - tali parole la Lettera agli Ebrei mette sulla bocca del Figlio eterno, sulla bocca del Verbo - quando questi  «diventa carne».… E ciò si compie per opera dello Spirito Santo. Si realizza mediante l'obbedienza della Vergine di Nazaret, la quale - chiamata a essere la Madre del Verbo - risponde: «Avvenga di me».
Tutto ciò è racchiuso nella preghiera all'Angelus Domini. A tutto ciò la Chiesa ci raccomanda di ritornare ogni giorno, anzi, tre volte al giorno. Infatti occorre che noi perseveriamo incessantemente nel cuore stesso del mistero, che ci ha svelato fino in fondo che «Dio è amore»; che ci ha unito a Dio nella stessa profondità di quell'amore che lui è. Occorre che noi perseveriamo in questo amore.
[Angelus, 20 gennaio 1985]
 
 
30 maggio
 
Nel Vangelo secondo san Marco Simon Pietro si avvicina a Gesù immerso nella preghiera, e gli dice: «Tutti ti cercano» (Mc 1,37).  E' necessaria la nostra preghiera frequente; è necessario tre volte al giorno l'Angelus Domini per dire a Cristo: «Tutti ti cercano»; per dire a lui ciò in unione con Maria, sua e nostra Madre!
Sì, «tutti ti cercano», o Gesù Cristo! Molti ti cercano direttamente, chiamandoti per nome, con la fede, la speranza e la carità. Vi sono alcuni che ti cercano indirettamente: attraverso gli altri. E ci sono altri che ti cercano senza saperlo... E ci sono pure coloro che ti cercano, anche se negano questa ricerca. Ciononostante, ti cercano tutti, ti cercano prima di tutto perché tu li cerchi per primo; perché tu sei diventato per tutti uomo, nel seno della vergine Madre; perché tu hai redento tutti a prezzo della tua croce.  In questo modo hai aperto, nelle vie intricate e impraticabili dei cuori umani e del destino dell'uomo, la via.
A te, che sei la via, la verità e la vita, ci rivolgiamo in questa preghiera attraverso il cuore della Madre tua, la Vergine, Maria santissima.
[Angelus 10 febbraio 1985]
 
31 maggio
 
La liturgia ci invita oggi a contemplare il mistero della Visitazione di Maria, venuta a condividere con sua cugina Elisabetta la gioia della Buona Novella del Salvatore e ad offrire i suoi servizi. Contempliamo Maria, la futura madre del Salvatore, piena di forza, di gioia, di fierezza, di umiltà ed anche di speranza, per l'amore di Dio che ha avuto verso di lei l'iniziativa del dono. La Visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta è davvero un bell'episodio nel Vangelo di san Luca. E' l'incontro drammatico di due madri incinte, due donne il cui cuore è pieno di gioia nell'anticipazione del «miracolo umano» che si sta schiudendo nel loro corpo. Il racconto ha anche un importante messaggio teologico: esso mostra come Giovanni il Battista, il più grande tra i profeti dell'Antico Testamento, rese testimonianza a Gesù già dal grembo di sua madre. Esso richiama allo stesso modo l'attenzione sulla fede di Maria: «Beata colei che ha creduto all'adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45). E' sul modello e sull'esempio della Madonna che dobbiamo portare al prossimo, a chi è nel bisogno, la presenza reale e letificante di Cristo, andando in aiuto delle necessità che si incontrano. Possa ella aiutarci a corrispondere alla nostra missione nella Chiesa, che è precisamente quella della condivisione!
[Angelus ricostruito]
 

 

1 giugno
 
Il Cuore del redentore vivifica tutta la Chiesa ed attira gli uomini che hanno aperto i loro cuori “all’inscrutabile ricchezza” di questo unico Cuore. 
Questo legame spirituale conduce sempre ad un grande risveglio di zelo apostolico. Gli adoratori del Cuore Divino diventano gli uomini dalla coscienza sensibile. E quando è dato a loro di avere rapporti con il Cuore del nostro Signore e Maestro, allora si risveglia in essi anche il bisogno della riparazione per i peccati del mondo, per l’indifferenza di tanti cuori, per le loro negligenze. 
Quanto è necessaria nella Chiesa questa schiera di cuori vigilanti, perché l’Amore del Cuore Divino non rimanga isolato e non ricambiato! Tra questa schiera meritano una particolare menzione tutti coloro che offrono le loro sofferenze come vive vittime in unione con il Cuore di Cristo trafitto sulla croce. Trasformata così con l’amore, la sofferenza umana diventa un particolare lievito della salvifica opera di Cristo nella Chiesa. 
[Angelus, 24 giugno 1979]
 
2 giugno
 
Ave verum corpus natum / ex Maria Virgine...” (Ave, o vero corpo, nato / da Maria Vergine...).
Mentre vogliamo manifestare il particolare culto verso l’eucaristia, verso il santissimo corpo di Cristo, i nostri pensieri si rivolgono a colei, dalla quale Dio, il Figlio di Dio, ha preso questo corpo: alla Vergine, il cui nome è Maria. Particolarmente, mentre ci troviamo qui, per recitare, come tutte le domeniche, l’Angelus, la preghiera che tre volte al giorno ci ricorda il mistero della incarnazione: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Salutiamo quindi con venerazione e amore quel corpo dell’eterno Verbo e colei che, come Madre, ha dato il corpo all’eterno Verbo. Questo corpo è il sacramento della redenzione dell’uomo e del mondo: “Veramente patì, fu immolato / sulla croce per l’uomo”. Questo corpo martirizzato fino alla morte sulla croce, insieme al sangue versato in segno della buona ed eterna alleanza, è diventato il sacramento più grande della Chiesa, al quale desideriamo rendere particolare adorazione, dimostrare particolare amore e gratitudine. Infatti, questo corpo è veramente il cibo, così come il sangue è veramente la bevanda delle nostre anime, sotto le specie del pane e del vino. Ristora le forze interiori dell’uomo e fortifica nel cammino sulla strada dell’eternità. Già qui sulla terra ci permette di pregustare quell’unione con Dio nella verità e nell’amore, alla quale ci chiama il Padre, in Cristo suo figlio. Perciò l’ultima invocazione: “Esto nobis praegustatum / mortis in examine!”.
[Angelus, 8 giugno 1980]
 
3 giugno
 
“Io sono il Pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6,51).
Verso questo Pane si rivolge il nostro cuore con particolare intensità di fede e di amore. All’uomo, pellegrino sulle strade del tempo, ma sospinto da un insopprimibile desiderio di immortalità, Cristo si fa incontro con questo alimento divino: “Chi mangia questo Pane vivrà in eterno” (Gv 6,58). Consapevoli di questo immenso dono, i credenti vogliono almeno una volta all’anno, nella solennità del Corpus Domini, portare in trionfo il loro Signore.  Anche noi ci rivolgiamo col cuore colmo di gratitudine verso Gesù nascosto sotto i veli del pane e del vino e gli ripetiamo con la Chiesa: “Buon Pastore, pane vero, o Gesù, pietà di noi. Nutrici e difendici”.  È accanto a noi in questo atto di fede e di adorazione Colei che per nove mesi custodì sotto il suo cuore il Verbo divino fattosi carne per la nostra salvezza. La Vergine santa conceda a noi tutti di accogliere nella nostra vita Gesù Eucaristico con l’atteggiamento di umile disponibilità e di fiducioso abbandono con cui Ella pronunciò il “fiat”, che tornò a spalancare i cieli, facendo rifiorire sulla terra la speranza.
[Angelus, 21 giugno 1981]
 
4 giugno
 
Onoriamo in questo mese il Sacro Cuore di Gesù, quel Cuore che duemila anni or sono iniziò a battere nel seno di Maria Santissima e che portò nel mondo il fuoco dell'amore di Dio. Il Cuore di Cristo contiene un messaggio per ogni uomo; parla anche al mondo di oggi. In una società, dove si sviluppano a ritmo crescente tecnica ed informatica, dove si è presi da mille interessi spesso contrastanti, l'uomo rischia di smarrire il centro, il centro di se stesso. Mostrandoci il suo Cuore, Gesù ricorda anzitutto che è lì, nell'intimo della persona, che si decide il destino di ciascuno, la morte o la vita in senso definitivo. Egli stesso ci dona la vita in abbondanza, che consente ai nostri cuori, talora induriti dall'indifferenza e dall'egoismo, di aprirsi ad una forma di vita più alta. Il Cuore di Cristo crocifisso e risorto è la fonte inesauribile di grazia da cui ogni uomo può attingere sempre  amore, verità, misericordia.
[Angelus 2 luglio 2000]
 
5 giugno
 
Nel mese di giugno la pietà popolare cristiana orienta il nostro spirito, secondo una bella tradizione, verso il mistero del Cuore di Gesù., La Chiesa si rivolge a Dio, "fortezza" di chi spera in Lui, perché cosciente della propria "debolezza" e del fatto che "nulla si può senza il suo aiuto". Essa si rivolge a Dio confortata dalla formale promessa di Cristo, che della preghiera espressa in suo nome garantisce il valore e l'esaudimento. Anche noi, in questo momento di raccoglimento, fiduciosi nell'amore del Signore Gesù, e nella carità del suo Cuore, ci rivolgiamo a Dio Padre e Gli diciamo: "Soccorrici con la tua grazia".
A questo Cuore, propiziazione per i peccati del mondo, ci conduca Maria. Sia Lei ad avvicinargli ogni anima che soffre per la tristezza del male, e forse dispera di ritrovare l'amicizia con Dio. Cuore Immacolato di Maria, avvicinaci al Cuore Sacratissimo del tuo Figlio Gesù!
[Angelus, 16 giugno 1991]
6 giugno
 
 Il Cuore di Gesù si offre a noi come testimonianza vivente della volontà che Dio ha di salvarci e di far sì che, secondo questa santa sua volontà, possiamo piacergli "nelle nostre intenzioni e nelle nostre opere". Se in ogni uomo esiste la dolorosa esperienza del male morale, della colpa che allontana dal Signore, della disubbidienza alla sua volontà, proprio da tale situazione noi sappiamo che può liberarci solo l'amore del Cuore di Cristo. Ricco di misericordia verso tutti coloro che sono oppressi dal peccato, il Sacro Cuore è principio e fondamento di pace e di vera speranza. Gesù riporta ogni uomo alla comunione col Padre, attirando a sé, dalla Croce, lo sguardo di quanti cercano salvezza. Il suo Cuore trafitto - ricordiamolo sempre - è la fonte inesauribile della divina Carità che perdona, rigenera, ridà la vita.
A questo Cuore, propiziazione per i peccati del mondo, ci conduca Maria. Sia Lei ad avvicinargli ogni anima che soffre per la tristezza del male, e forse dispera di ritrovare l'amicizia con Dio. Cuore Immacolato di Maria, avvicinaci al Cuore Sacratissimo del tuo Figlio Gesù!
[Angelus, 16 giugno 1991]
 
7 giugno
 
Il mese di giugno è segnato, in modo particolare, dalla devozione al Sacro Cuore di Gesù. Celebrare il Cuore di Cristo significa rivolgersi verso il centro intimo della Persona del Salvatore, quel centro che la Bibbia identifica appunto nel suo Cuore, sede dell'amore che ha redento il mondo.
Se già il cuore umano rappresenta un insondabile mistero che solo Dio conosce, quanto più sublime è il Cuore di Gesù in cui pulsa la vita stessa del Verbo! In esso, come suggeriscono riecheggiando le Scritture le belle Litanie del Sacro Cuore, si trovano tutti i tesori della sapienza e della scienza e tutta la pienezza della divinità.
Per salvare l'uomo, vittima della sua stessa disobbedienza, Dio ha voluto donargli un "cuore nuovo", fedele alla sua volontà d'amore (cfr Ger 31,33; Ez 36,26; Sal 50,12). Questo cuore è il Cuore di Cristo, il capolavoro dello Spirito Santo, che incominciò a battere nel grembo verginale di Maria e fu trafitto dalla lancia sulla Croce, diventando in tal modo e per tutti sorgente inesauribile di vita eterna. Quel Cuore è ora pegno di speranza per ogni uomo.
[Angelus 23 giugno 2002]
 
8 giugno
 
Il Cuore del redentore vivifica tutta la Chiesa ed attira gli uomini che hanno aperto i loro cuori “all’inscrutabile ricchezza” di questo unico Cuore. Mediante questo odierno incontro e mediante l’Angelus di quest’ultima domenica del mese di giugno, desidero, in modo particolare, unirmi spiritualmente con tutti coloro che a questo Divin Cuore ispirano particolarmente i loro cuori umani. Numerosa questa famiglia. Non poche Congregazioni, Associazioni, Comunità si sviluppano nella Chiesa e in modo programmatico attingono dal Cuore di Cristo l’energia vitale della loro attività. Questo legame spirituale conduce sempre ad un grande risveglio di zelo apostolico. Gli adoratori del Cuore Divino diventano gli uomini dalla coscienza sensibile. E quando è dato a loro di avere rapporti con il Cuore del nostro Signore e Maestro, allora si risveglia in essi anche il bisogno della riparazione per i peccati del mondo, per l’indifferenza di tanti cuori, per le loro negligenze. 
Quanto è necessaria nella Chiesa questa schiera di cuori vigilanti, perché l’Amore del Cuore Divino non rimanga isolato e non ricambiato! Tra questa schiera meritano una particolare menzione tutti coloro che offrono le loro sofferenze come vive vittime in unione con il Cuore di Cristo trafitto sulla croce. Trasformata così con l’amore, la sofferenza umana diventa un particolare lievito della salvifica opera di Cristo nella Chiesa. 
[Angelus, 24 giugno 1979]
9 giugno
 
“Cuore di Gesù formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, abbi pietà di noi”.
Così preghiamo nelle litanie al sacratissimo Cuore di Gesù.
Questa invocazione si riferisce direttamente al mistero che meditiamo recitando l’Angelus Domini: per opera dello Spirito Santo è stata formata nel seno della Vergine di Nazaret l’Umanità di Cristo, Figlio dell’Eterno Padre.
Per opera dello Spirito Santo è stato formato in questa Umanità il Cuore! Il Cuore, che è l’organo centrale dell’organismo umano di Cristo e, nello stesso tempo, il vero simbolo della sua vita interiore: del pensiero, della volontà, dei sentimenti. Mediante questo Cuore l’Umanità di Cristo è, in modo particolare, “il tempio di Dio” e contemporaneamente, mediante questo Cuore, essa rimane incessantemente aperta verso l’uomo e verso tutto ciò che è “umano”: “Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto”.
[Angelus, 27 giugno 1982]
 
10 giugno
 
Il mese di giugno è, in modo particolare, dedicato alla venerazione del Cuore divino. Non soltanto un giorno, la festa liturgica che di solito cade in giugno, ma tutti i giorni. Con ciò si collega la devota prassi di recitare o cantare quotidianamente le litanie al sacratissimo Cuore di Gesù. È la preghiera meravigliosa, integralmente concentrata sul mistero interiore di Cristo: Dio-Uomo.
Le litanie al Cuore di Gesù attingono abbondantemente alle fonti bibliche e, nello stesso tempo, rispecchiano le più profonde esperienze dei cuori umani. Nello stesso tempo, sono preghiera di venerazione e di dialogo autentico. Parliamo in esse del cuore e, nello stesso tempo, permettiamo ai cuori di parlare con questo unico Cuore, che è “fonte di vita e di santità” e “desiderio dei colli eterni”. Con il Cuore che è “paziente e di grande misericordia” e “generoso verso tutti quelli che lo invocano”.
Questa preghiera, recitata e meditata, diventa una vera scuola dell’uomo interiore: la scuola del cristiano. La solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù ci ricorda soprattutto i momenti in cui questo Cuore è stato “trafitto dalla lancia” e, mediante questo, aperto in modo “visibile” all’uomo e al mondo. Recitando le litanie – e in genere venerando il Cuore divino – impariamo il mistero della Redenzione in tutta la sua divina ed insieme umana profondità. Contemporaneamente, diventiamo sensibili al bisogno di Riparazione. Cristo apre verso di noi il suo Cuore perché nella sua riparazione ci uniamo con lui per la salvezza del mondo. Il parlare del Cuore trafitto pronuncia tutta la verità del suo Vangelo e della Pasqua.
Cerchiamo di capire sempre meglio questo parlare. Impariamolo.
[Angelus, 27 giugno 1982]
 
11 giugno
 
Cuore di Gesù, Figlio dell'eterno Padre.
Durante il mese di giugno, la Chiesa trova nel cuore di Cristo l'accesso al Dio che è la santissima Trinità. Al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Questo unico Dio - uno e trino insieme - è un ineffabile mistero della fede.  Veramente egli «abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16). E in pari tempo il Dio infinito ha permesso di farsi abbracciare dal cuore di quell'uomo, il cui nome è Gesù di Nazaret: Gesù Cristo. E attraverso il cuore del Figlio, Dio Padre si avvicina pure ai nostri cuori e viene ad essi.  Così ciascuno di noi è battezzato «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Ognuno di noi è, fin dall'inizio, immerso nel Dio uno e trino: nel Dio vivente, nel Dio vivificante. Questo Dio lo confessiamo come Spirito Santo che, procedendo dal Padre e dal Figlio, «dà la vita».  Il cuore di Gesù è «formato dallo Spirito Santo nel grembo della Vergine Madre». Dio che «dà la vita», che «si concede all'uomo», ha iniziato l'opera della sua economia salvifica, facendosi uomo. Proprio nel verginale concepimento e nella nascita da Maria ha inizio il suo cuore umano «formato dallo Spirito Santo nel grembo della Vergine Madre».
Questo cuore vogliamo venerare nel corso del mese di giugno. Di questo cuore vogliamo fare un singolare fiduciario per i nostri poveri cuori umani, dei cuori provati in diversi modi, in diversi modi oppressi. E insieme: dei cuori fiduciosi nella potenza di Dio stesso e nella potenza salvifica della santissima Trinità . Maria, Madre vergine, che meglio di noi conosci il cuore divino del tuo Figlio, unisciti a noi  dell'odierna adorazione della santissima Trinità: e insieme nell'umile preghiera per la Chiesa e per il mondo! Tu sola sii la guida di questa nostra preghiera.
[Angelus, 2 giugno 1985]
 
12 giugno
 
«Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, abbi pietà di noi».
Troviamo qui l'eco di un articolo centrale nel Credo, in cui professiamo la nostra fede in «Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio», il quale «discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo». La santa umanità di Cristo, dunque, è opera dello Spirito divino e della Vergine di Nazaret. E' opera dello Spirito. Ciò afferma esplicitamente l'evangelista Matteo, riferendo le parole dell'angelo a Giuseppe: «Quel che è generato in Lei (Maria), viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20); e lo afferma pure l'evangelista Luca, riportando le parole di Gabriele a Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo» (Lc 1,35).  Lo Spirito ha plasmato la santa umanità di Cristo: il suo corpo e la sua anima con tutta l'intelligenza, la volontà, la capacità di amare. In una parola, ha plasmato il suo Cuore. La vita di Cristo è stata posta tutta sotto il segno dello Spirito. E' dallo Spirito che viene a lui la sapienza che riempie di stupore i dottori della legge e i suoi concittadini, l'amore che accoglie e perdona i peccatori, la misericordia che si china sulla miseria dell'uomo, la tenerezza che benedice e abbraccia i bambini, la comprensione che lenisce il dolore degli afflitti. E' lo Spirito che dirige i passi di Gesù, lo sostiene nelle prove, soprattutto lo guida nel suo cammino verso Gerusalemme, dove egli offrirà il sacrificio della nuova alleanza, grazie al quale divamperà il fuoco da lui portato sulla terra (cfr. Lc 12,49).
[ Angelus 2 luglio 1989]
 
13 giugno
 
«Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, abbi pietà di noi».
L'umanità di Cristo è anche opera della Vergine. Lo Spirito ha plasmato il Cuore di Cristo nel grembo di Maria, che ha collaborato attivamente con lui come madre e come educatrice:  - come madre, ella ha aderito consapevolmente e liberamente al progetto salvifico di Dio Padre, seguendo trepida, in adorante silenzio, il mistero della vita che in lei era germogliata e si sviluppava;  - come educatrice, ella ha plasmato il Cuore del proprio Figlio, introducendolo, insieme con san Giuseppe, nelle tradizioni del popolo eletto, inspirandogli l'amore alla legge del Signore, comunicandogli la spiritualità dei «poveri del Signore». Ella l'ha aiutato a sviluppare la sua intelligenza e ha esercitato un sicuro influsso nella formazione del suo temperamento. Pur sapendo che il suo Bambino la trascendeva, perché «Figlio dell'Altissimo» (cfr. Lc 1,32), non per questo la Vergine fu meno sollecita della sua educazione umana (cfr. Lc 2,51).  Possiamo pertanto affermare con verità: nel Cuore di Cristo risplende l'opera mirabile dello Spirito Santo; in esso vi sono pure i riflessi del cuore della Madre. Sia il cuore di ogni cristiano come il Cuore di Cristo: docile all'azione dello Spirito, docile alla voce della Madre.
[ Angelus 2 luglio 1989]
 
14 giugno
 
«Cuore di Gesù, unito alla persona del Verbo di Dio, abbi pietà di noi».
L'espressione «Cuore di Gesù» richiama subito alla mente l'umanità di Cristo, e ne sottolinea la ricchezza dei sentimenti, la compassione verso gli infermi; la predilezione per i poveri; la misericordia verso i peccatori; la tenerezza verso i bambini; la fortezza nella denuncia dell'ipocrisia, dell'orgoglio, della violenza; la mansuetudine di fronte agli oppositori; lo zelo per la gloria del Padre e il giubilo per i suoi disegni di grazia, misteriosi e provvidenti.  In riferimento ai fatti della Passione, l'espressione «Cuore di
Gesù» richiama poi la tristezza di Cristo per il tradimento di Giuda, lo sconforto per la solitudine, l'angoscia dinanzi alla morte, l'abbandono filiale e obbediente nelle mani del Padre. E dice soprattutto l'amore che sgorga inarrestabile dal suo intimo: amore infinito verso il Padre e amore senza limiti verso l'uomo. Ora, questo Cuore umanamente così ricco, «è unito - l'invocazione ce lo ricorda - alla Persona del Verbo di Dio». Gesù è il Verbo di Dio incarnato; in lui vi è una sola Persona - quella eterna del Verbo, - sussistente in due nature, la divina e l'umana. Gesù è uno, nella realtà indivisibile del suo essere, ed è, nel contempo, perfetto nella sua divinità, perfetto nella nostra umanità; è uguale al Padre, per quanto concerne la natura divina, uguale a noi, per quanto riguarda la natura umana; vero Figlio di Dio e vero Figlio dell'uomo.
[Angelus, 9 luglio 1989]
 
15 giugno
 
«Cuore di Gesù, unito alla persona del Verbo di Dio, abbi pietà di noi».
Il Cuore di Gesù fin dal momento dell'Incarnazione, è stato e sarà sempre unito alla Persona del Verbo di Dio.  Per l'unione del Cuore di Gesù alla Persona del Verbo di Dio possiamo dire: in Gesù, Dio ama umanamente, soffre umanamente, gioisce umanamente. E viceversa: in Gesù, l'amore umano, la sofferenza umana, la gloria umana acquistano intensità e potenza divine. 3. Riuniti, cari fratelli e sorelle, per la preghiera dell'«Angelus», contempliamo con Maria il Cuore di Cristo. La Vergine visse nella fede, giorno dopo giorno, accanto al suo Figlio Gesù: sapeva che la carne di suo Figlio era fiorita dalla sua carne verginale; ma intuiva che egli, perché «Figlio dell'Altissimo» (Lc 1,32) la trascendeva infinitamente: il Cuore del suo Figlio era, appunto, «unito alla Persona del Verbo». Per questo ella lo amava come Figlio suo e, al tempo stesso, lo adorava come suo Signore e suo Dio. Che ella conceda anche a noi di amare ed adorare il Cristo, Dio e uomo, sopra ogni cosa, «con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente» (cfr. Mt 22,37). In tal modo, seguendo il suo esempio, saremo oggetto delle predilezioni divine e umane del Cuore del suo Figlio.
[Angelus, 9 luglio 1989]
 
 
16 giugno
 
Nell'ora della comune preghiera dell'Angelus ci rivolgiamo, insieme con Maria - mediante il suo cuore immacolato - verso il cuore divino del suo Figlio: cuore di Gesù, tempio santo di Dio; cuore di Gesù, tabernacolo dell'Altissimo. Cuore di un uomo simile a tanti, tanti altri cuori umani e, al tempo stesso, cuore di Dio-Figlio.
Se quindi è vero che ogni uomo «abita», in qualche modo, nel suo cuore, allora nel cuore dell'uomo di Nazaret, di Gesù Cristo, abita Dio. Esso è «tempio di Dio», essendo cuore di quest'uomo. Dio-Figlio è unito con il Padre, come Verbo eterno, «Dio da Dio, luce da luce... generato non creato». Il Figlio è unito con il Padre nello Spirito Santo, che è il «soffio» del Padre e del Figlio ed è, nella divina Trinità, la Persona-Amore.  Il cuore dell'uomo Gesù Cristo è quindi, nel senso trinitario, «tempio di Dio»: è il tempio interiore del Figlio che è unito con il Padre nello Spirito Santo mediante l'unità della divinità. Quanto inscrutabile rimane il mistero di questo cuore, che è «tempio di Dio» e «tabernacolo dell'Altissimo»!
Al tempo stesso, esso è la vera «dimora di Dio con gli uomini», (Ap 21,3), poiché il cuore di Gesù, nel suo tempio interiore, abbraccia tutti gli uomini. Tutti vi abitano, abbracciati dall'eterno amore. A tutti possono essere rivolte - nel cuore di Gesù - le parole del profeta: «Ti ho amato di amore eterno, / per questo ti conservo ancora pietà» (Ger 31,3). Mediante il cuore immacolato di Maria rimaniamo nell'alleanza con il cuore di Gesù, che è «tempio di Dio», il più splendido «tabernacolo dell'Altissimo» e il più perfetto.
[Angelus, 9 giugno 1985]
 
17 giugno
 
Carattere distintivo della nuova umanità redenta da Cristo è la pienezza dell'amore fraterno. In realtà l'Eucaristia è per eccellenza il Sacramento dell'amore, inteso come dono di sé. Senza il nutrimento spirituale che proviene dal Corpo e Sangue di Cristo, l'amore umano rimane sempre inquinato di egoismo. La comunione con il Pane del cielo, invece, converte i cuori e infonde in essi la capacità di amare come ci ha amato Gesù. "Comunione": questa parola, con cui spesso chiamiamo l'Eucaristia, è al riguardo quanto mai significativa. Chi riceve con fede il Corpo di Cristo si unisce intimamente a Lui e, in Lui, a Dio Padre, nell'amore dello Spirito Santo. Dio nell'uomo, l'uomo in Dio. E ciò diventa l'autentico fondamento della comunione nella Chiesa. Come scrive l'apostolo Paolo ai Corinzi: "Poiché c'è un solo pane, noi ... siamo un corpo solo" (1 Cor 10,17).
Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averLo portato in sé con ineffabile amore, Ella ha seguito fedelmente il Verbo incarnato fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo a Maria di aiutarci a riscoprire la centralità dell'Eucaristia, specialmente nel giorno del Signore, per vivere in pienezza la comunione fraterna. A Lei chiediamo, inoltre, di condurci verso la vera unità.
[Angelus, 16 giugno 1991]
 
 
 
 
 
18 giugno
 
Cuore di Gesù fornace ardente di carità.
Desideriamo, insieme con la Madre di Dio, rivolgere i nostri cuori verso il cuore del suo Figlio divino. Ci parlano profondamente le invocazioni di queste splendide litanie, che recitiamo oppure cantiamo soprattutto nel corso del mese di giugno. La Madre ci aiuti a capire meglio i misteri del cuore del suo Figlio. "Fornace di carità". La fornace arde. Ardendo, brucia ogni materiale, sia legno o altra sostanza facilmente combustibile. Il cuore di Gesù, il cuore umano di Gesù, brucia dell'amore, che lo ricolma. E questo è l'amore per l'eterno Padre e l'amore per gli uomini: per le figlie e i figli adottivi. La fornace, bruciando, a poco a poco si spegne. Il cuore di Gesù invece è fornace inestinguibile. In questo assomiglia a quel "roveto ardente" del libro dell'Esodo, nel quale Dio si rivelo a Mosè. Il roveto che ardeva nel fuoco, ma... non si "consumava" (Es 3,2). Infatti, l'amore che arde nel cuore di Gesù è soprattutto lo Spirito Santo, nel quale il Dio-Figlio si unisce eternamente al Padre. Il cuore di Gesù, il cuore umano di Dio-uomo, è abbracciato dalla "fiamma viva" dell'amore trinitario, che non si estingue mai. Cuore di Gesù, fornace ardente di carità. La fornace, mentre arde, illumina le tenebre della notte e riscalda i corpi dei viandanti raggelati.
[Angelus, 23 giugno 1985]
 
19 giugno
 
Cuore di Gesù, "santuario di giustizia e di carità".
La preghiera dell'Angelus ci ricorda ogni volta quel momento salvifico, nel quale, sotto il cuore della Vergine di Nazaret, ha incominciato a battere il cuore del Verbo, del Figlio di Dio. Nel suo seno egli si è fatto uomo, per opera dello Spirito Santo. Nel seno di Maria è stato concepito l'uomo ed è stato concepito il cuore.
Questo cuore è - cosi come ogni cuore umano - un centro, un santuario nel quale pulsa con un ritmo speciale la vita spirituale. Cuore, insostituibile risonanza di tutto cio che sperimenta lo spirito dell'uomo. Ogni cuore umano è chiamato a pulsare col ritmo della giustizia e della carità. Da ciò viene misurata la vera dignità dell'uomo.
Il cuore di Gesù batte col ritmo della giustizia e dell'amore secondo la stessa misura divina! Questo è appunto il cuore del Dio-uomo. In lui si deve compiere fino alla fine ogni giustizia di Dio verso l'uomo, e anche, in un certo senso, la giustizia dell'uomo verso Dio. Nel cuore umano del Figlio di Dio viene offerta all'umanità la giustizia di Dio stesso. Questa giustizia è al tempo stesso il dono dell'amore. Mediante il cuore di Gesù l'amore entra nella storia dell'umanità come amore sussistente: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16).
Desideriamo fissare con gli occhi della Vergine immacolata la luce di quell'ammirabile mistero: la giustizia che si rivela come amore! Amore che riempie fino all'orlo ogni misura della giustizia! E la oltrepassa! Preghiamo: perché mediante il tuo cuore, o Genitrice di Dio, il cuore di Gesù come "santuario di giustizia e di carità", diventi per noi tutti "via, verità e vita".
[Angelus, 14 luglio 1985]
 
 
 
 
 
 
20 giugno
 
Cuore di Gesù, "traboccante di bontà e di amore".
Desideriamo Domini, rivolgerci al cuore di Cristo, seguendo le parole delle litanie. Desideriamo parlare al cuore del Figlio mediante il cuore della Madre. Che cosa vi puo essere di più bello del colloquio di questi due cuori? Ad esso vogliamo partecipare. Il cuore di Gesù è "fornace ardente di carità", perché la carità possiede qualcosa della natura del fuoco, il quale arde e brucia per illuminare e riscaldare. Al tempo stesso, nel sacrificio del Calvario il cuore del Redentore non è stato annientato con il fuoco della sofferenza. Anche se umanamente è morto, come accerto il centurione romano trafiggendo con la lancia il costato di Cristo, nell'economia divina della salvezza questo cuore è rimasto vivo, come ha manifestato la risurrezione.
 Ed ecco, proprio il cuore vivo del Redentore risorto e glorificato è "traboccante di bontà e di amore": infinitamente e sovrabbondantemente traboccante. Il traboccare del cuore umano raggiunge in Cristo il metro divino. Così fu questo cuore già durante i giorni della vita terrena. Lo testimonia quanto è narrato nel Vangelo. La pienezza della carità si manifesta attraverso la bontà: attraverso la bontà irradiava e si diffondeva su tutti, prima di tutto sui sofferenti e poveri. Su tutti secondo le loro necessità e aspettative più vere. E tale è il cuore umano del Figlio di Dio anche dopo l'esperienza della croce e del sacrificio. Anzi, ancora di più: traboccante d'amore e di bontà.
[Angelus, 21 luglio 1985]
 
21 giugno
 
Cuore di Gesù - "abisso di tutte le virtù".
Sotto il cuore della Madre è stato concepito l'uomo. Il Figlio di Dio è stato concepito come uomo. Per venerare il momento di questo concepimento, cioè il mistero dell'incarnazione, ci uniamo nella preghiera dell'Angelus Domini. Alla luce del momento del concepimento, alla luce del mistero dell'incarnazione guardiamo a tutta la vita di Gesù, nato da Maria. Cerchiamo, seguendo le invocazioni delle litanie, di descrivere in un certo senso questa vita dall'interno: attraverso il cuore. Il cuore decide della profondità dell'uomo. E, in ogni caso, esso indica il metro di questa profondità, sia nell'esperienza interiore di ciascuno di noi, come pure nella comunicazione interumana. La profondità di Gesù Cristo, indicata col metro del suo cuore è incomparabile. Supera la profondità di qualsiasi uomo, perché è non soltanto umana, ma al tempo stesso divina. Questa divina-umana profondità del cuore di Gesù è la profondità delle virtù. di tutte le virtù. Come un vero uomo Gesù pronuncia l'interiore linguaggio del suo cuore mediante le virtù. Infatti, analizzando la sua condotta si possono scoprire ed identificare tutte queste virtù, come, storicamente, emergono dalla conoscenza della morale umana, come le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), e le altre che ne derivano. L'invocazione delle litanie parla in forma molto bella di un "abisso" delle virtù di Gesù. Questo abisso, questa profondità significa un particolare grado della perfezione di ciascuna delle virtù e la sua particolare potenza. Questa profondità e potenza di ciascuna delle virtù proviene dall'amore. Quanto maggiormente tutte le virtù sono radicate nell'amore, tanto più grande è la loro profondità. Occorre aggiungere che, oltre l'amore, anche l'umiltà decide della profondità delle virtù. Gesù disse: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29).
[Angelus, 28 luglio 1985]
 
22  giugno
 
"Cuore di Gesù, nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza".
Questa invocazione delle litanie del Sacro Cuore, tratta dalla Lettera ai Colossesi (2,3), ci fa comprendere la necessità di andare al cuore di Cristo per entrare nella pienezza di Dio. La scienza, di cui si parla, non è la scienza che gonfia, fondata sulla potenza umana. E' sapienza divina, un mistero nascosto per secoli nella mente di Dio, creatore dell'universo. E' una scienza, nuova, nascosta ai sapienti e agli intelligenti del mondo, ma rivelata ai piccoli, ricchi di umiltà, semplicità, purezza di cuore. Questa scienza e questa sapienza consistono nel conoscere il mistero del Dio invisibile, che chiama gli uomini a essere partecipi della sua divina natura e li ammette alla comunione con sé. Noi sappiamo tali cose perché Dio stesso si è degnato di rivelarle a noi per mezzo del Figlio, che è sapienza di Dio. Tutte le cose, che stanno sulla terra e nei cieli, sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. La sapienza di Cristo è più grande di quella di Salomone. Le sue ricchezze sono imperscrutabili. Il suo amore sorpassa ogni conoscenza. Ma con la fede siamo in grado di comprenderne, insieme con tutti i santi, l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza, la profondità. Conoscendo Gesù, conosciamo anche Dio. Chi vede lui, vede il Padre. Con lui l'amore di Dio è sparso nei nostri cuori. La scienza umana è come l'acqua delle nostre fonti: chi ne beve, torna ad avere sete. La sapienza e la scienza di Gesù, invece, aprono gli occhi della mente, muovono il cuore nella profondità dell'essere e generano l'uomo all'amore trascendente; liberano dalle tenebre dell'errore, dalle macchie del peccato, dal pericolo della morte, e conducono alla pienezza della comunione di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana. Con la sapienza e la scienza di Gesù, noi siamo radicati e fondati nella carità. Si crea l'uomo nuovo, interiore, il quale mette Dio al centro della propria vita e se stesso al servizio dei fratelli. E' il grado di perfezione che raggiunse Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, esempio unico di creatura nuova, arricchita della pienezza di grazia e pronta a realizzare la volontà di Dio: "Ecco l'ancella del Signore, sia fatto di me secondo la tua parola". Ed è per questo che noi la invochiamo "Sede della sapienza".
[Angelus,  1 settembre 1985]
 
23 giugno
 
Cuore di Gesù, nel quale il Padre si è compiaciuto. Pregando così, particolarmente ora, nel mese di giugno, meditiamo su quel compiacimento eterno che il Padre ha nel Figlio: Dio in Dio, Luce nella Luce. Tale compiacimento significa pure Amore: questo Amore al quale tutto cio che esiste deve la sua vita: senza di esso, senza Amore, e senza il Verbo-Figlio, "niente è stato fatto di tutto cio che esiste" (Jn 1,3). Questo compiacimento del Padre ha trovato la sua manifestazione nell'opera della creazione, in particolare in quella dell'uomo, quando Dio "vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa buona... era cosa molto buona" (Gn 1,31). Non è dunque il Cuore di Gesù quel "punto" in cui pure l'uomo puo ritrovare piena fiducia in tutto cio che è creato? Vede i valori, vede l'ordine e la bellezza del mondo. Vede il senso della vita.
Cuore di Gesù, nel quale il Padre si è compiaciuto. Ci rechiamo alla riva del Giordano. Ci rechiamo al monte Tabor. In entrambi gli avvenimenti descritti dagli evangelisti si sente la voce del Dio invisibile, ed è la voce del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo" (Mt 17,5).
L'eterno compiacimento del Padre accompagna il Figlio, quando egli si è fatto uomo, quando ha accolto la missione messianica da svolgere nel mondo, quando diceva che il suo cibo era compiere la volontà del Padre. Alla fine Cristo ha compiuto questa volontà facendosi obbediente fino alla morte di croce, e allora quell'eterno compiacimento del Padre nel Figlio, che appartiene all'intimo mistero del Dio-Trino, è diventato parte della storia dell'uomo. Infatti il Figlio stesso si è fatto uomo, e in quanto tale ha avuto un cuore d'uomo, con il quale ha amato e ha risposto all'amore. Prima di tutto all'amore del Padre. E percio su questo cuore, sul Cuore di Gesù, si è concentrato il compiacimento del Padre. E' il compiacimento salvifico. Infatti il Padre abbraccia con esso - nel cuore del Suo Figlio - tutti coloro per i quali questo Figlio è diventato uomo, Tutti coloro per i quali ha il cuore. Tutti coloro per i quali è morto e risorto. Nel Cuore di Gesù l'uomo e il mondo ritrovano il compiacimento del Padre. Questo è il cuore del nostro Redentore. E' il cuore del Redentore del mondo.
[Angelus, 22 giugno 1986]
 
24 giugno
 
«Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome» (Is 49,1).  Oggi la Chiesa celebra la natività di san Giovanni Battista. Questa natività è, al tempo stesso, vocazione. Già nel grembo di sua madre Elisabetta, moglie di Zaccaria, Giovanni è stato chiamato per nome da Dio. Egli doveva presentarsi sulla strada della divina rivelazione come l'ultimo dei profeti dell'antica alleanza e, al tempo stesso, come il precursore di Gesù Cristo, nel quale si compie la nuova ed eterna alleanza di Dio con l'umanità.  Nel giorno della circoncisione di Giovanni, suo padre Zaccaria, nell'inno di ringraziamento a Dio, pronunciò le seguenti parole: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade» (Lc 1,76).  La Chiesa, fin dai tempi più antichi, ha circondato di particolare venerazione san Giovanni Battista, la sua vocazione e la sua speciale missione. In questa vocazione e missione la Chiesa ritrova se stessa come l'erede dell'antica alleanza e, in pari tempo, si sente chiamata a rendere testimonianza a Gesù Cristo, agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cfr. Gv 1,29).  «Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista» (Mt 11,11).
[Angelus, 24 giugno 1984]
 
25 giugno
 
"Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo attinto".
Raccolti per recitare l'Angelus, ci uniamo a Maria nel momento dell'annunciazione, quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare sotto il suo cuore: il cuore della Madre. Ci uniamo quindi al cuore della Madre, che dal momento del concepimento conosce meglio il cuore umano del suo divin Figlio: "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia", cosi scrive l'evangelista Giovanni (1,16).
Che cosa determina la pienezza del cuore? Quando possiamo dire che il cuore è pieno? Di che cosa è pieno il cuore di Gesù? E' pieno d'amore. L'amore decide di questa pienezza del cuore del Figlio di Dio, alla quale ci rivolgiamo nella preghiera. E' un cuore pieno di amore del Padre: pieno in modo divino e insieme umano. Infatti il cuore di Gesù è veramente il cuore umano di Dio Figlio. E' quindi pieno di amore filiale: tutto cio che egli ha fatto e detto sulla terra, rende testimonianza proprio a tale amore filiale. Nello stesso tempo l'amore filiale del cuore di Gesù ha rivelato - e rivela continuamente al mondo - l'amore del Padre. Il Padre "infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" per la salvezza del mondo; per la salvezza dell'uomo, perché egli "non muoia, ma abbia la vita eterna" (Jn 3,16). Il cuore di Gesù è quindi pieno d'amore per l'uomo. E' pieno d'amore per la creatura. Pieno d'amore per il mondo. Quanto è pieno! Questa pienezza non si esaurisce mai. Quando l'umanità attinge alle risorse materiali della terra, dell'acqua, dell'aria, queste risorse diminuiscono e poco a poco si esauriscono.
[Angelus, 13 luglio 1986]
 
26 giugno
 
"Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni...".
Nel corso di queste domeniche, mentre ci raccogliamo per la preghiera di mezzogiorno, recitiamo le litanie del sacro Cuore in unione particolare con la Madre di Gesù. L'Angelus domenicale infatti è il nostro appuntamento di preghiera con Maria. Insieme a lei ricordiamo l'annunciazione, che fu certamente un avvenimento decisivo nella sua vita. Ed ecco, nel centro di quest'avvenimento, scopriamo il cuore. Si tratta dell'amore del Figlio di Dio, che dal momento dell'incarnazione inizia a svilupparsi sotto il cuore della Madre insieme con il cuore umano del suo Figlio.
E' questo cuore "desiderio" del mondo? Guardando il mondo cosi come visibilmente ci circonda, dobbiamo constatare con san Giovanni che esso è sottomesso alla concupiscenza della carne, alla concupiscenza degli occhi e alla superbia della vita (cfr. 1Jn 2,16) e questo "mondo" sembra essere lontano dal desiderio del cuore di Gesù. Non condivide i suoi desideri. Rimane estraneo e, a volte, addirittura ostile nei suoi confronti. Questo è il "mondo", di cui il Concilio dice che è "posto sotto la schiavitù del peccato" ("Gaudium et Spes", 2). E lo dice in conformità con l'intera rivelazione, con la Sacra Scrittura e con la Tradizione (e perfino, diciamo pure, con la nostra esperienza umana). Contemporaneamente, tuttavia, lo stesso "mondo" è stato chiamato all'esistenza per amore del Creatore e per questo amore esso è costantemente mantenuto nell'esistenza. Si tratta del mondo come l'insieme delle creature visibili e invisibili, e in particolare "l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive" ("Gaudium et Spes", 2). E' il mondo che, proprio a causa della "schiavitù del peccato", è stato sottomesso alla caducità - come insegna san Paolo - e, per questo, geme e soffre nelle doglie del parto, attendendo con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, poiché soltanto su una tale strada puo essere veramente liberato dalla schiavitù della corruzione, per partecipare alla liberà e alla gloria dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).
[Angelus, 20 luglio 1986]
 
27 giugno
 
Durante il mese di giugno abbiamo avuto modo di riflettere sul mistero dell'amore di Dio, manifestato al mondo nel Cuore di Cristo Sappiamo e crediamo che il Signore Gesù ci ha amati e ci ama di un amore eterno e misericordioso, e per questo ci colma di ogni dono di grazia. Oggi, nella preghiera dell' Angelus, vogliamo soffermarci a considerare la vocazione del cristiano come risposta a questo amore. Questa risposta si concretizza soprattutto attraverso la preghiera e la sofferenza riparatrice.
 Il mistero della redenzione, che si realizza nella Croce, permane sempre vivo nella Chiesa, la quale è conscia che ciascuno dei suoi figli deve prender su di sé la sua parte di sofferenza per riparare, insieme con Cristo, i peccati del mondo. Essa, pertanto, mentre annuncia all'umanità le ricchezze del Cuore di Gesù ed invita ad avvicinarsi con piena fiducia al trono della grazia per trovarvi aiuto al momento opportuno (cfr. Eb 4,16), chiede pure ai cristiani di condividere l'infinita carità del redentore e di partecipare alla sua opera per la salvezza del mondo. Quanti cristiani generosi, toccati da questo invito, hanno saputo e sanno offrirsi, in unione con Cristo, come vittime per la salvezza dei fratelli e completano nella propria carne quello che manca ai suoi patimenti, a favore del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24)! Il loro esempio, come percorre tutta la storia della Chiesa, così è tuttora valido e stimolante.
La Vergine Maria, presente ai piedi della Croce, è per tutti noi il modello più alto per la sua diretta partecipazione alla passione di Cristo, dal cui Cuore squarciato si riversa sul mondo la grazia che salva.
[30 giugno 1991]
 
28 giugno
 
Durante tutto il mese di giugno la Chiesa ha messo davanti a noi i misteri del Cuore di Gesù, Dio-Uomo. Questi misteri sono enunziati in modo penetrante nelle litanie del Sacratissimo Cuore, che possono essere cantate, possono essere recitate, ma soprattutto debbono essere meditate. Negli ultimi giorni del mese di giugno tutti questi misteri sono stati proposti nella loro globalità dalla liturgia della solennità del
Sacratissimo Cuore. Ecco le parole di san Giovanni apostolo: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati... perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9-10).
V'è qui la sintesi di tutti i misteri nascosti nel Cuore del Figlio di Dio: l'amore «preveniente», l'amore «soddisfattorio», l'amore vivificante.  Questo Cuore pulsa con il sangue umano, che è stato versato sulla croce. Questo Cuore pulsa con tutto l'inesauribile amore che è eternamente in Dio. Con questo amore esso è sempre aperto verso di noi, attraverso la ferita che vi ha aperto la lancia del centurione sulla croce.  «Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11): l'amore fa nascere l'amore, sprigiona l'amore e si realizza mediante l'amore. Ciascuna particella di vero amore nel cuore umano ha in sé qualcosa di ciò di cui il Cuore del Dio-Uomo è colmo senza limiti.
Tu, o Madre di Cristo, hai ubbidito per prima a questa chiamata. Meditando, nella preghiera dell'Angelus, sul mistero dell'Annunciazione, ti preghiamo: insegnaci ad aprire i nostri cuori all'amore che è nel Cuore di Gesù, come tu gli hai aperto il Cuore sin dal primo «fiat».
[Angelus, 1 luglio 1984]
 
29 giugno
 
Oggi la Chiesa celebra la solennità dei Santi Pietro e Paolo. Facendone memoria, la Chiesa torna alle sorgenti, quasi a cercare la freschezza e l'entusiasmo della prima ora. In realtà, la sorgente è una sola: il Cristo! E’ Lui il cuore della Chiesa, tutto il suo bene. Ma come incontrarlo, senza coloro che egli ha scelto come apostoli, ponendoli a fondamento della sua comunità? Senza di essi, mancherebbe il necessario anello di congiunzione tra noi e il Maestro. Eminenti tra gli apostoli sono Pietro e Paolo. A Pietro fu dato di essere la "roccia" su cui poggia per sempre la fede e l'unità della Chiesa. "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa" (Mt 16,18). Paolo fu chiamato ad essere apostolo delle genti, annunciatore della grazia di Cristo, infaticabile costruttore di comunità animate dallo Spirito di Dio. Due vocazioni complementari. Due personalità di prima grandezza. Due esistenze afferrate da Cristo. Volendo sintetizzare il senso della sua vita, Paolo lo espresse con questa affermazione, che anche Pietro avrebbe potuto far sua, e che rimane il programma della Chiesa di tutti i tempi: Per me vivere è Cristo! (Fil 1,21).
[Angelus, 29 giugno 1994]
 
30 giugno
 
"Cuore di Gesù, generoso verso coloro che ti invocano"! Ci raccogliamo o Madre di Cristo, l'avvenimento che ebbe luogo a Cana di Galilea. Questo avvenne all'inizio dell'attività messianica. Gesù era stato invitato, insieme a te e ai suoi primi discepoli, alle nozze. E quando venne a mancare il vino, tu, Maria, dicesti a Gesù; Figlio, "non hanno più vino" (Jn 2,3). Tu conoscevi il suo cuore. Sapevi che esso è generoso verso coloro che lo invocano. Con la tua preghiera a Cana di Galilea hai fatto si che il cuore di Gesù si rivelasse nella sua generosità. Questo è il cuore generoso, poiché in esso abita infatti la pienezza; abita in Cristo vero uomo la pienezza della divinità; e Dio è Amore. E' generoso perché ama - e amare vuol dire elargire, vuol dire donare. Amare vuol dire essere dono. Vuol dire essere per gli altri, essere per tutti, essere per ciascuno. Per ciascuno che chiama. Chiama, a volte, perfino senza parole. Chiama per il fatto di mettere a nudo tutta la sua verità e, in questa verità, chiama l'amore! La verità ha la forza di chiamare l'amore. Mediante la verità hanno la forza di chiamare all'amore tutti coloro che sono "poveri in spirito", che "hanno fame e sete della giustizia", che, essi stessi, sono misericordiosi. Tutti costoro - e tanti altri ancora - hanno un meraviglioso "potere" sull'amore. Tutti quelli fanno si, che l'amore si comunichi, si doni e si manifesti cosi la generosità del cuore. Tra tutti coloro, tu, Maria, sei la prima. Cuore di Gesù, generoso verso coloro che ti invocano! Mediante questa generosità l'amore non si esaurisce, ma cresce. Cresce costantemente. Tale è la natura misteriosa dell'amore. E tale è pure il mistero del cuore di Gesù, che è generoso verso tutti. Si apre per tutti e per ciascuno. Si apre completamente da se stesso. E in questa generosità non si esaurisce. La generosità del cuore rende testimonianza al fatto che l'amore non è soggetto alle leggi della morte, ma alle leggi della risurrezione e della vita. Rende testimonianza al fatto che l'amore cresce con l'amore. Tale è la sua natura.
[Angelus, 3 agosto 1986]
 
 

 

1 luglio
 
La tradizione popolare dedica il mese di luglio alla contemplazione del Preziosissimo Sangue di Cristo, mistero insondabile di amore e di misericordia. Nella Liturgia, l'apostolo Paolo afferma nella Lettera ai Galati che "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi" (Gal 5,1). Questa libertà ha un caro prezzo: è la vita, il sangue del Redentore. Sì! Il Sangue di Cristo è il prezzo che Dio ha pagato per liberare l'umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Il Sangue di Cristo è la prova inconfutabile dell'amore del Padre celeste per ogni uomo, nessuno escluso.
Tutto questo è stato ben sottolineato dal Beato Giovanni XXIII, devoto al Sangue del Signore fin dall'infanzia, quando in famiglia ne sentiva recitare le speciali Litanie. Eletto Papa, scrisse una Lettera apostolica per promuoverne il culto (Inde a primis, 30 giugno 1959), invitando i fedeli a meditare sul valore infinito di quel Sangue, del quale "una sola goccia può salvare tutto il mondo da ogni colpa" (Inno Adoro Te devote). Che la meditazione del sacrificio del Signore, pegno di speranza e di pace per il mondo, sia incoraggiamento e stimolo a costruire ovunque la pace.
 [Angelus 1 luglio 2001]
 
2 luglio
 
Il Sangue di Cristo ci ha redenti. Ecco la verità che la pietà popolare ricorda all’inizio del mese di luglio, tradizionalmente dedicato al Sangue preziosissimo di Cristo. Quanto sangue, nel mondo, versato ingiustamente! Quanta violenza, quanto disprezzo per la vita umana! Questa umanità, non di rado ferita dall’odio e dalla violenza, ha più che mai bisogno di sperimentare l’efficacia del Sangue redentore di Cristo. Quel Sangue che, sparso non invano, porta in sé tutta la potenza dell’amore di Dio ed è pegno di speranza, di riscatto, di riconciliazione. Ma per attingere da questa sorgente bisogna tornare alla Croce di Cristo, fissare lo sguardo sul Figlio di Dio, su quel suo Cuore trafitto, su quel Sangue versato.
Sotto la Croce stava Maria, compartecipe della Passione del Figlio. Essa offre il suo Cuore di Madre come rifugio a chiunque è in cerca di perdono, di speranza e di pace, come ci ha ricordato la festa del suo Cuore Immacolato. Maria ha deterso il sangue del Figlio crocifisso. A Lei affidiamo il sangue delle vittime della violenza, perché sia riscattato da quello che Gesù ha versato per la salvezza del mondo.
[Angelus, 2 luglio 2000]
 
3 luglio
 
Tra le priorità che urgono oggi nella vita della comunità cristiana c'è la riscoperta della domenica. Per molti, infatti, essa rischia di essere sentita e vissuta solo come "fine settimana". Ma la domenica è ben altro: è il giorno settimanale in cui la Chiesa celebra la Risurrezione di Cristo. E' la Pasqua della settimana!
Per questo essa è per eccellenza il "giorno del Signore", come ricorda il nome stesso di "domenica", conservato in italiano e in altre lingue, in corrispondenza del latino "dies dominica" o "dies Domini". In obbedienza al terzo comandamento, la domenica deve essere santificata, soprattutto con la partecipazione alla Santa Messa. Un tempo, nei Paesi di tradizione cristiana, questo era facilitato da tutto il contesto culturale. Oggi, per restare fedeli alla pratica domenicale, occorre andare spesso "contro corrente". E' necessaria, perciò, una rinnovata consapevolezza di fede. Non abbiate paura, carissimi, di aprire il vostro tempo a Cristo! Quello dato a Lui non è tempo perduto; al contrario, è tempo guadagnato per la nostra umanità, è tempo che infonde luce e speranza ai nostri giorni.
Preghiamo la Vergine Santa perché Ella spinga i fedeli a interrogarsi sul modo con cui vivono la domenica e incoraggi i Pastori a dare a questo tema tutto il risalto che merita, nonostante le difficoltà proprie del nostro tempo.
[Angelus, 5 luglio 1998]
 
4 luglio
 
Riflettiamo comune sull'amore, che Dio ha rivelato all'uomo, incarnandosi. Maria di Nazaret e stata e rimarrà per sempre il primo testimone di questo amore, il primo testimone del mistero dell'Incarnazione. A lei ci rivolgiamo, in modo particolare, con questa preghiera comune e, insieme a lei, desideriamo meditare il mistero dell'Incarnazione del figlio di Dio. In questo mistero vogliamo sentire particolarmente a noi vicini tutti gli ammalati e i sofferenti. Certamente ve ne saranno anche qui a Castel Gandolfo; approfitto di questa circostanza per salutarli in modo speciale. E' noto che dappertutto, in ogni villaggio, in ogni città, grande o piccola, in ogni paese, in ogni continente, vi sono uomini che soffrono.
Vi sono infermi, gravemente ammalati, incurabili, invalidi; persone condannate a muoversi con l'aiuto di una carrozzella; donne e uomini incatenati ad un letto di dolore. Quando riflettiamo sull'immensità del dolore umano, di quel dolore che è tra noi, nelle nostre case, negli ospedali, nelle cliniche, dappertutto nel mondo, allora il significato delle parole di Cristo: "Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli... (fratelli miei sofferenti) l'avete fatto a me" (Mt 25,40), diventa estremamente reale. Quanto il Cristo si moltiplica attraverso queste parole! Quanto è presente nella storia dell'umanità! E quanti uomini nel mondo "fanno qualcosa per lui", perfino non rendendosene conto, non sapendo forse nemmeno che egli esista...
Anche noi, attraverso la nostra riflessione, vogliamo fare qualcosa per i nostri fratelli e sorelle sofferenti. Persino il solo ricordo di essi è già un atto. Il nostro incontro di oggi, in occasione dell'"Angelus Domini", lo dedichiamo a loro: e al ricordo.
[Angelus, 29 luglio 1979]
 
5 luglio
 
“Signore, insegnaci a pregare...” (Lc 11,1), dice a Cristo nel Vangelo uno dei suoi discepoli. Ed egli risponde loro richiamandosi all’esempio di un uomo, sì, di un uomo importuno, che, trovandosi nel bisogno, bussa alla porta del suo amico addirittura a mezzanotte. Ma ottiene ciò che chiede. Gesù, quindi, ci incoraggia ad avere un simile atteggiamento nella preghiera: quello dell’ardente perseveranza.  Così dunque dobbiamo incoraggiarci sempre maggiormente alla preghiera. Dobbiamo ricordare spesso l’esortazione di Cristo: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. In particolare, dobbiamo ricordarla quando perdiamo la fiducia o la voglia di pregare.
Dobbiamo anche sempre nuovamente imparare a pregare. Spesse volte avviene che ci dispensiamo dal pregare con la scusa di non saperlo fare. Se davvero non sappiamo pregare, tanto più allora è necessario impararlo. Ciò è importante per tutti, e sembra essere particolarmente importante per i giovani, i quali spesso tralasciano la preghiera che hanno imparato da bambini perché essa sembra loro troppo infantile, ingenua, poco profonda. Invece un simile stato di coscienza costituisce uno stimolo indiretto ad approfondire la propria preghiera, a renderla più riflessiva, più matura, a cercare l’appoggio per essa nella parola di Dio stesso e nello Spirito Santo, il quale “intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili”, come scrive san Paolo (Rm 8,26).
[Angelus, 27 luglio 1980]
 
6 luglio
 
Cento anni fa, il sei luglio mille novecento due, moriva Maria Goretti, ferita gravemente il giorno prima dalla cieca violenza di chi l’aveva aggredita. Il mio venerato predecessore, il servo di Dio Pio XII, la proclamò santa nel 1950, proponendola a tutti quale modello di coraggiosa fedeltà alla vocazione cristiana, sino al supremo sacrificio della vita. Ho voluto ricordare tale importante ricorrenza con uno speciale Messaggio diretto al Vescovo di Albano, sottolineando l'attualità di questa Martire della purezza, che auspico sia maggiormente conosciuta dagli adolescenti e dai giovani. Santa Maria Goretti è un esempio per le nuove generazioni, minacciate da una mentalità di disimpegno, che stenta a comprendere l'importanza di valori sui quali non è mai lecito scendere a compromessi.
Pur essendo povera e priva di istruzione scolastica, Maria, non ancora dodicenne, possedeva una personalità forte e matura, formata dall'educazione religiosa ricevuta in famiglia. Questo la rese capace non solo di difendere la propria persona con eroica castità, ma addirittura di perdonare il suo uccisore.
Il suo martirio ricorda che l'essere umano non si realizza seguendo gli impulsi del piacere, ma vivendo la propria vita nell'amore e nella responsabilità.
[Angelus, 7 luglio 2002]
 
7 luglio
 
“Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Questa promessa che, paradossalmente, Gesù fece ai suoi discepoli nel momento stesso in cui li stava lasciando, si realizza in modo singolare nel Sacramento dell’Eucaristia. Sotto i segni sensibili del pane e del vino, Gesù si rende presente in un luogo e in un tempo determinato, consentendo ad ogni essere umano, ovunque egli si trovi ed a qualsiasi epoca storica appartenga, di stabilire un contatto personale con Lui.
Nell’Eucaristia la logica dell’Incarnazione raggiunge la sua conseguenza estrema. In essa trova il suo coronamento quel cammino verso l’uomo, che ha spinto Gesù a spogliarsi dei privilegi della divinità, per assumere la condizione di servo  e porsi accanto a ciascuno di noi, come nostro fratello; per farsi alla fine Cibo e Bevanda della nostra anima nel suo cammino spirituale. Egli ci è accanto per sostenerci nella lotta contro ogni manifestazione del male sulla terra e per stimolare il nostro impegno a far progredire la storia verso traguardi più degni dell’uomo. Il cristiano non può, certo, attendersi di trovare nell’Eucaristia i suggerimenti del tutto pronti circa l’azione da svolgere nei diversi campi della sua vita personale, familiare, sociale o comunitaria, economica o politica. La partecipazione alla “mensa del Signore” tocca, tuttavia, sempre da vicino la sua coscienza del bene e del male, lo pone di fronte alle proprie responsabilità nei confronti delle persone vicine o lontane, nei confronti del mondo circostante. E, pertanto, la comunione al “pane spezzato” impegna ciascuno a recare il proprio contributo all’edificazione di un “mondo nuovo”!
[Angelus, 19 luglio 1981]
 
8 luglio
 
“A te levo i miei occhi, o Dio” (Sal 122 [123],1).
La Chiesa quando pronunzia queste parole si esprime come un ritmo interiore della nostra intimità con Dio: leviamo i nostri occhi a Dio nella preghiera. Lo facciamo, interrompendo il lavoro tre volte nel corso della giornata e recitando l’Angelus.
Facciamo così molte volte, quando (come dice lo stesso Salmo al v. 4) “siamo troppo sazi” della sofferenza, dell’incertezza, della pena. Allora cerchiamo l’appoggio in Dio. Incominciamo a pregare perfino senza parole: leviamo gli occhi a Dio, leviamo l’anima, tutto il nostro essere. Con la preghiera si esprime interamente il modo cristiano della nostra esistenza. L’apostolo Paolo dice: “Mi vanterò... ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo;... quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10). Così scrive di se stesso un uomo, che ha sperimentato personalmente, e in modo particolare, la potenza della grazia di Dio. In mezzo alle difficoltà della vita, pregando, ha sentito la risposta del Signore: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12,9). La preghiera è la prima e fondamentale condizione della collaborazione con la grazia di Dio. Bisogna pregare per avere la grazia di Dio – e bisogna pregare per poter cooperare con la grazia di Dio. Tale è il vero ritmo della vita interiore del cristiano. Il Signore parla a ciascuno di noi, così come ha parlato all’Apostolo: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.
[Angelus, 4 luglio 1982]
9 luglio
 
Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo penetri i nostri cuori con la sua luce per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati. Così preghiamo, attingendo abbondantemente dalla lettera agli Efesini. Uniamo questa preghiera con la nostra meditazione all’Angelus:
– “L’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo”.
– “E il Verbo si è fatto carne. E abitò fra noi”.
E appunto, da quel preciso momento l’Eterno Padre penetrò i nostri cuori con la sua luce! Da quel momento sappiamo “a quale speranza ci ha chiamati”.
Uniamo la nostra preghiera con la meditazione sulla nostra chiamata: umana e cristiana. Siamo chiamati dall’eternità in Gesù Cristo: “Dio Padre in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo...” (Ef 1,4); “per amore ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,5). In lui “abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia” (Ef 1,7). Ecco alcune frasi della lettera agli Efesini. Esse ci dicono a quale speranza Dio ci ha chiamati. Ci dicono a che cosa ha chiamato ognuno di noi l’Eterno Padre, già fin da qui in terra e nella prospettiva di tutta l’eternità. Queste parole parlano della elevazione soprannaturale di ogni uomo in Gesù Cristo: della dignità di figli adottivi di Dio, della quale siamo in lui gratificati.
[Angelus, 11 luglio 1982]
 
10 luglio
 
“Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla” (Sal 22 [23],1).
Nella liturgia rinnovata queste parole sono diventate a noi ancora più vicine. Ci piace cantarle, comprendendo bene il significato della metafora che si racchiude nelle parole del Salmo: “su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce. / Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, / per amore del suo nome” (Sal 22 [23],2-3). Cantiamo spesso queste parole per aprire davanti al Signore tutta la nostra anima – e tutto ciò che la travaglia: “Se dovessi camminare in una valle oscura, / non temerei alcun male, perché tu sei con me...” (Sal 22 [23],4).
Il nostro pellegrinaggio terrestre non è un andar raminghi per vie impervie. C’è un Pastore che ci conduce, che vuole il nostro bene e la nostra salvezza – non soltanto in questa vita, ma anche nell’eternità: “Felicità e grazia mi saranno compagne / tutti i giorni della mia vita, / e abiterò nella casa del Signore / per lunghissimi anni” (Sal 22 [23],6).
[Angelus, 18 luglio 1982]
 
11 luglio
“Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” (Gv 6,5), così Cristo domandò a Filippo nei pressi del lago di Tiberiade, quando vide “che una grande folla veniva da lui” (Gv 6,5). Doveva parlare a quegli uomini sull’Eucaristia – proprio là nei pressi del lago di Galilea, dove si compì il primo annunzio dell’Eucaristia – ma prima egli ebbe cura del cibo per il loro corpo. La Chiesa ci ricorda quel colloquio con l’apostolo Filippo, come pure il miracolo della moltiplicazione di cinque pani e di due pesci. “E quando furono saziati, (Gesù) disse ai discepoli: "Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto"” (Gv 6,12).  Adoriamo e ringraziamo Dio anche per tutto il bene spirituale e materiale, che è necessario all’uomo per vivere: “Gli occhi di tutti sono rivolti a te, in attesa, / e tu provvedi loro il cibo a suo tempo. / Tu apri la tua mano / e sazi la fame di ogni vivente” (Sal 144 [145],15-16). “Ti lodino, Signore, tutte le tue opere” (Sal 144 [145],10). Che la preghiera dell’Angelus Domini sia adorazione di Dio, sia ringraziamento per tutto il bene che il Creatore ha destinato all’uomo nel mondo!
[Angelus, 25 luglio 1982]
 
12 luglio
 
"Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa... si può paragonare al lievito..." (Mt 13,31-33). Il regno dei cieli si può pure paragonare a un campo, in cui si semina il buon seme, ma un nemico semina zizzania in mezzo al buon grano. Il padrone lascia che l'uno e l'altra crescano insieme fino alla mietitura (cfr. Mt 13,24-30). Ricordando questo insegnamento, la Chiesa ci invita a trovare il nostro posto nel regno di Dio e a far si che esso cresca in ciascuno di noi. E perciò ci insegna a pregare. Infatti il regno di Dio cresce in noi, prima, mediante la preghiera. Nella preghiera la debolezza dell'uomo si incontra con la potenza di Dio. "Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio" (Rm 8,26-27). Cosi scrive san Paolo apostolo ai romani. Nessuno degli uomini, nessuno dei santi, ha pregato cosi intensamente nello Spirito Santo come Maria. Quando recitiamo l'Angelus Domini preghiamo in unione con lei. Che lo Spirito Santo, per intercessione della Vergine santissima, suo tempio immacolato, sostenga la nostra preghiera, perché mediante essa si avvicini il regno di Dio in noi stessi e in tutto il creato!
[Angelus, 22 luglio 1984]
 
13 luglio
 
"Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8).
La purezza di cuore, come ogni virtù, esige un quotidiano allenamento della volontà e una costante disciplina interiore. Richiede anzitutto l’assiduo ricorso a Dio nella preghiera. Le molteplici occupazioni e i ritmi accelerati della vita rendono talora difficile coltivare questa importante dimensione spirituale. Oggi si esaltano spesso il piacere, l'egoismo o addirittura l'immoralità, in nome di falsi ideali di libertà e di felicità. Bisogna riaffermare con chiarezza che la purezza del cuore e del corpo va difesa, perché la castità "custodisce" l'amore autentico.
Mentre auguro di trarre profitto dal riposo estivo per crescere spiritualmente, affido la gioventù a Maria, splendente di bellezza. Lei, aiuti tutti, specialmente gli adolescenti e i giovani, a scoprire il valore e l'importanza della castità per costruire la civiltà dell'amore.
[Angelus, 6 luglio 2003]
 
14 luglio
 
Ascoltare la Parola di Dio è la cosa più importante nella nostra vita.
Cristo è sempre in mezzo a noi e desidera parlare al nostro cuore. Lo possiamo ascoltare meditando con fede la Sacra Scrittura, raccogliendoci nella preghiera privata e comunitaria, soffermandoci in silenzio davanti al Tabernacolo, dal quale Egli ci parla del suo amore.
Specialmente alla Domenica, i cristiani sono chiamati ad incontrare e ascoltare il Signore. Ciò avviene nel modo più pieno mediante la partecipazione alla Santa Messa, nella quale Cristo imbandisce per i fedeli la mensa della Parola e del Pane di vita. Ma altri momenti di preghiera e riflessione, di riposo e fraternità possono utilmente concorrere a santificare il giorno del Signore.
Quando, per l’azione dello Spirito Santo, Dio prende dimora nel cuore del credente, diviene più facile servire i fratelli. Così è avvenuto in modo singolare e perfetto in Maria Santissima. A Lei affidiamo questo periodo di vacanze, affinché sia valorizzato come tempo propizio per riscoprire il primato della vita interiore.
[Angelus, 18 luglio 2004]
 
15 luglio
 
Beati sono piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11, 28). Gesù conosceva bene sua Madre! Sapeva che ascoltava la parola di Dio “con cuore buono e perfetto” (Lc 8, 15). Sapeva che Ella la serbava “fedelmente” (cfr. Lc 2, 51) nel suo cuore (cfr. Lc 2, 19) e rifletteva sul suo senso (cfr. Lc 1, 29). Lei, la Madre del Figlio di Dio, ha unito la propria vita totalmente alla fedeltà alla parola di Dio. Incessantemente stava in ascolto di Dio, meditava le parole e gli eventi, accogliendo questa Rivelazione con tutto il suo essere nell’”obbedienza della fede”.
Il primo e il più perfetto frutto di tale donazione alla parola di Dio fu la sua maternità verginale. Con fede accolse il Verbo eterno, che per opera dello Spirito Santo in lei si fece carne per la salvezza dell’uomo. Obbediente alla volontà del Padre, fu per il Figlio di Dio non soltanto madre e protettrice, ma anche fedele collaboratrice nell’opera della Redenzione. Il frutto della sua vita maturò sotto la croce, dove nel modo umanamente più tragico, si rivelò la verità di Dio che è amore. Nello spirito di questo amore divino, obbediente alla chiamata del Figlio, ci accolse come suoi figli in Giovanni apostolo. E, quando dopo la risurrezione e l’ascensione di Cristo al cielo, perseverò, insieme agli Apostoli, in preghiera (cfr. At 1,14) e insieme ad essi sperimentò la discesa dello Spirito Santo, divenne Madre della Chiesa nascente. Questa mistica maternità si è rivelata pienamente nel mistero dell’ Assunzione al cielo.
[Angelus 6 giugno 1999]
 
16 luglio
 
Come sempre, ciò che Dio ci chiede ridonda a nostro vantaggio. L'esperienza mette in luce che l'osservanza della domenica, quale giorno di preghiera e di riposo, comporta un effetto rigeneratore e tonificante sull'esistenza umana. Si rischia non di rado, soprattutto oggi, di essere travolti dal ritmo frenetico degli impegni e degli eventi quotidiani. Ecco allora la domenica: come ben sottolinea il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, essa si erge quale protesta dello spirito contro l'asservimento del lavoro e il culto del denaro (cfr. CCC, 2172). Nello scorrere inesorabile del tempo la domenica viene ad aprire un varco al soprannaturale e all'eterno e propone all'uomo uno spazio contemplativo che lo aiuta a gustare in profondità la stessa esistenza terrena. Offre, inoltre, occasione e stimolo per stabilire ed approfondire contatti e rapporti sociali all'insegna della gratuità, dell'amicizia, dell'attenzione per chi è più solo e sofferente. Quando si trova tempo per Dio, si trova tempo anche per l’uomo. Impariamo dalla Vergine Santa il segreto di così riposante intimità con Dio. Modello sublime di silenzio e di contemplazione, Ella ci aiuti a sottrarci alla mortificante schiavitù delle "cose". Ci faccia riscoprire la bellezza del "giorno del Signore". Consacrando a Dio il nostro tempo, si addolcirà l'asprezza dell'affanno quotidiano; ci sentiremo toccati e come rigenerati da un alito di pace.
[Angelus, 28 marzo 1993]
 
17 luglio
 
«L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1, 46).
Insieme con Maria, Madre di Gesù, lodiamo Dio e in Lui esultiamo, «perché ha guardato l'umiltà della sua serva» (Lc 1, 48) e l'ha scelta a collaborare all'opera della nostra salvezza. Grazie a Lei, Dio Padre ha fatto grandi cose nello Spirito Santo, mediante il suo Figlio Gesù Cristo. Il suo magnanimo fiat ha, in certo senso, aperto un nuovo cammino della storia, sul quale da duemila anni il Dio Incarnato procede fedelmente insieme all'uomo. Maria, Madre di Cristo e Madre della Chiesa, indica incessantemente questa presenza di Cristo, aiuta ad accettarla sempre di nuovo, a meditarla nel cuore e a gioire di essa. Insieme con Maria rendiamo grazie a Dio per i testimoni della sua presenza, cresciuti dalla nostra generazione. Lo lodiamo, credendo che da lui proviene la potenza che permette a uomini deboli di perseverare nell'amore, nonostante prove e dure esperienze; che l'esempio dei martiri rafforzi la nostra vita religiosa, la nostra speranza e la nostra fiducia; diventi sostegno per chi viene esposto alla tentazione del dubbio e dello scoraggiamento dalla difficile quotidianità. Non cessiamo mai di attingere da Cristo, Figlio di Maria, quella forza che colma il cuore umano del coraggio della fede, della fiducia nella Divina Provvidenza e dell'amore più forte della morte!
[Angelus, 13 giugno 1999]
 
18 luglio
 
 
“Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli...” (Mt 11,25).
Questa frase del Vangelo  si affaccia alla mente nel momento in cui ci siamo riuniti per la recita dell’Angelus. Maria è colei alla quale è stato rivelato di più, nel momento in cui si presentò innanzi a Lei l’Angelo del Signore, annunziando: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,31). A Lei per prima giunge questa Verità che trasforma il mondo..., Verità tanto spesso nascosta “ai sapienti ed agli intelligenti” di questo mondo... Ed Essa, Maria di Nazaret, l’accetta con la massima semplicità dello spirito e, perciò, nella più autentica pienezza. Riunendoci per la preghiera dell’Angelus, apriamo continuamente i nostri cuori alla stessa Verità Divina con una simile semplicità! Giunga essa a noi sempre di nuovo, nei diversi luoghi e nelle diverse circostanze della vita, sia nel lavoro che nel riposo, come adesso nel tempo delle vacanze. Questa Verità Divina ci permetta di costruire dappertutto e quotidianamente la vita alla quale siamo stati chiamati in Cristo...: ci permetta ripetere con Cristo: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra”. Tale frutto della preghiera dell’Angelus io invoco sia per voi, cari fratelli e sorelle, sia per me.
[Angelus, 5 luglio 1981]
 
19 luglio
 
Secondo una felice tradizione della Chiesa cattolica, l'Angelus ricorda ogni giorno l'aurora della nostra salvezza: l'annuncio a Maria, la sua risposta il suo «fiat» e l'incarnazione del Figlio di Dio nel suo seno. Il suo «fiat» gioioso di Nazaret testimonia la sua libertà interiore, fatta di fiducia e di serenità.  Ella non sapeva come si sarebbe dovuto svolgere il servizio al Signore, né quale sarebbe stata la vita di suo Figlio. «Ecco la serva del Signore». E' la volontà del Signore che sarà la luce della sua vita, la sua pace nella sofferenza e la sua gioia. Con lo stesso cuore ella è serva del Signore e attenta ai suoi fratelli.  Così, mettendosi a servizio dei fratelli, con un'attenzione tutta particolare ai più poveri di essi, l'uomo non solo contribuisce a rendere più ospitale e più giusta la nostra terra, ma riesce a
superare le angosce e le  paure, derivate dal cattivo uso della libertà. In mezzo a tanti uomini che servono se stessi, invece di servire il loro prossimo, il cristiano contempla in Cristo colui che si è fatto uomo per servire, e in Maria la serva del Signore.
La disponibilità di Maria, la sua apertura di cuore, è opera dello Spirito Santo. «Lo Spirito Santo scenderà su di te». Ella ha come «sposato» lo Spirito Santo. Fin dai primi istanti dell'incarnazione, per ispirazione dello Spirito Santo, ella canta al Signore il Magnificat, che esprime lo slancio di un cuore nuovo. In lei si realizza in modo stupendo la profezia di Ezechiele: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). Insieme a lei dobbiamo senza posa chiedere allo Spirito Santo un cuore nuovo, la cui trasparenza lasci penetrare la verità che rende liberi e accolga l'amore di Dio per diffonderlo nel mondo, verso tutti gli uomini di cui Dio vuole la salvezza.
[Angelus, 17 giugno 1984]
 
 
 
20 luglio
 
"Cuore di Gesù, propiziazione per i nostri peccati".
Il cuore di Gesù è sorgente di vita, perché per esso si attua la vittoria sulla morte. E' sorgente di santità, perché in esso viene vinto il peccato che è avversario della santità nel cuore dell'uomo. Gesù, che la domenica di risurrezione entra attraverso la porta chiusa, nel cenacolo, dice agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi" (Jn 20,23). E cio dicendo, mostra loro le mani e il costato, in cui sono visibili i segni della crocifissione. Mostra il costato - luogo del cuore trafitto dalla lancia del centurione. Così dunque gli apostoli sono stati chiamati a ritornare al cuore, che è propiziazione per i peccati del mondo. E con loro anche noi siamo chiamati. La potenza della remissione dei peccati, la potenza della vittoria sul male che alberga nel cuore dell'uomo, si racchiude nella passione e nella morte di Cristo redentore. Un segno particolare di questa potenza redentrice è proprio il cuore. Una fiamma viva di amore ha consumato il cuore di Gesù sulla croce. Questo amore del cuore fu la potenza propiziatrice per i peccati. L'amore che ha consumato il cuore di Gesù - l'amore che ha causato la morte del suo cuore - era ed è una potenza invincibile. Mediante l'amore del cuore divino, la morte ha riportato la vittoria sul peccato. E' divenuta sorgente di vita e di santità.
Cristo stesso conosce fino in fondo questo mistero redentore del suo cuore. Ne è il testimone immediato. Quando dice agli apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo per la remissione dei peccati", rende testimonianza a quel cuore che è propiziazione per i peccati del mondo. Maria, che sei rifugio dei peccatori, avvicinaci al cuore del tuo Figlio!
[Angelus, 17 agosto 1986]
 
21 luglio
 
"Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri".
Le parole delle litanie del Sacro Cuore ci aiutano a rileggere il Vangelo della Passione di Cristo. Ripassiamo con gli occhi dell'anima attraverso quei momenti e avvenimenti: dalla cattura nel Getsemani al giudizio di Anna e di Caifa, all'incarcerazione notturna, alla sentenza mattutina del sinedrio, al tribunale del governatore romano, al tribunale di Erode galileo, alla flagellazione, all'incoronazione di spine, alla sentenza di crocifissione, alla "via crucis" fino al luogo del Golgota, e, attraverso l'agonia sull'albero dell'ignominia, fino all'ultimo "Tutto è compiuto". Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri.
Cuore di Gesù - il cuore umano del Figlio di Dio -: quanto consapevole della dignità di ogni uomo, quanto consapevole della dignità di Dio-Uomo. Cuore del Figlio, che è Primogenito di ogni creatura: quanto consapevole della peculiare dignità dell'anima e del corpo dell'uomo, quanto sensibile per tutto ciò che offende questa dignità: "ricoperto di obbrobri". Ecco le parole di Isaia profeta: "Come molti si stupiranno di lui: tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo" (Is 52,14). "...Uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima..." (Is 53,3). Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri! Cuore di Gesù ricoperto di obbrobri! Segno di contraddizione... "E anche a te una spada trafiggerà l'anima (Lc 2,34-35).
[Angelus, 24 agosto 1986]
 
22 luglio
 
"Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, abbi pietà di noi".
Troviamo qui l'eco di un articolo centrale del Credo, in cui professiamo la nostra fede in "Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio", il quale "discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo". La santa umanità di Cristo, dunque, è opera dello Spirito divino e della Vergine di Nazaret. E' opera dello Spirito. Ciò afferma esplicitamente l'evangelista Matteo, riferendo le parole dell'angelo a Giuseppe: "Quel che è generato in Lei (Maria), viene dallo Spirito Santo" (Mt 1,20); e lo afferma pure l'evangelista Luca, riportando le parole di Gabriele a Maria: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo" (Lc 1,35).  . …
D'altra parte, l'umanità di Cristo è anche opera della Vergine. Lo Spirito ha plasmato il Cuore di Cristo nel grembo di Maria, che ha collaborato attivamente con lui come madre e come educatrice:
- come madre, ella ha aderito consapevolmente e liberamente al progetto salvifico di Dio Padre, seguendo trepida, in adorante silenzio, il mistero della vita che in lei era germogliata e si sviluppava;
- come educatrice, ella ha plasmato il Cuore del proprio Figlio, introducendolo, insieme con san Giuseppe, nelle tradizioni del popolo eletto, inspirandogli l'amore alla legge del Signore, comunicandogli la spiritualità dei "poveri del Signore". Ella l'ha aiutato a sviluppare la sua intelligenza e ha esercitato un sicuro influsso nella formazione del suo temperamento. Pur sapendo che il suo Bambino la trascendeva, perché "Figlio dell'Altissimo" , non per questo la Vergine fu meno sollecita della sua educazione umana .
 [Angelus, 2 luglio 1989]
 
23 luglio
 
"Cuore di Gesù, unito alla persona del Verbo di Dio, abbi pietà di noi".
L'espressione "Cuore di Gesù" richiama subito alla mente l'umanità di Cristo, e ne sottolinea la ricchezza dei sentimenti, la compassione verso gli infermi; la predilezione per i poveri; la misericordia verso i peccatori; la tenerezza verso i bambini; la fortezza nella denuncia dell'ipocrisia, dell'orgoglio, della violenza; la mansuetudine di fronte agli oppositori; lo zelo per la gloria del Padre e il giubilo per i suoi disegni di grazia, misteriosi e provvidenti.  In riferimento ai fatti della Passione, l'espressione "Cuore di Gesù" richiama poi la tristezza di Cristo per il tradimento di Giuda, lo sconforto per la solitudine, l'angoscia dinanzi alla morte, l'abbandono filiale e obbediente nelle mani del Padre. E dice soprattutto l'amore che sgorga inarrestabile dal suo intimo: amore infinito verso il Padre e amore senza limiti verso l'uomo. Contempliamo con Maria il Cuore di Cristo. La Vergine visse nella fede, giorno dopo giorno, accanto al suo Figlio Gesù: sapeva che la carne di suo Figlio era fiorita dalla sua carne verginale; ma intuiva che egli, perché "Figlio dell'Altissimo" (Lc 1,32) la trascendeva infinitamente: il Cuore del suo Figlio era, appunto, "unito alla Persona del Verbo". Per questo ella lo amava come Figlio suo e, al tempo stesso, lo adorava come suo Signore e suo Dio. Che ella conceda anche a noi di amare ed adorare il Cristo, Dio e uomo, sopra ogni cosa, "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (cfr. Mt 22,37). In tal modo, seguendo il suo esempio, saremo oggetto delle predilezioni divine e umane del Cuore del suo Figlio.
[Angelus, 9 luglio 1989]
24 luglio
 
"Cuore di Gesù, obbediente fino alla morte, abbi pietà di noi".
Questa invocazione delle litanie del Sacro Cuore ci invita a contemplare il Cuore di Cristo obbediente. Tutta la vita di Gesù è posta sotto il segno di una perfetta obbedienza alla volontà del Padre, suprema e coeterna sorgente del suo essere: una è la loro potenza e gloria, una la sapienza, reciproco l'infinito amore. Per questa comunione di vita e di amore il Figlio aderisce pienamente al progetto del Padre, che vuole la salvezza dell'uomo mediante l'uomo: nella "pienezza del tempo" nasce dalla Vergine madre con un cuore obbediente per riparare il danno causato alla stirpe umana dal cuore disobbediente dei progenitori.
Perciò, entrando nel mondo, Cristo dice: "Ecco io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5 Eb 10,7). "Obbedienza" è il nome nuovo dell'"amore"!
Nel corso della sua vita, i Vangeli ci mostrano Gesù sempre intento a fare la volontà del Padre….Gesù obbedisce fino alla morte benché nulla gli sia tanto radicalmente opposto quanto la morte, giacché egli è la sorgente stessa della vita.
 Contemplando questa vita, unificata dall'obbedienza filiale al Padre, comprendiamo la parola dell'Apostolo: "Per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5,19), e l'altra, misteriosa e profonda, della lettera agli Ebrei: "Pur essendo Figlio, imparo l'obbedienza dalle cose che pati e reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che obbediscono" (5,8-9).
 Ci aiuti Maria santissima, la Vergine del "Fiat" trepido e generoso, ad "imparare", pure noi, questa fondamentale lezione.
[Angelus, 23 luglio 1989]
 
25 luglio
 
"Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia, abbi pietà di noi".
Lungo i secoli, poche pagine del Vangelo hanno attirato tanto l'attenzione dei mistici, degli scrittori spirituali e dei teologi quanto la pericope giovannea che narra la morte gloriosa di Cristo e la trafittura del costato. Nel Cuore trafitto noi contempliamo l'obbedienza filiale di Gesù al Padre, il cui incarico egli porto coraggiosamente a compimento, e il suo amore fraterno per gli uomini, che egli "amo sino alla fine" (Gv 13,1), cioè sino all'estremo sacrificio di sè. Il Cuore trafitto di Gesù è il segno della totalità di questo amore in direzione verticale e orizzontale, come le due braccia della Croce. Il Cuore trafitto è anche simbolo della vita nuova, data agli uomini mediante lo Spirito e i sacramenti. Non appena il soldato ebbe vibrato il colpo di lancia, dal costato ferito di Cristo "usci sangue ed acqua" (Gv 19,34). Il colpo di lancia attesta la realtà della morte di Cristo. Egli è veramente morto, com'era veramente nato, come veramente risorgerà nella sua stessa carne. Contro ogni tentazione antica o moderna di docetismo, di cedimento all'"apparenza", l'Evangelista richiama tutti alla scarna certezza della realtà. Ma, al tempo stesso, tende ad approfondire il significato dell'evento salvifico ed esprimerlo attraverso il simbolo. Egli, perciò, nell'episodio del colpo di lancia, vede un profondo significato: come dalla roccia colpita da Mosè scaturì nel deserto una sorgente d'acqua, cosi dal costato di Cristo, ferito dalla lancia, è sgorgato un torrente d'acqua per dissetare il nuovo Popolo di Dio. Tale torrente è il dono dello Spirito, che alimenta in noi la vita divina.
[Angelus, 30 luglio 1989]
 
26 luglio
 
"Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia, abbi pietà di noi".
Dal Cuore trafitto di Cristo scaturisce la Chiesa. Come dal costato di Adamo addormentato fu tratta Eva, sua sposa, cosi - secondo una tradizione patristica risalente ai primi secoli - dal costato aperto del Salvatore, addormentato sulla Croce nel sonno della morte, fu tratta la Chiesa, sua sposa; essa si forma appunto dall'acqua e dal sangue - Battesimo e Eucaristia -, che sgorgano dal Cuore trafitto. Giustamente perciò la costituzione conciliare sulla liturgia afferma: "Dal costato di Cristo morto sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa" ("Sacrosanctum Concilium", 5).  Accanto alla Croce, annota l'Evangelista, c'era la Madre di Gesù. Ella vide il Cuore aperto dal quale fluivano sangue e acqua - sangue tratto dal suo sangue - e comprese che il sangue del Figlio era versato per la nostra salvezza. Allora capi fino in fondo il significato delle parole che il Figlio le aveva rivolto poco prima; "Donna, ecco il tuo figlio" (Gv 19,26): la Chiesa che sgorgava dal Cuore trafitto era affidata alle sue cure di Madre. Chiediamo a Maria di guidarci ad attingere sempre più abbondantemente alle sorgenti di grazia fluenti dal Cuore trafitto di Cristo.
[Angelus, 30 luglio 1989]
 
27 luglio
 
"Cuore di Gesù, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi".
Iddio, creatore del cielo e della terra, è pure "il Dio di ogni consolazione" (2Co 1,3 cfr. Rm 15,5). Numerose pagine dell'antico testamento ci mostrano Dio che, nella sua grande tenerezza e compassione, consola il suo popolo nell'ora dell'afflizione. Per confortare Gerusalemme, distrutta e desolata, il Signore invia i suoi profeti e portare un messaggio di consolazione…. In Gesù, vero Dio e vero uomo, nostro fratello, il "Dio-che-consola" si è fatto presente in mezzo a noi… In tutta la vita di Cristo, la predicazione del Regno fu un ministero di consolazione: annuncio di un lieto messaggio ai poveri, proclamazione di libertà per gli oppressi, di guarigione per gli infermi, di grazia e di salvezza per tutti…. La consolazione che proveniva dal Cuore di Cristo era condivisione della sofferenza umana; volontà di lenire l'ansia e di alleviare la tristezza; segno concreto di amicizia. Nelle sue parole e nei suoi gesti di consolazione si coniugavano mirabilmente la ricchezza del sentimento con l'efficacia dell'azione. Il Cuore del Salvatore è ancora, anzi è primordialmente "fonte di consolazione", perché Cristo dona, insieme col Padre, lo Spirito Consolatore.
"Cuore di Cristo, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi".
[Angelus, 13 agosto 1989]
 
28 luglio
 
"Cuore di Gesù, nostra vita e risurrezione, abbi pietà di noi".
Questa invocazione delle litanie del Sacro Cuore, forte e convinta come un atto di fede, racchiude in una frase lapidaria tutto il mistero di Cristo redentore. Essa richiama le parole rivolte da Gesù a Marta, affranta per la morte del fratello Lazzaro: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà" (Gv 11,25).
Gesù è vita in se stesso: "Come il Padre ha la vita in se stesso - egli dichiara -, cosi ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso" (Gv 5,26). Nell'intimo essere di Cristo, nel suo Cuore, la vita divina e la vita umana si congiungono armonicamente, in piena e inscindibile unità. Ma Gesù è anche vita per noi. "Dare la vita" è lo scopo della missione che egli, Buon Pastore. ha ricevuto dal Padre. Gesù è anche la risurrezione. ..Dinanzi ad ogni espressione di morte, il Cuore di Cristo si è commosso profondamente, e per amore del Padre e degli uomini, suoi fratelli, ha fatto della sua vita un "prodigioso duello" contro la morte.
Nessuno, quanto Maria ha sperimentato che il Cuore di Gesù è "vita e risurrezione": da lui, vita, Maria ha ricevuto la vita della grazia originale e, nell'ascolto della sua parola e nell'osservazione attenta dei suoi gesti salvifici, ha potuto custodirla e nutrirla; da lui, risurrezione, ella è stata associata in modo singolare alla vittoria sulla morte.
[Angelus, 27 agosto 1989]
 
29 luglio
 
"Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione abbi pietà di noi".
Recitando con fede questa bella invocazione delle litanie del Sacro Cuore, un senso di fiducia e di sicurezza si diffonde nel nostro animo: Gesù è veramente la nostra pace, la nostra suprema riconciliazione.
Gesù è la nostra pace. E' noto il significato biblico del termine "pace": esso indica, in sintesi, la somma dei beni che Gesù, il Messia, ha portato agli uomini. Per questo, il dono della pace segna l'inizio della sua missione sulla terra, ne accompagna lo svolgimento, ne costituisce il coronamento… Gesù è, al tempo stesso, la nostra riconciliazione. In seguito al peccato si è prodotta una profonda e misteriosa frattura tra Dio, il creatore, e l'uomo, sua creatura. Tutta la storia della salvezza altro non è che il resoconto mirabile degli interventi di Dio in favore dell'uomo perché questi, nella libertà e nell'amore, ritorni a lui; perché alla situazione di frattura succeda una situazione di riconciliazione e di amicizia, di comunione e di pace.
In tutto simile al Cuore del Figlio è il cuore della Madre. Anche la beata Vergine è per la Chiesa una presenza di pace e di riconciliazione: non è lei che, per mezzo dell'angelo Gabriele, ha ricevuto il più grande messaggio di riconciliazione e di pace, che Dio abbia mai inviato al genere umano? Maria ha dato alla luce colui che è la nostra riconciliazione; ella stava accanto alla Croce, allorché, nel sangue del Figlio Dio ha riconciliato "a sé tutte le cose" (Col 1,20); ora, glorificata in cielo, ha - come ricorda una preghiera liturgica - "un cuore pieno di misericordia verso i peccatori,  che volgendo lo sguardo alla sua carità materna, in lei si rifugiano e implorano il perdono" di Dio.
[Angelus, 3 settembre 1989]
 
30 luglio
 
"Cuore di Gesù, vittima dei peccati, abbi pietà di noi".
Questa invocazione delle litanie del Sacro Cuore ricorda che Gesù, secondo la parola dell'apostolo Paolo, "è stato messo a morte per i nostri peccati" (Rm 4,25); benché, infatti, egli non avesse commesso peccato, "Dio lo ha trattato da peccato in nostro favore" (2Co 5,21). Sul Cuore di Cristo gravo, immane, il peso del peccato del mondo. In lui si è compiuta in modo perfetto la figura dell'"agnello pasquale", vittima offerta a Dio perché nel segno del suo sangue fossero risparmiati i primogeniti degli Ebrei. Gesù è vittima volontaria, perché si è offerto "liberamente alla sua passione", quale vittima di espiazione per i peccati degli uomini. che ha consumato nel fuoco del suo amore.
Gesù è vittima eterna. Risorto da morte e glorificato alla destra del Padre, egli conserva nel suo corpo immortale i segni delle piaghe delle mani e dei piedi forati, del costato trafitto e li presenta al Padre nella sua incessante preghiera di Intercessione in nostro favore.
A Maria affidiamo la nostra preghiera, mentre diciamo al Figlio suo Gesù: Cuore di Gesù, vittima dei nostri peccati, accogli la nostra lode, la gratitudine perenne, il pentimento sincero. Abbi pietà di noi, oggi e sempre.
[Angelus, 10 settembre 1989]
 
31 luglio
 
"Cuore di Gesù, salvezza di coloro che sperano in te, abbi pietà di noi".
Nella Sacra Scrittura ricorre costantemente l'affermazione che il Signore è "un Dio che salva" e che la salvezza è un dono gratuito del suo amore e della sua misericordia. L'apostolo Paolo, in un testo di alto valore dottrinale, afferma incisivamente: Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4 cfr. 1Tm 4,10).
Questa volontà salvifica, che si è manifestata in tanti mirabili interventi di Dio nella storia, ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazaret, Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio di Maria. … Gesù è l'epifania dell'amore salvifico del Padre…In Gesù, infatti, tutto è in funzione della sua missione di salvatore: Gesù significa "Dio salva".
Nel Cuore di Cristo noi possiamo, dunque, riporre la nostra speranza. Quel Cuore - dice l'invocazione - è salvezza "per coloro che sperano in lui". Il Signore stesso che, la vigilia della sua Passione, chiese agli apostoli di avere fiducia in lui - "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia anche in me" (Gv 14,1) - chiede a noi di confidare pienamente in lui: ce lo chiede perché ci ama, perché, per la nostra salvezza, ha avuto il Cuore trafitto, le mani e i piedi forati. Chiunque confida in Cristo e crede nella potenza del suo amore, rinnova in sè l'esperienza di Maria di Magdala, quale ce la presenta la liturgia pasquale: "Cristo, mia speranza. è risorto!". Rifugiamoci, dunque, nel Cuore di Cristo! Egli ci offre una Parola che non passa, un amore che non viene che non viene meno, un'amicizia che non s'incrina, una presenza che non cessa.
 La beata Vergine, "che accolse nel suo cuore immacolato il Verbo di Dio e merito di concepirlo nel suo grembo verginale" ci insegni a riporre nel Cuore del suo Figlio la nostra totale speranza, nella certezza che questa non sarà delusa.
[Angelus, 17 settembre 1989]
 

 

 
1 agosto
 
Il Concilio Vaticano II attribuisce alla Madonna anche il titolo di "eccelsa Figlia di Sion". E' un appellativo che deve le sue origini alle tradizioni dell'Antico Testamento ed è un'espressione dal sapore nettamente orientale.
Sion, in effetti, era la rocca dell'antica Gerusalemme. Su tale sommità il re Davide fece trasportare l'arca dell'alleanza, e il suo figlio Salomone vi costrui il Tempio. Da allora, col nome di Sion venne designato soprattutto il monte del Tempio. Sion, quindi, era come il cuore di Gerusalemme, la parte più sacra della Città Santa, poiché là dimorava il Signore, nella sua casa. Come tale, il colle di Sion passo a designare tutta Gerusalemme, e anche l'intero Israele, di cui Gerusalemme era il centro religioso e insieme politico.
 Maria può essere chiamata "Figlia di Sion", in quanto nella sua persona culmina e si concreta la vocazione dell'antica Gerusalemme e dell'intero popolo eletto.
Maria è il fiore di Israele, sbocciato al termine di un lungo itinerario, fatto di luci e di ombre, durante il quale Dio andava preparando Israele ad accogliere il Messia.
[Angelus, 23 giugno 1983]
2 agosto
 
In Maria di Nazaret, Dio realizza in anticipo le promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza. Secondo molti esegeti, nelle parole dell'angelo Gabriele a Maria si sente come l'eco del messaggio gaudioso, che i profeti avevano rivolto alla Figlia di Sion. Maria, infatti, è invitata a rallegrarsi ("Esulta, o piena di grazia"), perché il Figlio di Dio prenderà dimora in lei. Egli sarà Re e Salvatore della nuova casa di Giacobbe, che è la Chiesa.
Come "Figlia di Sion", la Vergine è dunque il punto di approdo dell'Antico Testamento e primizia della Chiesa. Ella, pertanto, è un richiamo permanente a ricordare i legami che ci stringono ad Abramo, "nostro padre nella fede", e al popolo, che ha sperato ed atteso l'evento della Redenzione. Ed è altresi un monito perché la Chiesa - nuova "Figlia di Sion" - viva nella gioia. Cristo, infatti, è in mezzo a noi, sempre. Di fronte alle emergenze del nostro pellegrinaggio, dobbiamo si trepidare, ma non aver paura come "gente di poca fede". Cristo è il Potente, che ci salva dall'egoismo e dalla freddezza. Lui, versando il proprio sangue, prende possesso di noi come Re, affinché ogni creatura raggiunga la misura perfetta dell'amore.
[Angelus, 23 giugno 1983]
 
3 agosto
 
L'angelo Gabriele, mandato da Dio, manifesta alla Vergine il disegno che il Signore ha su di lei: dare alla luce il Figlio stesso di Dio, che diverrà Re e Salvatore del nuovo popolo di Dio (Lc 1,31-33), la Chiesa. E' una forma nuova di alleanza. Stavolta Dio chiede di unirsi a noi prendendo le nostre sembianze.
Maria, di fronte alla proposta divina, si comporta in modo sapiente e libero. Se Dio la interpella, anche lei interpella il suo Dio: "Come è possibile? Non conosco uomo" (Lc 1,34). L'angelo offre ulteriore illuminazione circa la volontà divina: "Lo Spirito Santo scenderà su di te..." (Lc 1,35). Pur essendo chiamata a credere l'incredibile, Maria, a questo punto, esclama: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38a). In queste parole della Vergine vi è, in sostanza, l'eco di quelle pronunciate dall'intero popolo di Israele, quando accolse il dono dell'alleanza al Sinai. E questo vuol dire che la fede di Israele matura sulle labbra di Maria. Davvero ella è "Figlia di Sion"! Del "fiat" di Maria faremo adesso memoria orante nell'"Angelus". Chiediamo alla Vergine di rendere sempre illuminato e generoso il "fiat" del nostro Battesimo, e di rinnovarlo nei quotidiani impegni della nostra testimonianza di fede. Vivremo cosi degnamente la nostra alleanza col Signore nella sua Chiesa, cuore del mondo.
[Angelus 3 luglio 1983]
 
4 agosto
 
I libri sacri dll'Antico Testamento esprimono di continuo questa gaudiosa certezza: Dio è in mezzo al suo popolo; egli ha scelto Israele come luogo della sua abitazione. La Dimora del Signore fra il popolo di sua elezione è intimamente connessa all'alleanza, che egli volle stabilire al monte Sinai. E' come dire che Dio si rende talmente "alleato", cioè vicino, amico e solidale con l'uomo, da voler essere sempre con noi. Ed eccoci ad un cambiamento inatteso. Quando l'angelo Gabriele reco l'annuncio a Maria, Dio rivelava a questa fanciulla l'intenzione di lasciare la Dimora del Tempio di Gerusalemme, per realizzare un'altra forma di abitazione fra il suo popolo. Egli, cioè, voleva unirsi a noi facendosi uno di noi, prendendo il nostro volto. Maria, avvolta dalla mistica nube dello Spirito Santo, dà il proprio assenso al progetto di Dio. Da quel momento il suo grembo diviene l'arca della Nuova alleanza, il sacrario santo ove è scesa a dimorare la Presenza incarnata di Dio. Come arca, che porta in sé il Signore fatto carne, Maria è tipo di ogni credente. Infatti ciascuno di noi, quando accoglie la Parola di Dio pronunciando il suo "fiat", fa della propria persona il santuario della inabitazione divina. Ce lo assicura Gesù, che dice: "Se uno mi ama, osserverà le mie parole e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
[Angelus, 10 luglio 1983]
 
5 agosto
 
"Quanto egli vi dirà, fatelo". Con queste parole la Madre di Gesù, presente alle nozze che si celebravano un giorno a Cana di Galilea, suggeriva ai servi del banchetto di eseguire cio che avesse loro ordinato Gesù. La spiritualità dell'Antico Testamento puo metterci sulla strada per individuare l'origine remota di questa esortazione di Maria. Al Monte Sinai, infatti, il Signore, mediante Mosè, invito il popolo di Israele ad entrare nella sua alleanza. In risposta all'offerta divina, tutto il popolo esclamo ad una sola voce: "Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo". Si puo affermare che ogni generazione del popolo eletto abbia fatto memoria di quella pronta dichiarazione di obbedienza, pronunciata "nel giorno dell'assemblea", ai piedi del Sinai. Ripensando ad essa, Israele amava ritrovare la freschezza del primo amore. Difatti il contenuto della stessa frase era ripetuto puntualmente ogni volta che il popolo, guidato dai suoi capi, rinnovava gli obblighi dell'alleanza sinaitica, lungo la storia dell'Antico Testamento. Ora - commentava il mio venerato predecessore Paolo VI, nella sua esortazione apostolica "Marialis Cultus" - le parole che la Vergine rivolse ai servitori delle nozze di Cana, si direbbero "...in apparenza, limitate al desiderio di porre rimedio ad un disagio conviviale, ma, nella prospettiva del quarto Evangelo, sono come una voce in cui sembra riecheggiare la formula usata dal popolo di Israele per sancire l'alleanza sinaitica, o per rinnovare gli impegni, e sono anche una voce che mirabilmente si accorda con quella del Padre nella teofania del monte Tabor: "Ascoltatelo!"". Oggi, i servi delle nozze siamo noi. La Vergine non cessa di ripetere a ciascuno di noi, suoi figli e figlie, cio che disse a Cana. Quell'avviso si potrebbe chiamare il suo testamento spirituale. E', infatti, l'ultima parola che i Vangeli ci hanno consegnato di lei, Madre Santa. Raccogliamola e custodiamola nel cuore.
[Angelus, 17 luglio 1983]
 
6 agosto
 
La liturgia celebra oggi la festa della Trasfigurazione del Signore sul monte Tabor. La Vergine Maria chiama qui a raccolta per meditare su questo ineffabile mistero, come ci viene presentato dalle pagine dei Vangeli, in cui risuonano le parole del Padre: "Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo" (Mc 9,7e par). Obbediente a questo comando, la Chiesa vive in continuo ascolto della voce del Figlio di Dio, nel quale riconosce il suo Signore, facendosi banditrice della sua lieta Novella in mezzo agli uomini di ogni tempo e di ogni luogo.
Di questo messaggio evangelico fu testimone intrepido ed annunciatore instancabile il Papa Paolo VI, che proprio il 6 agosto 1978, domenica della Trasfigurazione, veniva chiamato dalla luce di questo a quella del cielo. Si può dire che la festa della Trasfigurazione abbia segnato in modo singolare, quasi profetico, il servizio ecclesiale di quel grande Pontefice, tanto che egli si potrebbe definire "il Papa della Trasfigurazione". Si può dire che tutta la sua vita fu una continua trasfigurazione alla scuola del Signore Gesù Cristo "luce del mondo" (Gv 8,12). Paolo VI infatti non si stanco di mettere in guardia i fedeli contro le tentazioni di rendere opaco lo spirito, sottomettendolo al dominio dei sensi. Alla luce del Risorto e della Vergine assunta, egli inculcò negli animi l'amore alla Chiesa, trasparenza di Dio sulla terra, la forza della verità che ci rende liberi, e il gusto della bellezza di chi sa riscattare il proprio corpo dalla corruzione del peccato con l'aiuto della grazia dei sacramenti; di chi sa ridare dignità alla propria persona per conseguire titolo all'immortalità sovrumana della risurrezione e della vita eterna.
[Angelus, 6 agosto 1989]
 
7 agosto
 
 "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19 Lc 2,51). Cosi l'evangelista Luca rende testimonianza alla contemplazione di Maria, che conservava il ricordo dell'infanzia di Gesù. Anche in questo, la Vergine mostra di aver ereditato la fede dell'antico Israele, sollecitato da Dio a "ricordare nel proprio cuore" quanto egli ha compiuto in suo favore. Dobbiamo pero notare che lo scopo della "memoria", secondo la Bibbia, è essenzialmente dinamico, attualizzante: sospinge in avanti. E il motivo è questo: cio che Dio ha operato in passato per soccorrere il suo popolo, è garanzia che egli si comporterà allo stesso modo nelle circostanze presenti e in quelle future, poiché eterno e immutabile è il suo amore. Percio anche Maria santissima di fronte agli eventi e alle parole di Gesù, esercita una memoria attiva. Da una parte, infatti, ella ne "conserva" il ricordo; dall'altra, pero, si studia di approfondirne l'intelligenza, "ponendoli a confronto", ossia cercando di capirne il senso giusto, di darne l'interpretazione esatta.
Anche la Chiesa rivive l'esempio di Maria, facendo memoria incessante di quanto disse e fece il suo Signore. L'apostolo Paolo lasciava questa consegna al discepolo Timoteo: "Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio vangelo... Custodisci il buon deposito, con l'aiuto dello Spirito che abita in noi" (2Tm 2,8). L'Eucaristia è l'espressione privilegiata di questo memoriale della dottrina e degli esempi di Gesù. "Fate questo in memoria di me". Li noi ascoltiamo e ricordiamo la Parola del Salvatore, per poi viverla rinnovati dal suo Spirito, nelle mutevoli situazioni della nostra
[Angelus, 24 luglio 1983]
8 agosto
 
 
 "Quando Maria e Giuseppe ritrovarono il Fanciullo Gesù nel Tempio, dopo tre giorni di trepida ricerca, sua madre non poté trattenere questo amorevole lamento: "Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo".
E' confortante per noi sapere che anche la Madonna chiese un "perché" a Gesù, in una circostanza di intensa sofferenza. Riconosciamo, nelle sue parole, un tema divenuto costante già nei libri dell'Antico Testamento. Da quelle pagine venerande apprendiamo che sovente il popolo di Dio, oppure qualcuno dei suoi membri, attraversa prove cruciali, in simili frangenti, una domanda affiora: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", "Perché dormi, Signore... perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione?" (Ps 22,2 Ps 44,24a Ps 44,25). Per rispondere a questo "perché" umanissimo, l'orante dei Salmi si volge al passato d'Israele, rimedita la storia dei Padri, specialmente l'esodo dall'Egitto, e ne ricava la seguente lezione: anch'essi furono saggiati come oro nel fuoco, eppure il Signore li salvo in tanti modi e per vie spesso inattese; e siccome il Signore è fedele, anche adesso, come allora, donerà la salvezza nel modo e nel tempo che a lui piacerà.
[Angelus, 31 luglio 1983]
 
9 agosto
 
"Anche la Beata Vergine - insegna il Concilio Vaticano II - avanzò nella peregrinazione della fede e serbo fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce" ("Lumen Gentium", 58). L'episodio del ritrovamento nel Tempio dimostra che ella non sempre e non subito poteva capire il comportamento del Figlio. Difatti Luca annota che tanto lei quanto Giuseppe non compresero la risposta di Gesù.
Malgrado ciò, Maria "conservava tutte queste cose nel suo cuore" (Lc 2,51).
Verranno poi i giorni, in cui Gesù preannuncia la sua morte e risurrezione come un disegno di cui avevano parlato le Scritture. Ella, certamente, come vera "Figlia di Sion", avrà guardato alla missione dolorosa del Figlio con le risorse che le venivano dalla fede. Se Dio, nelle vicende del suo popolo, tante volte aveva sciolto le catene dei giusti in tribolazione, anche ora puo dare compimento alla promessa che il Cristo deve risuscitare dai morti. L'atteggiamento di Maria ispira la nostra fede. Quando soffiano le tempeste e tutto sembra naufragare, ci sorregga la memoria di quanto il Signore ha fatto in passato. Ripensiamo, anzitutto, la morte e risurrezione di Gesù: e poi le innumerevoli liberazioni che Cristo ha operato nella storia della Chiesa, nel mondo, e in quella nostra di singoli credenti.
[Angelus, 31 luglio 1983]
 
10 agosto
 
L'evangelista Giovanni alla luce della Redenzione operata da Cristo rilegge i temi preparati dall'Antica alleanza. Gesù, con la sua morte, è Colui che raduna nell'unità i dispersi figli di Dio. I "dispersi", ora, sono tutti gli uomini, in quanto vittime del maligno, che rapisce e disperde. Essi, pero possono diventare "figli di Dio", se accolgono Cristo e la sua Parola . E Cristo raduna l'umanità dispersa in un altro Tempio, cioè la sua stessa persona, che rivela il Padre e porta gli uomini all'unione perfetta con lui. E la vera Gerusalemme è formata dal gregge dei suoi discepoli, cioè dalla Chiesa, nella quale Gesù conduce Ebrei e Gentili . Di questa Nuova Gerusalemme Maria è Madre. "Ecco i tuoi figli radunati insieme, dice il profeta all'antica Gerusalemme . "Donna, ecco il tuo figlio", dice Gesù a sua Madre, quando dalla Croce le affida il discepolo amato (Gv 19,26), il quale rappresentava tutti i suoi discepoli di ogni tempo. Sensibili, pertanto, alle istanze ecumeniche del Concilio, e in comunione coi nostri fratelli del Consiglio ecumenico delle Chiese a Vancouver, preghiamo la Madre di Dio e degli uomini, affinché "tutte le famiglie dei popoli, in pace e concordia siano felicemente riunite in un solo Popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità" ("Lumen Gentium", 69).
[Angelus, 7 agosto 1983]
 
11 agosto
 
"L'anima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva... Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente".
Già nell'antica alleanza, gioia e rendimento di grazie sono la risposta consueta di tutto il popolo o di qualcuno dei suoi membri, quando Jahvè interviene in loro favore. Fioriscono cosi, nella letteratura dell'Antico Testamento, cantici di ringraziamento, da parte sia dell'intera assemblea di Israele sia di persone singole.
E la preghiera dei salmi, che serviva in gran parte per il culto liturgico, educava il popolo eletto e ciascuno dei suoi componenti a "magnificare" e "ringraziare" il Signore, per le "meraviglie" operate in loro soccorso. Fra gli oranti del Nuovo Testamento, occupa il primo posto Maria, che scioglie il suo inno di grazie, cioè il "Magnificat"….La contemplazione della Vergine santissima ringiovanisca la nostra gioia e la renda operosa, cosi come esortava Paolo VI nel predetto documento. "Senza allontanarsi da una visione realistica, le comunità cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s'impegnano risolutamente a discernere l'aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti... L'educazione a tale sguardo non è solamente compito della psicologia. Essa è anche un frutto dello Spirito Santo... Questo sguardo... trova presso i cristiani un luogo privilegiato di arricchimento: la celebrazione del mistero pasquale di Gesù... segno e sorgente di gioia cristiana, tappa per la festa eterna".
[Angelus,  28 agosto 1983]
 
12 agosto
 
Noi invochiamo la Santa Vergine come "Sede della Sapienza". Ma che cos'è la Sapienza? O, meglio, chi è la Sapienza? In alcuni testi dell'Antico Testamento, elaborati specialmente dopo l'esilio babilonese, la Sapienza viene identificata con la Legge di Mosè, anzi con il complesso delle Sacre Scritture….Il messaggio del Nuovo Testamento insegna che Cristo è "Sapienza di Dio". Nella sua Persona, nelle sue parole e nei suoi gesti il Padre rivela in maniera definitiva qual è il suo progetto di redenzione. E' un piano difficile a capirsi, perché passa attraverso lo scandalo della sofferenza e della Croce. Maria Santissima è "Sede della Sapienza" in quanto accolse Gesù, Sapienza incarnata, nel cuore e nel grembo. Col "fiat" dell'Annunciazione, ella accetto di servire la volontà divina, e la Sapienza pose dimora nel suo seno, facendo di lei una sua discepola esemplare. La Vergine fu beata non tanto per aver allattato il Figlio di Dio, quanto piuttosto per aver nutrito se stessa col latte salutare della Parola di Dio. A imitazione di Maria, il cuore di ogni credente si trasforma in abitacolo di Cristo-Sapienza. A somiglianza di cio che avveniva tra il verace israelita e la Sapienza, anche tra noi e il Signore si instaura una forma arcana di parentela spirituale. Lo dice Gesù stesso: "Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre". Maria ci guidi e ci aiuti a vivere in tal modo i nostri rapporti con Gesù Redentore.
[Angelus, 4 settembre 1983]
 
13 agosto
 
"Consolatrice degli afflitti": ecco un'altra dimensione della presenza materna di Maria nella Chiesa e nel mondo. La consolazione, secondo gli insegnamenti dell'Antico Testamento, ha la sua origine in Dio, il quale la effonde su tutte le creature… Con l'opera redentrice di Cristo, nasce una nuova Gerusalemme, cioè la Chiesa. In questa famiglia l'amore di Dio, divenuto palpabile nel cuore di Cristo, consola, quasi accarezzandolo sulle ginocchia, ogni uomo che viene a questo mondo.
E parlando della Chiesa, il discorso tocca singolarmente la Santa Vergine, che è Madre della Chiesa e modello perfetto dei discepoli del Signore. Con la stessa sovrabbondante carità, con la quale ella si prende cura dei fratelli del Figlio suo, Dio, "ricco di misericordia", ci dona, per cosi dire, la rifrazione materna della sua consolazione. Come ho scritto nell'enciclica "Dives in misericordia": "Appunto da questo amore "misericordioso", che viene manifestato soprattutto a contatto con il male morale e fisico, partecipava in modo singolare ed eccezionale il cuore di colei che fu Madre del Crocifisso e del Risorto... E in lei e per mezzo di lei, esso non cessa di rivelarsi nella storia della Chiesa e del mondo". Per venerare degnamente la Santa Vergine quale "Madre di consolazione", dobbiamo presentare noi stessi al mondo come segni trasparenti della consolazione di Dio. A nessuno deve sfuggire come nelle nostre comunità cristiane la dignità umana vada promossa, protetta e redenta, qualora fosse stata degradata. Al dire dell'Apostolo, il nostro impegno sia quello di far festa con chi fa festa e di piangere con chi piange. Per tale compito, sia ancora Maria la nostra immagine ispiratrice: lei, che fu presente sia alla letizia delle nozze di Cana, sia alla tragedia del Calvario.
[Angelus, 18 settembre 1983]
 
14 agosto
 
La vigilia della festa dell'Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria è stata celebrata, fin dall'antichità, in varie forme, ma sempre con grande solennità. Nella glorificazione in anima e corpo dell'immacolata Madre di Dio, Socia generosa del Redentore, l'opera redentiva di Cristo Signore raggiunge il suo primo e più significativo traguardo. Il mistero escatologico con il quale si è concluso il cammino storico di Maria, infatti, presenta due aspetti fondamentali: quello che fa riferimento alla sua persona, e quello che si riferisce al Cristo e alla sua opera. Sotto il profilo personale, l'Assunzione significa per Maria il punto di arrivo della missione da lei svolta nel piano salvifico di Dio e il coronamento di tutti i suoi privilegi. Sotto il profilo cristologico, la gloria dell'Assunzione e della Regalità di Maria rappresenta la piena attuazione di quell'unico decreto di predestinazione che lega la vita, i privilegi, la cooperazione di Maria, non solamente alla vita e all'opera storica di Cristo, ma anche alla sua regalità e gloria di Signore. L'Assunzione è la conclusione escatologica di quella progressiva conformazione a Cristo che, nelle tappe del cammino storico di Maria, si è espressa attraverso il travaglio della sua fede, della sua speranza, del suo amore, della sua piena accettazione e disponibilità alla volontà salvifica di Dio, del suo servizio generoso e responsabile all'opera redentrice del Figlio. Giustamente la Chiesa intera ricorda nella fede e nella liturgia questo dogma mariano, giacché in esso si celebra nel modo più significativo la grande vittoria del Cristo sul peccato, sulle sue conseguenze, sulla corruttibilità della materia e sulla caducità del tempo.
[14 agosto 1983]
 
15 agosto
 
La festa dell’Assunzione di Maria al cielo celebra il mistero dell'immediata glorificazione personale della Madre e Cooperatrice del Redentore, subito dopo il corso della sua vita terrena. La Chiesa intera ricorda con gioia questo privilegio della Vergine Santa, anche perché in esso contempla l'immagine compiuta di quel destino finale di gloria verso il quale essa stessa cammina. Con l'Assunzione di Maria ha avuto inizio la glorificazione dell'intera Chiesa di Cristo, che avrà il suo compimento nel giorno finale della storia. Il Concilio Vaticano II ha sottolineato questo riflesso ecclesiale dell'Assunzione. L'immacolata Vergine di Nazaret non solamente costituisce il membro iniziale e perfetto della Chiesa della storia, ma con la sua immediata glorificazione rappresenta anche l'inizio e l'immagine perfetta della Chiesa dell'età futura. L'Assunta ha, nel tempo e nella storia, il valore di un segno escatologico per la speranza del Popolo di Dio in cammino, finché non si compirà il giorno del Signore. Indicandola come inizio e immagine della Chiesa della gloria finale, il Concilio ci ha voluto dire che con l'Assunta s'è già iniziata la parusia della Chiesa, la manifestazione cioè del corpo mistico nella sua realtà compiuta e perfetta.
Nel piano salvifico di Dio, questo evento, che per alcuni aspetti è singolare, ha finalità di segno per l'intero popolo di Dio: segno di speranza sicura per il conseguimento completo del Regno di Dio. Confortata da questo segno glorioso, la Chiesa in cammino nella storia, attende la propria realizzazione finale non passivamente o in condizione alienante, ma impegnata nell'evolvere il suo essere storico fra le vicende del mondo. Essa sa, per altro, di poter contare in ogni momento sull'intercessione di Maria, assunta alla gloria dei cieli. Il Signore, infatti, ponendola in tale condizione di privilegio, volle che fosse in grado di continuare, nella Chiesa e per la Chiesa, quella funzione materna in favore degli uomini, già iniziata durante la sua vita storica al fianco del Cristo Redentore. E mai, come oggi, noi l'abbiamo sentita nostra Madre e nostro aiuto.
[Angelus, 21 agosto 1983]
 
16 agosto
 
"Ha posato lo sguardo sulla poverta della sua serva... Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili" (Lc 1,48a Lc 1,52). Con queste parole la Vergine esalta la sapienza divina, che si compiace degli umili e confonde chi confida unicamente nelle proprie sicurezze. La "povertà" è una virtù lentamente acquisita dalla spiritualità dell'Antico Testamento. A seguito dell'esilio babilonese, si intensifica un significato più interiorizzato della medesima. Vale a dire: il "povero" è colui che aderisce con tutto il cuore al Signore, obbedendo alla sua volontà, espressa in concreto nella Legge di Mosè . La povertà concepita a questo modo non si riduceva a un vacuo intimismo, capace di eludere i doveri della giustizia sociale. Al contrario, l'osservanza della Legge mosaica produceva effetti visibili di fraternità. Difatti essa faceva l'obbligo pressante di soccorrere l'indigente, la vedova, l'orfano, lo schiavo, lo straniero; prevedeva inoltre il condono dei debiti in occasione dell'anno sabbatico e giubilare. Maria, scrive il Concilio Vaticano II, "primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali attendono e ricevono da lui la salvezza" ("Lumen Gentium", 55). La povertà di Maria è la sublimazione di quella vissuta dai tanti giusti dell'Antico Testamento. L'Annunciazione è il documento emblematico della Vergine come creatura "povera nello spirito", che col suo "fiat" si apre in docilità perfetta alla volontà di Dio (Lc 1,49a-52 Lc 1,54). Sino al giorno del suo transito alla gloria celeste, la povertà di Maria consisterà nella dedizione generosa alla persona e all'opera del Figlio. E sempre nel chiaroscuro della fede!
[Angelus, 25 settembre 1983]
 
17 agosto
 
18 agosto
 
Assieme alla Madre del nostro Salvatore eleviamo le nostre mani e i nostri cuori a Dio in lode e ringraziamento, e in amorosa contemplazione del mistero della divina provvidenza. Quando Maria accetto di divenire la Madre di Dio, quando disse "Avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38), il Verbo fu fatto carne, l'eterna e divina parola di Dio si fece uomo nel suo grembo. E la storia dell'umanità ne fu totalmente sconvolta. Il mondo non sarebbe mai più stato lo stesso. Dio si era incarnato nell'uomo. Gesù era divenuto nostro fratello, un uomo simile a noi in tutto eccetto che nel peccato. Il mistero dell'incarnazione, il mistero di Dio fatto uomo, ci aiuta a comprendere il mistero dell'Eucaristia. Percio quanto ebbe inizio nella città di Nazaret grazie alla generosità della beata Vergine, non ebbe termine con la morte e la risurrezione di Cristo. No, Cristo continua a essere nel mondo per mezzo della Chiesa, e specialmente attraverso la sacra liturgia. Quando si annuncia la parola di Dio a messa, è Cristo stesso che parla al suo popolo. E san Paolo ci dice: "Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?" (1Co 10,16). Cosi, se vogliamo essere vicini a Gesù, dobbiamo accostarci all'altare del sacrificio; dobbiamo amare Cristo nell'Eucaristia in modo fervido e reverente.
L'Eucaristia è la sorgente di tutte le virtù. E' il cibo spirituale per la nostra vita quotidiana. E' la principale fonte di vita e di amore per la famiglia cristiana. Essa ci dona un preannuncio dell'eterna felicità di cui godremo quando saremo infine ammessi nel regno dei cieli. Come è meraviglioso il mistero di Dio che dimora in mezzo a noi! Il mistero dell'incarnazione, il mistero dell'Eucaristia! Il mistero di Cristo presente fra noi ci fa glorificare il nome di Dio. Ci uniamo con gioia alla Vergine Maria nel suo inno di lode: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore" (Lc 1,46-47). Insieme a Maria e a tutti gli angeli e i santi, rendiamo grazie a Dio per la santa Eucaristia.
[Angelus, 18 agosto 1985]
19 agosto
 
I Santuari Mariani di tutte le diocesi, sono meta privilegiata dei pellegrinaggi dei fedeli. Essi sono luoghi che testimoniano la particolare presenza di Maria nella vita della Chiesa. Essi fanno parte del patrimonio spirituale e culturale di un popolo e possiedono una grande forza attrattiva e irradiante. In essi - come ho rilevato nell'Enciclica Redemptoris Mater - "non solo individui o gruppi locali, ma a volte intere nazioni e continenti cercano l'incontro con la Madre del Signore, con Colei che è beata perché ha creduto" (n. 28). Per questo, ho aggiunto che si potrebbe forse parlare di una "specifica "geografia" della fede e della pietà mariana, che comprende tutti questi luoghi di particolare pellegrinaggio del Popolo di Dio, il quale cerca l'incontro con la Madre di Dio per trovare, nel raggio della materna presenza di "Colei che ha creduto", il consolidamento della propria fede" (Rm ).
 Santuari Mariani sono come la casa della Madre, tappe di sosta e di riposo nella lunga strada che porta a Cristo; sono delle fucine, dove, mediante la fede semplice e umile dei "poveri in spirito" (cfr. Mt 5,3), si riprende contatto con le grandi ricchezze che Cristo ha affidato e donato alla Chiesa, in particolare i Sacramenti, la grazia la misericordia la carità verso i fratelli sofferenti e infermi.
I Santuari Mariani sono autentici Cenacoli, ove tutte le categorie di fedeli hanno la gioiosa possibilità di immergersi nella preghiera intensa insieme con Maria, la Madre di Gesù (cfr. Ac 1,14), non solo nella preghiera liturgica ma anche in quelle sane forme della pietà popolare, che non di rado manifestano il genio religioso di tutto un popolo, raggiungendo talvolta un impressionante acume teologico, unito ad una straordinaria ispirazione poetica.
[Angelus, 21 giugno 1987]
 
20 agosto
 
Oggi ci rechiamo in spirituale pellegrinaggio a un Santuario legato alla memoria della Natività della Vergine santissima. Una tradizione antica, di cui c'è traccia in un apocrifo del II secolo, il Protovangelo di Giacomo, situa in Gerusalemme, presso il tempio, la casa nella quale la Vergine è nata. I cristiani, dal V secolo in poi, hanno celebrato la memoria della nascita di Maria nella grande chiesa costruita dirimpetto al tempio, sulla piscina Probatica, dove Gesù aveva guarito il paralitico . Nel VII secolo san Sofronio, patriarca di Gerusalemme, cosi esaltava quel Santuario: "Entrando nella santa chiesa probatica dove l'illustre Anna diede alla luce Maria, io metterò il piede nel tempio, in quel tempio della purissima Madre di Dio, bacerò e abbraccerò quelle mura a me tanto care. Non attraverserò con indifferenza quel luogo dove nella casa dei padri è nata la Vergine Regina. Vedrò anche quel posto da dove il paralitico, risanato per ordine del Verbo, si sollevo da terra portandosi il giaciglio". ("Anacr.", XX: PG 87/3, 3821-3824).
I crociati trovarono soltanto rovine di tale antica chiesa; ma ne costruirono accanto una, dedicata a "Santa Maria nel luogo della sua nascita", oggi denominata chiesa di Sant'Anna. Qualunque sia la verità storica, rimane il fatto che in quel luogo, fin dalle origini, si venera la memoria della natività della Madre del Redentore. Nel corso dei secoli vi sono giunti numerosi pellegrini per venerare Maria santissima e per implorarne la materna intercessione, facendo proprio il suo Magnificat; hanno trovato in lei il modello di ogni vero pellegrinaggio, che è sempre un cammino di fede, un itinerario spirituale nel continuo, fedele ascolto della parola di Dio.
[Angelus,  5 luglio 1987]
 
21 agosto
 
Vorrei invitarvi a volgere il pensiero al Santuario di Lourdes, sulle rive del fiume Gave, dove la Madonna apparve nel 1858, raccomandando penitenza e preghiera, specialmente per i peccatori. Tale grandioso santuario mariano, meta di numerosi pellegrinaggi, ci parla di due cose: del mistero dell'Immacolata Concezione e dell'amore misericordioso dedito all'alleviamento delle sofferenze umane, sia fisiche che morali. E questi due valori sono strettamente connessi. Lourdes, infatti, è un invito a prender coscienza delle drammatiche necessità del cuore umano e a dedicarsi con generosità al servizio dei poveri, dei malati, dei sofferenti, alla redenzione dei peccatori. Ma chi ci rivolge questo richiamo? E' la misteriosa presenza di Maria. L'Immacolata Concezione. La tutta Pura. La tutta Santa. La Piena di Grazia. Ella è stata concepita in uno stato di totale immacolatezza, perché, secondo il saluto dell'Angelo all'annunciazione, ella è piena di grazia, fatalmente libera dal peccato originale e dalle sue conseguenze. Maria è cosi un veicolo eccellente e unico della redenzione di Cristo: è un canale privilegiatissimo della sua grazia, una via di elezione per mezzo della quale la grazia giunge agli uomini con un'abbondanza straordinaria e meravigliosa. Dovunque è presente Maria, li la grazia abbonda, e li avviene la guarigione dell'uomo: guarigione nel corpo e nello spirito. Per questo, come dissi nel corso del mio pellegrinaggio a Lourdes nel 1983, "A Lourdes noi impariamo in che consiste l'amore per la vita: alla Grotta e negli ospedali, si tratta dell'aiuto offerto ai malati. Lassù, nella Cappella delle confessioni, consiste nell'ascolto di tutte le miserie morali, nel perdono confortante di Cristo" (Discorso ai giovani, nella Basilica sotterranea, 15 agosto 1983).
[Angelus,  19 luglio 1987]
 
22 agosto
 
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Poiché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli” (Rm 11,33-36).
Quest’inno, è risuonato ininterrottamente nel Cuore di Maria durante il tempo della sua vita terrena e perdura in modo incomparabile nell’eternità che l’ha accolta attraverso il mistero dell’Assunzione.
Sulla profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio, sui suoi imperscrutabili giudizi, si fonda il fatto che Colei, la quale non soltanto si è chiamata “la serva del Signore” ma lo fu in realtà, sia nel momento dell’Annunciazione su cui meditiamo recitando l’Angelus, sia anche nel momento dell’elevazione alla gloria, ottenne una parte singolarissima nel suo Regno. Di questa elevazione di Maria ci parla la recente solennità dell’Assunzione, come anche la liturgia di oggi del suo “incoronamento” nella gloria: memoria della Beata Vergine Regina.
Non si è avverata proprio in Lei – e soprattutto in Lei – la verità secondo cui “servire” Dio vuol dire “regnare”?
[Angelus, 23 agosto 1981]
23 agosto
 
Rivolgiamo il nostro pensiero al santuario di Fatima in Portogallo. Come sapete, ricorre quest'anno il 70° anniversario delle apparizioni della Madonna ai tre fanciulli. Ho avuto la gioia di recarmi personalmente in pellegrinaggio, il 13 maggio 1982, a quel glorioso e celebre luogo mariano, meta di folle innumerevoli provenienti da tutto il mondo. Vi sono andato "con la corona del rosario in mano, il nome di Maria sulle labbra e il cantico della misericordia nel cuore", come dissi nella veglia di preghiera che si svolse in quella circostanza a Fatima. Nell'omelia della Messa ricordai poi che, secondo l'insegnamento costante della Chiesa, la rivelazione di Dio è portata a compimento in Gesù Cristo, il quale ne è la pienezza, e che le rivelazioni private devono essere valutate alla luce di tale rivelazione pubblica. Cio che ha indotto la Chiesa ad accogliere il messaggio di Fatima è soprattutto la constatazione della sua conformità con l'insegnamento del Vangelo. Il nucleo essenziale del messaggio di Fatima è la chiamata alla conversione e alla preghiera, cio che costituisce appunto l'insistente invito di Cristo nel Vangelo. Le apparizioni di Maria santissima a Fatima, comprovate da segni straordinari, avvenute nel 1917, formano come un punto di riferimento e di irraggiamento per il nostro secolo. Maria, nostra Madre celeste, è venuta per scuotere le coscienze, per illuminare sul vero e autentico significato della vita, per stimolare alla conversione dal peccato e al fervore spirituale, per infiammare gli animi di amore a Dio e di carità verso il prossimo. Maria è venuta in nostro soccorso, perché molti purtroppo non vogliono accogliere l'invito del Figlio di Dio a ritornare alla casa del Padre. Dal suo santuario di Fatima, Maria rinnova ancora oggi la sua materna e pressante richiesta: la conversione alla Verità e alla Grazia; la vita dei sacramenti, specie della Penitenza e dell'Eucaristia, e la devozione al suo Cuore Immacolato, accompagnata dallo spirito di sacrificio.
[Angelus, 26 luglio 1987]
 
 
 
24 agosto
 
Altötting è il più importante centro della pietà mariana nella Germania meridionale. La nostra cara Signora di Altötting. L'immagine della Madonna, venerata sotto questo titolo in quel Santuario, è una statua di stile gotico, della prima metà del quattordicesimo secolo, e presenta Maria col Bambino Gesù in braccio.
Secondo la tradizione del luogo, la devozione popolare verso quella sacra immagine comincio nel 1489, quando un bambino di tre anni, annegato nel fiume che là scorre, torno in vita per intercessione della Madonna di Altötting. L'aiuto materno di Maria in favore di una famiglia provata, diede inizio alla interminabile processione di pellegrini, che, ormai da 500 anni, affluiscono a quel Santuario per venerare la Madre di Gesù, per affidare a lei gioie e pene, difficoltà e sofferenze. Dopo quel primo visibile segno di grazia la Madonna di Altötting ha elargito innumerevoli altre grazie visibili e invisibili nel corso dei secoli ai moltissimi fedeli che in quel luogo sacro hanno visto esaudite le loro preghiere, hanno ripreso coraggio per la loro fede, e trovato sollievo nelle loro prove.
Sotto la guida sapiente e dinamica dei Padri Cappuccini i quali custodiscono nell'attiguo convento la tomba del loro santo confratello, Bruder Konrad, il Santuario di Altötting, come luogo dedicato alla Madonna, è diventato un importante centro di preghiera e di attività pastorale per il profondo rinnovamento religioso e spirituale dei fedeli.
Invochiamo la Vergine Santa, nostra madre comune, perché, aiutandoci a progredire nella "peregrinazione della fede" di cui essa è l'esempio, ci faccia finalmente raggiungere la sospirata meta dell'unità fra noi tutti, secondo la volontà di Gesù, Figlio suo e nostro unico Signore.
[Angelus, 24 gennaio 1988]
 
26 agosto
 
Nel nostro spirituale pellegrinaggio ai Santuari di Maria, ci rechiamo col pensiero a Torino, alla Basilica di Maria Ausiliatrice. Questo Santuario è un monumento alla Madonna edificato da san Giovanni Bosco. Don Bosco, come viene affettuosamente chiamato nel mondo, non solo dalla grande Famiglia Salesiana di cui è fondatore, ha profondamente venerato, amato, imitato la Madonna sotto il titolo di "Auxilium Christianorum", ne ha diffuso insistentemente la devozione, in essa ha visto il fondamento di tutta la sua ormai mondiale opera a favore della gioventù e della promozione e difesa della fede. Egli amava dire che "Maria stessa si è edificata la sua casa", quasi a sottolineare come la Madonna avesse miracolosamente ispirato tutto il suo cammino spirituale ed apostolico di grande educatore ed, ancora più estesamente, come Maria sia stata posta da Dio quale aiuto e presidio di tutta la sua Chiesa.
Nel grande quadro posto sopra l'altare maggiore del Santuario don Bosco volle che fosse espressa la visione che egli aveva della funzione ecclesiale della Madonna, quella di essere "Madre della Chiesa ed Ausiliatrice dei cristiani". Nel dipinto la Vergine santissima campeggia in alto, illuminata dallo Spirito Santo e circondata dagli Apostoli. Sappiamo bene che la venerazione di Maria come Ausiliatrice antecede nel tempo il suo grande devoto don Bosco; il titolo si trova infatti nelle litanie Lauretane e sottolinea la presenza attiva di Maria nei momenti difficili della storia della Chiesa: presenza di salvezza insperata, segno prodigioso della immancabile assistenza dello Spirito di verità e di grazia.
[Angelus, 31 gennauio 1988]
 
27 agosto
 
In Moravia, all'estremità nord-occidentale dei Carpazi, davanti al panorama di una fertile pianura, si leva il monte Hostyn, sul quale erano solite rifugiarsi le popolazioni delle zone vicine in occasione delle ripetute ondate delle incursioni nemiche. Il monte, frequentato in antico per celebrazioni pagane, divenne luogo di devozione cristiana quando, grazie all'opera dei santi fratelli Cirillo e Metodio, la Moravia fu convertita al Vangelo. … Da quel tempo Maria comincio ad essere venerata su quel monte come protettrice vittoriosa della Moravia. Verso la metà del 1500 sul monte fu eretta una cappella, frequentata soprattutto dagli operai che lavoravano nelle vicine miniere, ma un secolo dopo questa venne distrutta da gruppi di fanatici. Riedificata dopo la guerra dei trent'anni, vi fu collocata per la prima volta l'immagine di Maria, con in braccio il Bambino Gesù. Nel secolo decimottavo sul posto fu edificata una bellissima chiesa con due torri, ed a fianco la casa canonica, dove abitavano tre sacerdoti e due eremiti, a disposizione delle necessità spirituali della folla crescente dei pellegrini. Poi la chiesa fu chiusa e gli altari vennero asportati. Solo nel 1840 fu possibile riaprire al culto il luogo sacro, con l'erezione di un nuovo altare e con la collocazione di una statua in legno della Madonna con il Bambino. Il massimo sviluppo delle manifestazioni popolari e dei grandi pellegrinaggi si ebbe in epoca piuttosto recente, con Antonio Cirillo Sotjan, poi Arcivescovo di Olomouc, il quale diede vita alla casa del pellegrino, affidando la cura delle anime ai padri della Compagnia di Gesù. Grandi festeggiamenti furono organizzati il 15 agosto 1912 in occasione della incoronazione dell'immagine della Madonna e di Gesù Bambino. La corona, ornata di molte pietre preziose, era stata benedetta a Roma dal Papa san Pio X.
[Angelus, 14 febbraio 1988]
 
28 agosto
 
La devozione alla Madonna "Nostra Signora dell'Immacolata Concezione Aparecida", regina e patrona del Brasile  è antica nel cuore dei brasiliani.
Le origini del Santuario si ricollegano al rinvenimento da parte di tre pescatori, di una piccola statua della Madonna, di colore oscuro e dal volto sorridente, che essi videro emergere dalle acque, impigliata nella rete, con la quale poterono poi raccogliere una abbondantissima pesca. I tre riconobbero nell'avvenimento un segno della speciale protezione della Vergine. Da quel giorno la Madonna "Aparecida" è costantemente presente nei cuori, nelle famiglie, nella Chiesa e nella storia del popolo brasiliano, come Madre "Apparsa", cioè donata da Dio.
Oltre cinque milioni di pellegrini vanno ogni anno a manifestare il loro amore per la Madonna "Aparecida". Guardano la loro Madre come figli e vedono nelle sue mani raccolte in preghiera l'atteggiamento di colei che adora, che crede, che spera, che ama, che è tutta disponibile alla volontà divina e protesa a servire chiunque si rivolge a lei; vedono nel suo sorriso la gioia di chi vive con Dio, la felicità di chi si fa serva e accetta di portare con Cristo il peso di ogni giorno; vedono in lei la bontà di un cuore che si apre alle loro sofferenze e alle loro speranze, che ha compassione per i peccatori e li richiama alla conversione; vedono infine in lei la mediatrice che intercede per il bene dei suoi figli; rianimando la loro fede e carità.
[Angelus, 21 febbraio 1988]
 
29 agosto
 
La devozione dei libanesi per la Madonna, "Nostra Signora del Libano", è costante e profondamente radicata nella tradizione: essi associano il suo nome a molti riferimenti biblici riguardanti il loro Paese. Cantano perciò con trasporto: "Vieni, vieni dal Libano", o Maria, tu t'innalzi "come i cedri del Libano", "Vieni, vieni dal Libano", il profumo delle tue vesti è "come il profumo del Libano". Nelle Litanie Lauretane, dopo l'invocazione "Rosa Mistica", inseriscono le parole: "Cedro del Libano, prega per noi".  I libanesi, sia cattolici che ortodossi, e gli stessi musulmani, nella consapevolezza di questi riferimenti biblici, si sentono tutti profondamente legati a Maria. Per questo, la Vergine santa è dappertutto presente ed i suoi santuari non si contano. In famiglia, alla sera, prima di andare a letto, i componenti del nucleo familiare recitano il Rosario, cantano il popolarissimo inno "Ya Ummallah" (O Madre di Dio...), e si fanno benedire con l'icona della Madonna. Anche gli emigrati libanesi portano con sè l'attaccamento a Maria. Ma il Santuario maggiore e più caro a tutti i libanesi resta comunque quello di "Nostra Signora del Libano", sito sulla collina di Harissa. La grande statua della Madonna, che sorge accanto al Santuario, rivolta con le mani tese verso il mare e la capitale Beirut, sembra assicurare a tutti i libanesi la sua materna protezione. Illuminata di notte, si vede da quasi tutto il Libano. Essa attira folle di pellegrini durante l'anno, specialmente durante il mese di maggio. Uniamoci anche noi ai libanesi per invocare dalla Madonna, pace, solidarietà.
[Angelus,  28 febbraio 1988]
 
 
30 agosto
 
Oggi vogliamo andare in pellegrinaggio al Santuario mariano di Abidjan, nella Costa d'Avorio, che porta il nome di "Nostra Signora d'Africa, Madre di tutte le grazie". E' un titolo che racchiude una speranza, un impegno di evangelizzazione, una forma di consacrazione per tutto il continente africano. Il Santuario è recentissimo: è stato inaugurato nel febbraio 1987. All'ingresso del Santuario si leggono, scolpite a grossi caratteri, le parole evangeliche di Maria: "Io sono la serva del Signore" "Fate tutto quello che vi dirà". L'interno del tempio, illuminato da grandi e belle vetrate, si apre su un ampio anfiteatro, ove si celebrano le funzioni con maggior concorso di fedeli.
La Vergine Madre, colà venerata, è raffigurata da una statua in legno pregiato, opera d'un giovane scultore del Paese. Con le sembianze di una fanciulla della Costa d'Avorio, Maria è in piedi, alta e slanciata. Ma la pettinatura e la lunga fascia laterale che la cinge, con l'estremo lembo piegato sul braccio sinistro, non appartengono a nessuna etnia particolare. Amabile e sorridente, presenta il Bambino Gesù che si protende verso i fedeli con le braccia aperte.
Maria è oggi nella gloria beatificante di Dio in anima e corpo. Ma resta sempre per noi la donna che, da Betlemme, a Nazaret, a Gerusalemme, ha vissuto sulla terra come noi. Noi la raffiguriamo giustamente come partecipe delle caratteristiche di ogni popolo, e quindi anche come donna africana, madre amorosa, vicina in ogni luogo a ciascuno dei suoi figli. Ella continua a darci suo Figlio, perché non conserva per sé nessuno dei doni ricevuti da Dio. Dà tutto ciò che ha avuto, e dona se stessa con materno incomparabile amore.
[Angelus 6 marzo 1988]
 
31 agosto
 
Il Santuario mariano di Marija Bistrica è uno dei più conosciuti e frequentati in Croazia. La località di Bistrica è menzionata come parrocchia fin dall'anno 1334. Nella Chiesa, dedicata ai santi Pietro e Paolo, si cominciò a venerare, a partire dalla prima metà del 1500, una statua in legno della Madonna col Bambino Gesù. Agli inizi la statua si trovava in una cappella della parrocchia, chiamata Vinski Vrh; ma quando, nel 1545, i Turchi invasero la regione, il parroco, per salvarla, la muro sotto il coro della chiesa parrocchiale, e per prudenza non rivelo a nessuno il luogo. Poco dopo egli moriva, e con lui fu sepolto anche il segreto del nascondiglio. Il 16 luglio 1684 la statua fu ritrovata e da allora il culto riprese crescendo di anno in anno, tanto che in breve tempo quel luogo divenne il centro del culto mariano di quella regione, e tale resto nei secoli successivi. Ogni qualvolta, nella storia, il popolo croato si è trovato in difficoltà, si è rivolto sempre con grande fiducia alla sua cara Madre celeste. Nel 1715 l'assemblea Nazionale del popolo croato decise di costruire un grande altare "ex voto" in Bistrica, per mostrare la devozione del popolo alla Madonna. Queste le parole, pronunciate durante il pellegrinaggio votivo di Zagabria nel 1935 dall'allora Arcivescovo coadiutore, divenuto poi Cardinale monsignor Stepinac. Rivolgendosi alla Madonna disse: "Ti promettiamo che rimarremo fedeli a te e ai tuoi sinceri ammiratori. Fedeli finché si sentono i mormorii dei nostri ruscelli, finché rumoreggiano i nostri fiumi, finché spumeggerà il nostro mare; fedeli finché saranno verdi i nostri prati, finché saranno dorati i nostri campi, finché vi sarà l'ombra dei nostri boschi, finché si sentirà il profumo dei fiori della nostra Patria".
[Angelus, 20 marzo 1988]
 
 

 

 
1 settembre
 
Il "giorno del Signore" è il giorno che manifesta l’amore di Dio per le sue creature. I profeti non temono di cantare questo rapporto di amore in termini sponsali (cfr Os 2,16– 24; Ger 2, 2 ecc.): da Creatore, Dio si è fatto "sposo" dell’umanità, e l’incarnazione del suo Figlio costituirà il vertice di questo mistico matrimonio.
Alla domenica il cristiano è invitato a riscoprire questo sguardo gioioso di Dio e a sentirsene come avvolto e protetto. La nostra vita, nell’era della tecnica, rischia di essere resa sempre più anonima e funzionale al processo produttivo. L'uomo diventa così incapace di godere delle bellezze del creato e, ancora più, di leggere in esse il riflesso del volto di Dio. I cristiani sostano ogni domenica non solo per un’esigenza di legittimo riposo, ma soprattutto per celebrare l’opera di Dio Creatore e Redentore. Da questa celebrazione sgorgano motivi di gioia e di speranza, che danno nuovo sapore alla vita di ogni giorno, e costituiscono un antidoto vitale alla noia, alla mancanza di senso, alla disperazione, da cui talvolta possono sentirsi tentati.
L’anima mia magnifica il Signore! Lodiamo il Signore con le parole della Vergine Santa, che la Chiesa considera la tota pulchra, la "tutta bella", la donna in cui si concentrano la bellezza della prima creazione e quella della nuova creazione. Ella ci faccia prendere coscienza dei doni di Dio e la domenica diventi sempre di più il giorno in cui i singoli e le famiglie, radunandosi per l’Eucaristia e vivendo un riposo ricco di gioia cristiana e di solidarietà, cantano la lode del Signore con gli stessi sentimenti del cuore di Maria.
[Angelus, 12 luglio 1998]
 
2 settembre
 
Fin dagli inizi del cristianesimo la domenica è stata considerata il giorno di Cristo in quanto legata alla memoria della sua risurrezione. Il Signore, infatti, è risorto il "primo giorno dopo il sabato" ed in questo stesso giorno le donne, andate di buon mattino, hanno trovato il sepolcro vuoto. Narra il vangelo che Gesù fu riconosciuto da Maria Maddalena; si accompagnò ai due discepoli nella strada di Emmaus; si manifestò agli undici riuniti insieme e riapparve loro la domenica seguente, vincendo i dubbi dell'incredulo Tommaso. Cinquanta giorni dopo, avvenne la Pentecoste, con la potente effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente.
In certo modo, la domenica è la continuazione di queste prime domeniche della storia cristiana: il giorno di Cristo risorto e del dono del suo Spirito.
Diversamente dai calendari civili, la liturgia considera la domenica non l'ultimo giorno della settimana, bensì il primo. In questo modo se ne sottolinea la dignità e si pone in evidenza che, con la risurrezione di Cristo, il tempo "riparte", fecondato dal germe dell'eternità, e si avvia al suo ultimo traguardo, che è la venuta gloriosa del Figlio di Dio, anticipata e prefigurata dalla sua vittoria sulla morte.
La domenica è così il giorno della fede per eccellenza, giorno nel quale i credenti, contemplando il volto del Risorto, sono chiamati a ripetergli con Tommaso: "Mio Signore e mio Dio" (Gv 20,28), e a rivivere nell'Eucaristia l'esperienza degli Apostoli, quando il Signore venne nel Cenacolo e fece loro dono del suo Spirito.
[Angelus, 26 luglio 1998]
 
 
3 settembre
 
L'assemblea eucaristica costituisce il cuore del giorno del Signore. Per vivere bene la domenica, il primo dovere è, pertanto, quello di partecipare alla Santa Messa. Si tratta di un obbligo grave, come ha ribadito il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2181), ma, prima ancora, è un'esigenza profonda, che un'anima cristiana non può non sentire. In ogni Eucaristia si rinnova il sacrificio compiuto una volta per sempre sul Golgota, e la Chiesa, unendo il suo sacrificio a quello del Signore, annuncia la sua morte e proclama la sua risurrezione in attesa della sua venuta. Se questo vale per la Santa Messa celebrata in qualunque giorno, ancor più è da sottolineare per quella domenicale, dato che la domenica è particolarmente connessa con la memoria della Risurrezione di Cristo. La domenica è il giorno in cui è convocata tutta la comunità; per questo è detta anche "dies Ecclesiae", il giorno della Chiesa.
In questo giorno l'assemblea cristiana ascolta la Parola di Dio proclamata con abbondanza e solennità; si realizza così, nella prima parte della Messa, un vero e proprio dialogo del Signore con il suo popolo. Nella partecipazione, poi, all'unica mensa, si approfondisce la comunione tra quanti sono adunati nello Spirito di Cristo. L'Eucaristia domenicale è così il luogo privilegiato in cui la Chiesa si manifesta come sacramento di unità, "segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" (Lumen gentium, 1). E' urgente che i discepoli del Signore offrano questa testimonianza di fraterna unità, in un mondo spesso frammentato, lacerato e segnato da focolai di divisione, di violenza e di guerra.
Maria Santissima, che era con gli apostoli in preghiera il giorno di Pentecoste, ottenga per le nostre assemblee eucaristiche il dono di mostrare efficacemente la presenza di Gesù risorto e del suo Spirito.
[Angelus, 9 agosto 1998]
 
 
4 settembre
 
La domenica, oltre ad essere giorno di distensione e di riposo, come comunemente viene avvertita, deve essere giorno di gioia e di solidarietà.
Giorno di gioia! Si può forse programmare la gioia? Non è questa un sentimento che dipende dalle circostanze liete o tristi della vita? In realtà, l'autentica gioia cristiana non si riduce a un sentimento aleatorio: il suo fondamento sta nell'amore che Dio ci ha manifestato nella morte e nella risurrezione del suo Figlio. Questa certezza ci offre un motivo profondo per vivere e per sperare. I santi attestano, con la loro esistenza, che si può sperimentare un'intima gioia persino in condizioni di sofferenza fisica e spirituale, quando si è consapevoli di essere avvolti dall'amore di Dio.
La domenica è il giorno propizio per aiutarci a riscoprire le radici profonde della gioia. D'altra parte, la gioia autentica non può restare un'esperienza solo individuale, ma ha bisogno di essere condivisa e partecipata. La domenica deve diventare per il credente, come per le famiglie cristiane, il giorno in cui si sperimenta una più forte comunione con il prossimo, andando incontro a coloro che, per un motivo o per un altro, si trovano in situazioni di disagio. In tal modo la domenica diventa giorno di condivisione. Invitare a pranzo una persona sola, offrire il necessario ad una famiglia bisognosa, visitare un ammalato o un carcerato, dedicare un po' di tempo a chi sta attraversando un momento difficile: ecco alcuni fra i tanti possibili gesti concreti per fare della domenica un giorno di solidale fraternità.
Vissuto così, il giorno del Signore, oltre ad essere valorizzato appieno, si manifesta anche come il "dies hominis", giorno dell'uomo, perché fa crescere la nostra umanità.
[Angelus, 16 agosto 1988]
 
5 settembre
 
La domenica è il giorno che rivela il senso del tempo.
Ognuno di noi è costretto ogni giorno a constatare come scorra veloce il tempo della sua vita. E se poi guardiamo ai grandi tempi della storia, come non interrogarci sul nostro futuro, su che cosa ci attenda, sul traguardo a cui tendiamo?
A queste domande il cristianesimo risponde additando Cristo come il senso stesso della storia. Nel suo mistero divino-umano, infatti, egli sta alle origini del mondo ed è il fine della creazione. Come Redentore, è colui nel quale tutto è stato ricapitolato  per essere salvato e riconsegnato a Dio Padre.
Alla luce di questo mistero, la storia assume per i cristiani un senso positivo, nonostante le prove e i rischi talvolta mortali a cui la sottopone il peccato. Cristo è più forte del peccato e della morte! E la domenica, riconsegnando costantemente al tempo la memoria della sua risurrezione, è un'apertura di credito sul futuro, una certezza consolante, un rimando profetico al giorno in cui Cristo verrà nella gloria.
2. Per aiutarci a vivere il mistero di Cristo nel tempo, la liturgia si articola nelle varie fasi dell'anno liturgico. Oltre ai momenti fondamentali - Natale, Pasqua, Pentecoste - anche altre feste di grande rilievo vengono dalla Chiesa solennizzate come giorni di precetto, con l'obbligo di partecipare all'Eucaristia sul modello della domenica, che è giustamente considerata la "festa primordiale".
 [Angelus, 23 agosto 1998]
 
6 settembre
 
È urgente promuovere tra gli uomini del nostro tempo una cultura ed una politica della solidarietà, che comincino nell'intimo di ciascuno, nella capacità di lasciarsi interpellare da chi è nel bisogno. Certamente, di fronte alla complessità dei problemi, non basta l'impegno personale. Su alcuni problemi, come quello del debito internazionale dei Paesi poveri, occorre una risposta concertata da parte della Comunità delle Nazioni.
Tuttavia, solo se la cultura della solidarietà crescerà all'interno delle persone e delle famiglie, si potrà giungere in modo efficace a risolvere le grandi sfide dell'indigenza e dell'ingiustizia sociale. Come ho raccomandato nella Lettera Apostolica Dies Domini, la domenica deve essere giorno speciale di carità per essere vissuta fino in fondo quale giorno del Signore.
Ci aiuti la Vergine Santissima a crescere tutti nella dimensione della fraternità. Maria, invocata nelle Litanie lauretane come Consolatrice degli afflitti, si serve anche delle nostre braccia e del nostro cuore per far pervenire a chi è nel bisogno la sua consolazione e la sua materna sollecitudine.
[Angelus, 27 settembre 1998]