Verso il Sinodo dei Giovani 2018

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Nell’ottobre del 2018 si terrà la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” .

Il Santo Padre ha rivolto una Lettera indirizzata direttamente ai giovani, esortandoli a partecipare attivamente al cammino sinodale, perché il Sinodo è per loro e perché tutta la Chiesa si mette in ascolto della loro voce, della loro sensibilità, della loro fede, come anche dei loro dubbi e delle loro critiche. Li invita inoltre ad ‘uscire’, sull’esempio di Abramo, per incamminarsi verso la terra nuova costituita «da una società più giusta e fraterna» da costruire fino alle periferie del mondo.

 

Il progetto sinodale è il riscoprire l’identità della Chiesa che ha nel camminare il suo destino e la sua dinamica. Invitare a camminare significa invitare a entrare nella Chiesa pellegrina che fa strada insieme alla grande carovana degli uomini, tutti viandanti verso l’Oltre e verso l’Altrove. Essere Chiesa vuol dire far parte di un popolo in cammino, in cammino nella storia, insieme con il suo Signore, che cammina in mezzo a noi!

La Chiesa sinodale fondata da Gesù è una Chiesa pellegrinate sulla via della bellezza tracciata dal Pastore buono/bello quale è Gesù che ebbe quale missione quella di radunare i figli di Dio dispersi e condurli al Regno.

 

1.     Che cos’è la sinodalità nella Chiesa?

 

Il fonema “Sinodo” esprime proprio il “camminare insieme” di tutto il popolo di Dio, il “fare strada insieme”: σνοδος

σν = insieme/con;

οδος= via/cammino).

Ed è proprio questa l’esperienza del Popolo di Dio nella storia della salvezza.

 

La sinodalità è dimensione costitutiva della Chiesa; è un’espressione concreta della comunione in cui trova spazio l’apporto di tutti alla vita della comunità.

Secondo il principio sinodale, tutti i battezzati hanno un contributo da offrire al discernimento e alle decisioni, poiché ognuno è portatore di una grazia dello Spirito unica e irripetibile. Cipriano di Cartagine diceva: «Sin dall’inizio del mio episcopato mi sono proposto di non decidere nulla secondo la mia opinione personale, senza il vostro consiglio e senza la voce del mio popolo».

La sinodalità si colloca nell’orizzonte di una «Chiesa dell’ascolto».

 

Ha ricordato Papa Francesco: «Il Sinodo è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che pure partecipa alla funzione profetica di Cristo, secondo un principio caro alla Chiesa del primo millennio: nella chiesa “ciò che interessa tutti deve essere discusso da tutti”».

Il vescovo realizza il “camminare insieme” stando a volte davanti per indicare la strada e sostenere la speranza, ma anche in mezzo al popolo, per manifestare la sua vicinanza, o addirittura dietro, perché ci sono occasioni in cui è opportuno lasciarsi guidare dal fiuto infallibile del gregge che sa indicare nuove strade (cfr. EG 31).

In questo contesto il ruolo del pastore si qualifica come vero e proprio ministero della sintesi

“Sinodalità” è parola antica e profetica che ha tutti gli anni della Chiesa. La storia del cattolicesimo è abitata dall’esperienza sinodale.

Sinodalità è parola-fonte per la Chiesa che include antropologia, pedagogia, teologia, pastorale, metodologia, spiritualità e altro ancora… La grandiosità di questa parola non deve affatto intimidire poiché il suo compito è quello di dare un nome alla speranza ecclesiale, in vista di un futuro al quale si accede gradualmente, con pazienza, senza la fregola del tutto e subito, ma certamente con passo deciso e perseverante.

Ma dobbiamo essere persuasi che una vasta sinodalità si avrà solamente con esperienze sinodali piccole ma significative e vissute a tutti i livelli: una parrocchia sinodale, una vicaria foranea sinodale, la diocesi sinodale. Se la riflessione sulla sinodalità non continuerà anche per i prossimi 364 giorni (365 in un anno bisestile!), avremo fatto solo della inutile teoria.

La Chiesa deve sempre camminare insieme (σν-οδος) perché tutta la Chiesa diventi Chiesa di tutti e per tutti. Solo così la sinodalità diventerà il nome della vita della Chiesa e della sua missione. Il nostro popolo di Dio dovrà camminare sempre insieme alla comunità in mezzo alla quale si è presi e alla quale si è mandati.

Sinodalità è, dunque, missione che definisce la Chiesa in uscita che va verso la comunità degli uomini, verso le plaghe tristi della povertà e quelle ugualmente doloranti della divisione. Una Chiesa sinodale è di per sé missionaria e reca perciò con sé i simboli dell’itineranza.

Ci consola e ci conforta sapere che il cammino sinodale è animato e consolato dallo Spirito, nella cui forza, la Chiesa pellegrina avanza cercando il Regno «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo» (Liturgia della messa).

 2.     Perché i giovani?

 In vista del prossimo Sinodo dell’ottobre 2018 su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” anche le Chiese diocesane dovranno interrogarsi sulla vita reale dei giovani di oggi che vivono in un tempo colmo di faticose sfide e ricco di importanti opportunità, con una particolare attenzione alla loro ricerca di senso e all’esperienza della fede.

Non intendo entrare nel merito del documento preparatorio; su di esso già sono stati versati fiumi di inchiostro. E credo che le riflessioni sociologiche sulla questione giovanile lascerebbero il tempo che trova. E’ dal 1968 che continua il dibattito sulla condizione delle giovani generazioni. Ovviamente da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il volto della gioventù odierna è assai differente. Tra i nati degli anni novanta vi sono eccellenti poeti, pittori, musicisti e imprenditori. Insomma giovani geniali che cambieranno il nostro Paese. Va da sé, ed è sotto gli occhi di tutti, che permangano sacche di gioventù problematica, fluida, senza lavoro e senza obiettivi.

 

In questa circostanza a me preme andare oltre il confine sociologico culturale e affrontare la situazione dalla parte di ciò che compete a noi in quanto pastori e evangelizzatori.

Per questo desidero porre all’attenzione di questa due giorni di Convegno alcune domande sul nostro rapporto con il mondo giovanile a partire da un dato di fatto. È un dato che fa tremare i polsi se si considera “l’esito ultimo”. E il dato è questo: ancora oggi oltre il 90% dei futuri giovani passa per le nostre parrocchie e fino all’età della Cresima un buon 75% passa ancora per le nostre Chiese.

 

E allora:  

a.  Come mai dalle nostre Parrocchie i giovani sono in via di estinzione?”. E siamo sinceri: non sono i 30/40/50 giovani che risolvono la questione.

b. Come mai la celebrazione della Cresima diventa di fatto quasi la festa dell’addio dei preadolescenti e adolescenti dalle nostre parrocchie?

c.   Come mai nelle nostre celebrazioni eucaristiche i giovani sono totalmente assenti?

 

Sono consapevole che non sono domande nuove. Ce le facciamo tutti molto sottovoce; ma non siamo capaci di dare risposte e trovare soluzioni.

Probabilmente il sistema di iniziazione tradizionale mostra inesorabilmente la sua insufficienza rispetto al compito di iniziare alla fede le nuove generazioni. Non si può rimanere estranei a questa emorragia di giovani che se ne vanno e non si sa se e quando faranno ritorno.

 

Da tempo mi sto interrogando sulla reale efficacia delle nostre catechesi. Una cosa occorre affermare senza tentennamenti: le nostre catechesi non incidono più; i nostri incontri catechistici non convertono il cuore perché – come direbbe il Direttorio Generale per la Catechesi - non mettono “qualcuno in contatto, in comunione, in intimità con Gesù Cristo” (cf DGC 80). La nostra è diventata più una catechesi “di testa” che tratta “di tutto e di più” ma che non “fa innamorare di Gesù Cristo”.

 

Papa Francesco fa ha detto: “La catechesi ha bisogno di andare oltre la semplice sfera scolastica, per educare i credenti, fin da bambini, ad incontrare Cristo, vivo e operante nella sua Chiesa. È l’incontro con Lui che suscita il desiderio di conoscerlo meglio e quindi di seguirlo per diventare suoi discepoli. La sfida della nuova evangelizzazione e della catechesi, pertanto, si gioca proprio su questo punto fondamentale: come incontrare Cristo, qual è il luogo più coerente per trovarlo e per seguirlo”. (29 maggio 2015)

 

La nostra catechesi è ancora troppo finalizzata ai sacramenti della prima comunione e della cresima; per questo non ci sarà futuro per l'iniziazione cristiana adattata alle esigenze dei fanciulli e dei ragazzi, nel quadro della missione evangelizzatrice della Chiesa. È importante ribadire che la catechesi non è finalizzata ai sacramenti, ma è un percorso di introduzione globale nella vita cristiana e di maturazione nella fede.

Continuare a parlare di due anni per la prima comunione e due anni per la cresima significa dare ai ragazzi la patente di esodo e il foglio di via dopo la celebrazione della cresima.

 

Ma verrei meno a un preciso dovere di coscienza se non accennassi a un importante momento della vita dei giovani che ci riguarda assai da vicino. Mi riferisco ai giovani che fanno ritorno in parrocchia per chiedere la celebrazione del sacramento del Matrimonio. È un tema cogente. La Conferenza Episcopale Italiana ha previsto che la celebrazione del sacramento sia preceduto da una Preparazione opportuna. Chiedo fortemente alla diocesi un impegno forte e deciso.

Sono giovani che in massima parte non hanno più frequentato la Chiesa dalla festa dell’addio di cui abbiamo detto sopra relativamente al sacramento della cresima. Ritengo che si debba andare oltre i pochi incontri che fin ora riserviamo ai fidanzati per progettare un vero itinerario di fede che copra almeno il tempo dell’Avvento e della Quaresima. Il Vescovo diocesano dovrebbe sostenere rendendo pubblica una tale convinzione. Penso sia facile per tutti comprendere quanto urgente sia aiutare i nubendi a superare una mentalità riduttiva, banale e divorzista per rafforzare le loro scelte di fede al fine di “farsi coniugi nel Signore” fin che morte non separi.

 

Personalmente mi auguro che tutti ci possiamo chiedere con libertà di spirito che cosa stiamo facendo per trasmettere la fede e metterci in ascolto dei nostri ragazzi e dei nostri giovani. Perché questo è il nostro compito essenziale.

Ascolto, dunque, e disponibilità a ridiscutere convinzioni e metodi.

3.     Quale situazione vivono le nostre Diocesi?

Le nostre Diocesi sembrano vivere una situazione pastorale stanca, forse sfiduciata, certamente individualista. Sembra che ognuno faccia per sé e da sé. Sul fronte della comunione è ancora troppo viva ed efficace una visione clericalista ereditata dal passato: la nostra pastorale sembra incapace di valorizzare il protagonismo di tutti i battezzati, ciascuno dei quali è dotato dallo Spirito Santo di doni e carismi per l’utilità comune. È in questo senso che occorrerà puntare effettivamente e affettivamente sugli organismi di partecipazione sorti con il concilio Vaticano II: in primis il consiglio pastorale, diocesano e parrocchiale, nel quale uomini e donne, in rappresentanza di tutti i membri della comunità, coadiuvino i pastori per una programmazione pastorale possibile, praticabile, concreta, non fatta di slogan che rimangono solo sulla carta.

Tale programmazione poi dovrà essere periodicamente verificata per essere sicuri che quanto programmato si stia realizzando davvero, o se strada facendo la realtà pastorale abbia fatto comprendere che quanto stabilito è difficilmente realizzabile.

Spesso le nostre iniziative si arenano per una mancata verifica. Ed è saggio e sapiente ricredersi e ri-orientare il percorso lungo vie più percorribili e costruttive.

 

Su fronte della pastorale giovanile la storia della Chiesa insegna che da sempre i cristiani hanno cercato di consegnare a chi viene dopo quanto abbia avuto di più caro: la fede, il Vangelo, il segreto di una vita cui l’incontro vivo con il Signore dà senso pieno. Ma oggi la maggior parte dei giovani non ha una vera occasione per questa consegna. Dunque dobbiamo impegnare la Diocesi a considerare gli aspetti complessi di questo passaggio generazionale. E mentre parliamo di giovani occorre riferirsi anche agli adulti depositari della fede, con uno sguardo preciso alla comunità parrocchiale e alle famiglie.

 

Dobbiamo tutti domandarci con onestà intellettuale ed etica che cosa stiamo facendo per trasmettere la fede e metterci in ascolto di tutti i giovani, vicini o lontani che siano. Senza pensare che qualcuno ci dica “cosa fare”, ma verificando noi “ora-e-qui” un processo che ci metta in discussione su alcuni temi decisivi, come la relazione educativa ampia: alla vita di fede e alla vita quotidiana.

 

Quella sinodale è una delle conversioni più profonde e difficili con cui si deve misurare la nostra Chiesa.

Ho l’impressione che nelle nostre Chiese particolari non sia pienamente decollata la “questione educativa”.

a.   La catechesi sta diventando “la cenerentola” della nostra pastorale.

b.   Mancano catechisti davvero preparati che sappiano andare al di là della lezioncina imparata per l’occasione.

c.   Non decolla ancora un vero e proprio itinerario di iniziazione per la vita cristiana e non finalizzato ai sacramenti.

d.   Non siamo riusciti ancora a stabilizzare una vera e propria catechesi giovanile e degli adulti.

 

A livello più ampio personalmente avverto il bisogno di una pastorale davvero sinodale a partire dal vicariato foraneo, dalle parrocchie viciniori. Avverto sempre di più il bisogno di una pastorale unitaria alla quale attingere per confronto, compagnia, ascolto, sostegno, condivisione, ecc.   

 

I Vicariati foranei poi debbono poter contare su una progettualità diocesano che a sua volta orienti, indirizzi e offra contributi.

 

Ma come pastori non possiamo non interrogarci anche su quei giovani che, pur avendo fatto parte di quel 90% e oltre per cento di coloro che sono passati attraverso la parrocchia almeno per la recezione dei 4 sacramenti (Battesimo, Riconciliazione, Eucarestia e Cresima), poi si sono definitivamente allontanati.

La Chiesa e la Chiesa Diocesana non può dimenticarli.

Non so come, ma ritengo che anche nei loro confronti si debba aprire una opportunità di ascolto sincero e attento là dove si trovano, non solo nei “nostri ambienti”. Per questo sarebbe utile che questa Assemblea diocesana individui alcune e studi per il futuro forme di incontro che consentano uno stile di confronto permanente.

Potrei pensare ad esempio al mondo digitale. Creare un contatto mediante i social media per entrare in dialogo con loro e conoscere in cosa sperano, che cosa li fa piangere, di cosa hanno paura, cosa cercano. Forse per troppo tempo abbiamo pensato che per convincerli bastasse enunciare i valori.

 

Ma quella che per noi è una verità evidente non si impone da sé ma solo se è persuasiva, e per esserlo va accompagnata da domande e gesti significativi. Importante è che la nostra Diocesi partecipi attivamente con le migliori risorse a mettere in movimento una pastorale giovanile che capillarmente giunga a vicariati foranei e parrocchie.  

Chiediamoci: Quali risorse le nostre Diocesi sono disposte a mettere in gioco per affrontare con sogno e profezia una pastorale giovanile nuova, rinnovata, concreta, permanente?

 

Il Sinodo parlerà anche di vocazioni. La Chiesa desidera abilitare ogni giovane a prendere coscienza della propria vocazione specifica, per mezzo del discernimento e attraverso l’accompagnamento. Considererà anzitutto quella che accomuna tutti gli uomini: la vocazione alla vita e all’amore. Per questo occorrerà ridisegnare un vero accompagnamento contrassegnato da alcuni tratti caratteristici: lo sguardo amorevole, la parola autorevole, la capacità di farsi prossimo, la scelta di camminare accanto, la testimonianza di autenticità.

 

Ma parlerà anche di vocazioni sacerdotali; e Dio solo sa se le nostre Chiese diocesane non abbiano bisogno di vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione. La sfida è incalcolabile! In molte parrocchie ogni giovedì si prega per le vocazioni davanti al Santissimo solennemente esposto. Sono persuaso che la pastorale vocazioni passi attraverso una Chiesa in ginocchio. Il Centro vocazioni diocesano alimenti la propria presenza e indichi iniziative idonee.

 


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