Sinodalità e “sensus fidei”

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Una delle espressioni che certamente saranno ricorrenti nelle fasi del Sinodo sulla sinodalità sarà la voce: “sensus fidei”.

Accostiamo subito il tema per averne immediata contezza. La Commissione Teologica Internazionale ha definito il sensus fidei fidelis come «una sorta di istinto spirituale che permette al credente di giudicare in maniera spontanea se uno specifico insegnamento o una prassi particolare sono o meno conformi al Vangelo e alla fede apostolica. È intrinsecamente legato alla virtù della fede stessa; deriva dalla fede e ne costituisce una proprietà. Lo si paragona a un istinto perché non è in primo luogo il risultato di una deliberazione razionale, ma prende piuttosto la forma di una conoscenza spontanea e naturale, una sorta di percezione» (Il sensus fidei nella vita della Chiesa, 49).

 

Per lungo tempo, la gente semplice, anche analfabeta, era teologicamente ben formata. Era anche un popolo religiosamente colto. Anche se sembra un ossimoro, nonostante il popolo fosse analfabeta e ignorante su molte questioni, religiosamente era colto. Sin dai tempi antichi, le mamme hanno instillato la fede nei loro figli. Fin da piccoli fu loro insegnato a pregare e instillato in loro i rudimenti della fede, insegnando loro anche la Storia Sacra, che era generalmente conosciuta grazie alla trasmissione di madre in figlio. Io stesso ho fatto questa esperienza: da quando ho imparato a parlare mia madre mi ha insegnato le preghiere fondamentali, mi ha istruito sui fondamenti della dottrina e mi ha raccontato storie dell'Antico Testamento e dei Vangeli. 

 

Quindi, il concetto di "senso di fede" (sensus fidei), può essere inteso come quel senso che nasce dalla fede e che si riferisce a tutto ciò che riguarda la vita di fede. Per grazia dello Spirito Santo, il "senso della fede" permette a tutti noi di sviluppare un giudizio intuitivo sui contenuti centrali della fede. Ancora: il sensus fidei indica il discernimento istintivo o 'senso spirituale' per mezzo del quale i cristiani che vivono genuinamente la loro fede nel Vangelo riescono a percepire intuitivamente ciò che è conforme alla Parola di Dio e ciò che non lo è. Il sensus fidei aiuta a percepire ciò che è appropriato e necessario così che la Parola di Dio possa rimanere una realtà sempre viva.

 

Si potrebbe tradurre così: il popolo ha ‘fiuto’! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino. È il “fiuto delle pecore”. 

 

Il sensus fidei è, potremmo dire, il buon senso del battezzato. È un dono dello Spirito Santo che riceviamo in quanto battezzati e ci rende testimoni e partecipi della funzione profetica di Cristo. In virtù del sensus fidei il battezzato, anche se non è teologo, possiede una conoscenza intima della fede, così come è stata tramandata lungo le generazioni all’interno della Chiesa. «In quanto Spirito d’amore, che infonde l’amore nel cuore umano, lo Spirito Santo apre ai credenti la possibilità di una conoscenza più profonda e più intima di Cristo Verità, sulla base di un’unione di carità»

 

La nozione tradizionale del sensus fidei fidelium è stata rivalutata dal Concilio Ecumenico Vaticano II, al crocevia tra l’ecclesiologia rinnovata di Lumen Gentium e la teologia fondamentale di Dei Verbum.

In Lumen Gentium si legge: «Per l’unzione dello Spirito Santo l’intero corpo dei fedeli possiede un sicuro senso della fede» (LG 12). I Padri conciliari hanno inteso «il senso della fede» in relazione alla partecipazione di tutta la Chiesa al «dono profetico di Cristo»; tutto il "popolo santo di Dio" è chiamato a partecipare all'ufficio profetico.

San Tommaso d'Aquino, intende il sensus fidei come l’attività del credente che aderisce alla rivelazione.

 

Il sensus fidei fidelis deriva dalla virtù teologale della fede. Essendo una proprietà della virtù teologale della fede, il sensus fidei fidelis si sviluppa in proporzione allo sviluppo della virtù della fede. Più la virtù della fede si radica nel cuore e nello spirito dei credenti e informa la loro vita quotidiana, più il sensus fidei fidelis in essi si sviluppa e si fortifica.

 

Confermando il ruolo insostituibile del Magistero nella trasmissione della fede, il Concilio ha voluto superare la dicotomia semplicistica tra una Chiesa insegnante e una Chiesa “passivamente insegnata”.

 

In base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione. Ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio. Il sensus fidei fidelium è dono della dignità battesimale per edificare una Chiesa sinodale.

 

Pertanto il compito missionario della Chiesa suppone la valorizzazione del senso di fede di ogni battezzato, cioè di quel dono dello Spirito Santo che gli consente di comprendere più pienamente il contenuto dell’esperienza cristiana e di tradurlo in modo più autentico nella sua vita (cf. LG 12).

 

Tentiamo una esemplificazione: ipotizziamo che un Consiglio Pastorale sia dedicato a capire meglio un aspetto del Vangelo o le sue ricadute sulla prassi della comunità. Quando questo avviene si pensa che debba essere il pastore a chiarire le cose. In verità è la comunità che deve assumere nel proprio contesto culturale le modalità specifiche dello stile evangelico attraverso l’ascolto di tutti i suoi membri, che pure hanno il dono dello Spirito. Spetterà poi al pastore farne armoniosa sintesi e proporle per l’attuazione. Certo, sul piano dell’efficienza questo approccio crea grosse difficoltà. Si ritiene che le molteplici problematiche di una parrocchia, abbiano la priorità e si privilegi investire tempo e risorse per affrontare esclusivamente i problemi pratici, quelli di tipo organizzativo, economico e relazionale.

 

Mettere a tema il Vangelo in quanto tale e farne oggetto di un discernimento sinodale, in cui tutti i membri del Consiglio Pastorale possano valorizzare il loro senso di fede, esige tempo e pazienza per imparare a capirsi.

 

Grazie a questo carisma, tutti i membri del popolo di Dio sono chiamati a dare il loro contributo per cogliere sempre meglio il cristianesimo e per “tradurlo” nella loro cultura. Perché tale coinvolgimento possa attuarsi, è necessaria la sinodalità, cioè la capacità di ascoltare, valutare e valorizzare ciò che è creduto, pensato e vissuto da tutti i credenti attraverso processi di consultazione formale e nel dialogo più ordinario.

 

In questo orizzonte occorre riscoprire la dottrina del sensus fidei di tutto il popolo di Dio espressa nel secondo capitolo della Lumen gentium. In essa è sottolineato il carattere di soggetto attivo di tutti i battezzati poiché partecipano alla "funzione profetica di Cristo" (LG 12a). Tuttavia, questa dottrina non ha ancora trovato il suo giusto collocamento nell'insegnamento corrente. Si tratta, soprattutto, di riconoscere l'universitas fidelium come soggetto specifico nella Chiesa per pensare e garantire la circolarità tra sensus fidei e magistero come criterio per l'esercizio della sinodalità.

 

Sebbene sia vero che la questione dei fedeli laici abbia avuto uno sviluppo notevole nel Vaticano II soprattutto in Apostolicam Actuositatem, gli eventi successivi sono stati lenti e spesso contraddittori. L'Esortazione Apostolica Christifideles laici del 1988 afferma chiaramente: «In realtà, la sfida che i Padri sinodali hanno accolto è stata quella di individuare le strade concrete perché la splendida «teoria» sul laicato espressa dal Concilio possa diventare un'autentica «prassi» ecclesiale». (ChL 2).

 

La riproposta della sinodalità costituisce l'occasione per un effettivo processo di recezione del sensus fidelium, nel quadro della teologia del popolo di Dio, che già costituiva la collocazione che il Vaticano II aveva assegnato all'argomento. Nella prassi ecclesiale sono necessari luoghi e forme di ascolto e dialogo, dove si attivino processi di discernimento in cui i fedeli diventano veri attori. La Chiesa cattolica ha argomenti molto profondi per dare la parola e garantire il loro ascolto e la partecipazione alle deliberazioni e alle decisioni, poiché crede nell'azione dello Spirito che Dio non nega a ogni credente, ancor di più così a ogni essere umano di buona volontà “nel cui cuore la grazia opera invisibilmente" (GS 22).

 

Questa è una delle più grandi sfide attuali: tradurre nella pratica ecclesiale, a tutti i livelli, la teologia dei laici che la è teorico patrimonio della Chiesa, compresa la loro corresponsabilità nel discernimento e la loro cooperazione nel governo delle comunità ecclesiali. Altrimenti, i molteplici insegnamenti magisteriali che costituiscono veri testi programmatici, saranno destinati a rimanere una "immagine ideale" o una mera "retorica teologica". Non ci potrà mai essere una credibile riforma della Chiesa senza passi concreti e visibili in questa direzione. Questo problema è anche uno dei chiari esempi dei limiti che sono esistiti nel tradurre le idee teologiche conciliari in prassi pastorale.

 

Nell’orizzonte della teologia del laicato sia consentito almeno un cenno al riconoscimento giusto e adeguato delle donne nella vita della Chiesa. Esso è, in larga misura, una questione pendente. La presenza svalutata delle donne negli organismi ecclesiali è uno degli squilibri istituzionali più visibili, dovuto soprattutto a “un clericalismo” dominante. Una prassi istituzionale più inclusiva, al di là delle ragioni specificamente evangeliche ed ecclesiali, è oggi una richiesta di giustizia secondo i segni dei tempi. Il contributo di uomini e donne è un requisito necessario per migliorare le condizioni che favoriscano i processi di discernimento e di governo.

 

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