Quaresima: le opere di misericordia spirituale

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Le 14 opere di misericordia sono state chiamate il "breviario dei nostri doveri verso il prossimo", un tempo appreso a memoria e ripetuto in diverse occasioni e oggi un poco abbandonato. La misericordia che Gesù ha vissuto e predicato diventa beatitudine: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" (Mt 5,7) e imperativo: "Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro" (Lc 6,36). Il catechismo distingue tra opere di misericordia spirituale e opere di misericordia corporale, fissando due gruppi di sette, cifra simbolica del linguaggio biblico per esprimere la compiutezza e la totalità.

 

Le opere di misericordia spirituale sono sparse nel Libri Sacri della Scrittura e il loro riferimento, dai profeti ai libri sapienziali e storici, è indice di un permanente atteggiamento richiesto al credente per vivere fin dall’intimo la sua relazione con Dio. Ciò che da fondamento a queste opere è la misericordia. Essa è il culmine dell’amore che sa pervenire al perdono e al dono di sé. Il volto della misericordia è l’amore che non fa preferenze. Misericordia sintetizza il Vangelo ed esprime l’essenza di Dio. Non è un caso che il libro dell’Esodo attribuisca a Dio il titolo della misericordia. “Tu sei un Dio misericordioso” (cfr. Es 34,6; Gn 4,2.

 

Consigliare i dubbiosi

Nessuno può sfuggire completamente al dubbio. Tuttavia la cultura del dubbio va sempre più diffondendosi soprattutto tra le giovani generazioni: tutto è opinabile, tutto è precario, niente è certo. L’essere nel dubbio è la condizione di chi non sa scegliere poiché manca di una visione chiara e sicura. Ed è sempre più difficile trovare qualcuno che s'impegni a rasserenare chi è nel dubbio, a offrirgli la comprensione e aiuto. La problematicità della vita si fa sentire nel dubbioso in maniera sconvolgente così da renderlo esposto a ogni sorta di rischio. La vita del dubbioso, purtroppo, oscilla pericolosamente dalla paura all’angoscia creando situazione di vera sofferenza. Ecco allora che questa mentalità così distruttiva e logorante del cuore e dello spirito umano trova soccorso nell'opera del misericordioso. Quest’opera di misericordia ha un valore profondamente antropologico. È grande carità ricordare questo principio alla cultura contemporanea. La cultura dominante della società contemporanea non solo sembra privilegiare il dubbio, ma esso sarebbe addirittura l’indicatore di una mente libera e aperta, mentre le certezze e in particolare le certezze della fede e di chi crede esprimerebbero dogmatismo e chiusura al dialogo. Ma la ricerca della verità è un dovere di carità e la vicinanza al dubbioso è una responsabilità che chi ama non può rifiutare di offrire.

 

Insegnare agli ignoranti

Ignorante non vuol dire essere senza cultura e senza erudizione. L’ignorante è la persona che non conosce, che non ha ancora visto. Insegnare (signare) vuol dire lasciare il segno; mentre “in” sta a significare dentro; perciò insegnare vuol dire lasciare un segno dentro. Il servizio della verità, con il suo coraggio, la sua generosità, deve essere offerto agli sprovveduti davanti alle necessità della vita, o agli inermi e indifesi nel travaglio dei rapporti sociali. Si deve avere più misericordia verso chi fatica, verso chi non sa farsi le proprie ragioni o non sa vedere gli obiettivi della vita, senza però disprezzare chi in qualche modo vorrebbe imparare a valutare le ragioni dell'esistenza e le prove della vita. Ignorare quale sia il significato del nostro stesso vivere; ignorare quale sia il destino che alla fine ci aspetta; ignorare se la nostra venuta all'esistenza abbia come premessa e come ragione un disegno d'amore oppure una casualità cieca: questa è la notte oscura che implora di essere rischiarata. Il primo e più grande atto di carità che possa essere compiuto verso l'uomo è quello di dirgli le cose come stanno. Che vuol dire anche svelargli la sua autentica identità. Questa è la prima misericordia che la Chiesa esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana: l'annuncio instancabile della verità. L'opera di misericordia spirituale che richiama il dramma dell’ignoranza nelle cose riguardanti la fede, purtroppo, tocca una forte percentuale delle persone del nostro tempo. Già San Girolamo denunciava questo fatto: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

 

Ammonire i peccatori

Il peccato agli occhi della fede, è la peggior disgrazia che possa capitarci. Dare una mano al fratello perché se ne liberi, significa volergli bene davvero. Scrive l'apostolo Giacomo: "Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati" (Gc 5,20). Questa dovrebbe essere un'opera di ammonimento, di richiamo, di correzione. Ammonire vuol dire mettere in guardia con energia e autorevolezza qualcuno contro errori, pericoli, peccati, ma anche esortare, ammaestrare, rimproverare, riprendere, correggere. Questo è l'atto di misericordia con cui si esorta e si orienta il prossimo a far il bene che non farebbe, o a fuggir il male che commetterebbe se non gli si desse il buon consiglio. È importante recuperare questa dimensione della carità cristiana! Oggi, in generale si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale del nostro prossimo, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Purtroppo è poco praticata anche se la sua necessità è più che mai presente. Non la si deve considerare come un giudicare gli altri, ma da fratelli porgere la mano, aiutare, prevenire l'incauto, soccorrere il distratto, impedire al fratello di mettersi su di una strada sbagliata. E’ Cristo stesso che comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato. Ricordando sempre che dobbiamo condannare il peccato ma non il peccatore. E soprattutto non dimenticando mai la pungente parola del Signore: "Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave?" (Mt 7,4).

 

Consolare gli afflitti

Le afflizioni toccano l'anima e il corpo: tutte e due hanno bisogno di consolazione e di conforto. Chi si propone di consolare gli afflitti non resterà mai disoccupato in questo mondo. Consolare ha molti sinonimi: confortare, incoraggiare alleviare i dolori, i pianti, le lontananze e anche rallegrare gli spiriti affranti. E sempre con parole affettuose, sincere, misurate e ancor più con i fatti. Nella consolazione si tratta di creare una prossimità, di farsi "presenza accanto" a chi è nella desolazione e nella solitudine. Gli afflitti sono facilmente riconoscibili dal volto addolorato, avvilito, abbattuto, depresso per una morte, una malattia, per problemi familiari particolarmente insolubili. La carità fraterna ci costringe a non chiuderci nel nostro guscio, e nel nostro più completo egoismo, di non vedere. La civiltà contemporanea teme gli afflitti e li sfugge, perché teme il contagio dell'afflizione e non sa portare il contagio della consolazione. Mai saremo dispensati dal condividere, dal partecipare, dal solidarizzare con colui che ci sta accanto. Occorre possedere un “cuore che vede” le difficoltà e i travagli della vita per aprire il cuore all'afflizione e al dolore dando certezze, fiducia, speranza, impegnandosi nei limiti del possibile a concorrere all'eliminazione delle cause che la provocano.

 

Perdonare le offese

La carità del perdono deve essere stile di vita del cristiano. Gesù esorta a perdonare il fratello o la sorella. Nel Padre nostro preghiamo egli ci ha insegnato a pregare: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». E Gesù interpreta così questa invocazione: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». Perdonare vuol dire abbandonare ogni risentimento e proposito di punizione e vendetta nei confronti di chi ci ha arrecato un’offesa o un danno. Il saper perdonare è indice della libertà, della generosità, del cuore, della capacità di amore incondizionato; è espressione di un cuore misericordioso; è trasformazione del perdono in fraternità vissuta, in cordialità manifestata, in profonda reciprocità di sentimenti. Perdonare le offese fa parte della vita nuova che c’è stata donata nel battesimo e ridonata tutte le volte che ci accostiamo al sacramento della riconciliazione. “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato” (cf Lc 6,37-38).

 

Perdonare pazientemente le persone moleste

Molesto è qualcuno che mi risulta sgradevole, che pesa su di me, che mi dà ai nervi con il suo comportamento. Molesto è chi diventa persecutore, spina nel fianco, presenza intollerabile che deteriora la qualità della vita. L'opera di Misericordia fa riferimento alla pazienza. L'etimo la collega a patior che alla lettera dice il soffrire, il patire nel senso del subire il patimento. Ma nel lessico della Scrittura la pazienza è sopportazione ma anche costanza e la longanimità. Essa è tale nell'ottica della Bibbia soltanto se è ricolma di speranza. Sopportare pazientemente le persone moleste è un adeguarsi al paradigma divino della "con-passione". Oggi però la pazienza ha perso molto fascino. Questo per dire che dobbiamo avere per tutti compassione e tolleranza. E visto che il cristiano non si limita ad evitare il male ma a fare il bene: allora ciò vorrà dire che non basta non adirarsi e non ribellarsi, ma bisogna mantenere dolcezza e buone maniere anche verso chi ci provoca a un comportamento risentito e irascibile. Finché non entreremo nel Regno dei cieli nessuno di noi è dispensato dalla necessità di aver pazienza.

 

Pregare Dio per i vivi e per i morti

La settima opera di misericordia spirituale c’invita a rivolgere a Dio la supplica e l’intercessione in favore dei vivi e dei defunti. È un servizio d'amore. Tra tutte le opere di misericordia, la preghiera per i vivi e per i morti è la sola che può essere compiuta da tutti e raggiungere ogni situazione. Per le anime più dimenticate, per le vittime dell’odio e della violenza, per le morti improvvise e per coloro che hanno sofferto la miseria e la povertà. Nella preghiera esprimiamo il nostro amore per l'altro e abbiamo fiducia nel fatto che attraverso la nostra preghiera l'amore di Dio agisce in maniera benefica nella persona per cui preghiamo. Dare ai defunti il soccorso della nostra preghiera è un significativo atto di amore. E opera degna di misericordia legata a tutta quella teologia e morale cristiana che avvolge il mistero della vita che non ha soltanto un suo inizio, ma anche la sua conclusione nella morte. E, nella preghiera per i defunti, esprimiamo la realtà che non li lasciamo soli nel processo della morte, ma li accogliamo con il nostro amore. Ed esprimiamo che il legame dell'amore resta oltre la morte. La forma più alta di questa preghiera universale è la celebrazione eucaristica, perché il sacrificio della messa - ci ricorda l'insegnamento sempre attuale del Concilio di Trento - "viene offerto non solo per i peccati, le pene, le soddisfazioni e le altre necessità dei fedeli viventi, ma anche per coloro che sono morti in Cristo e non sono ancora pienamente purificati".

La preghiera per i defunti non è soltanto un servizio d'amore verso di loro, bensì anche espressione del legame con essi, espressione della fede che l'amore è più forte della morte e che la morte non può distruggere il nostro amore per il defunto ma soltanto trasformarlo.