Padre nostro
«Non abbandonarci alla tentazione»

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La Conferenza Episcopale ha deliberato ciò che aveva affrontato e risolto dal 2008! Infatti, durante circa 20 anni di lavoro la CEI ha messo mano a una nuova traduzione della Bibbia con l’intento di rivedere la precedente traduzione del 1971 al fine di correggere le traduzioni errate, rendere più facile e semplice il periodare, curare ancor di più lo stile letterario in vista della proclamazione. Insomma rendere il testo sempre più “vicino” al testo originale mediante una maggior fedeltà traduttiva.
 
Tra le tante innovazioni, anche l’invocazione «et ne nos inducas in tentationem» è stata tradotta «Non abbandonarci alla tentazione».
Così la nuova formula relativa alla sesta domanda del Padre Nostro è stata recepita nella preghiera che l’assemblea recita durante la celebrazione della Santa Messa. Ora il testo della nuova edizione del Messale Romano sarà sottoposto alla Santa Sede "per i provvedimenti di competenza, ottenuti i quali andrà in vigore, oltre la nuova versione del Padre Nostro, anche l'inizio del Gloria in cui pregheremo "pace in terra agli uomini amati dal Signore". 
 
Il «non ci indurre», in verità, è una parola molto dura, perché sembra che Dio stesso tenti al male. Ma sono chiarificatrici le parole di San Giacomo che ricorda: «Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno» (Gc 1,13-15).
Già il Vescovo Sant' Ambrogio traduceva: «non permettere che cadiamo nella tentazione».
E a proposito di “indurre”, il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: “Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa «non permettere di entrare in» (cf Mt 26, 41), «non lasciarci soccombere alla tentazione» (2846).
Sant’Agostino nel suo De Sermone Domini in Monte II, 9.30, scriveva: «Una cosa è essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati… Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione”.

Qualcuno legittimamente si chiederà come mai da 2000 anni preghiamo dicendo: «non ci indurre in tentazione”?  Occorre pensare che la Bibbia ha subito una triplice versione dalla lingua semitica, al greco, al latino e successivamente nelle lingue correnti.
Il grande san Gerolamo, a cui va il grande merito di aver redatto la Vulgata, usò senza nessuna difficoltà il verbo latino «inducere», verbo composto da in (=dentro, verso) e ducere (=condurre, portare).
Tale verbo latino è la esatta traduzione del verbo greco eisphérein composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) significa esattamente «portare verso», «portare dentro». La lingua greca esprime quindi il «non farci entrare, non portarci dentro la tentazione»
Riferendoci sempre al latino oltre al pregare non in-ducere il verbo è seguito da un altro in (=preposizione) e dall’accusativo temptationem: et ne nos inducas in tentaptionem.
 
Dal punto di vista linguistico/semantico la conclusione è lineare: la corrispondenza morfosintattica e semantica tra greco, latino e italiano è perfetta. Indurre va quindi inteso come intro-durre, far entrare, far passare, condurre-dentro. E non indurre nel senso dell«essere tentati».
La traduzione in lingua italiana con il verbo indurre in (nel senso di intro-durre), riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico. Il "non indurci in tentazione" è insomma uno di quei rari casi in cui c'è una perfetta corrispondenza lessicale tra il testo greco (l'unico originale di cui disponiamo), il latino e l'italiano.
 
Le difficoltà non riguardano, pertanto, il traduttore ma il teologo e il catecheta che hanno optato per la versione: «Non abbandonarci alla tentazione». La nuova traduzione dal punto di vista catechistico/teologico crede che Dio è sempre presente al momento della nostra tentazione, così da aiutarci a vincerla e, anzi, trasformarla in conferma nella scelta del bene.
 
La frase, nell’originale aramaico usato da Gesù, supponeva forse un senso solo “permissivo”: «Non lasciarci entrare nella tentazione» e, così, si avrebbe in pratica la nuova traduzione resa con il «non abbandonarci», che sarebbe perciò legittima a livello di significato catechistico e teologico. 

 

Pregando il Padre di «non indurci in tentazione», si chiede a Dio di non permettere che entriamo nel cerchio attraente del peccato, di non abbandonarci alle reti della “tentazione-insidia” e di “liberarci dal male” come spiega poi la successiva invocazione.

 

Pertanto per ragioni teologiche e catechistiche si è ritenuto opportuno semplificare il significato della richiesta della sesta domanda del Padre nostro, sostituendo il verbo ‘indurre’ con ‘abbandonare’, in modo da determinare una più facile comprensione.

 

 

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