Omelia nella 4 domenica di Pasqua
«Gesù pastore e porta»

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
 
 
Da quattro settimane stiamo vivendo il grande tempo di Pasqua. La Liturgia ricorda che si tratta di una continuata, lunga, solenne celebrazione, cominciata la domenica di Resurrezione e che terminerà con la Pentecoste. Il Tempo di Pasqua, infatti, dura cinquanta giorni, sette volte sette giorni, una settimana di settimane, con un domani. È come una scuola che la Chiesa offre al popolo di Dio, attraverso la Parola di salvezza, per entrare nel mistero della Resurrezione: capolavoro di amore di Dio. È questa l’importanza delle domeniche di Pasqua: assimilare, con l’aiuto della Parola di Dio, quanto è avvenuto dopo la Resurrezione di Gesù. Gli Atti degli Apostoli rispondono al desiderio di conoscere quello che è accaduto dopo la Risurrezione di Cristo e testimoniano la vita della Chiesa ancora neonata, formata da un piccolo gruppo di persone credenti.
 
La quarta domenica di Pasqua interrompe la narrazione delle apparizioni del Risorto e propone alla riflessione un discorso fatto da Gesù durante la festa giudaica della Dedicazione che celebrava il ricordo della consacrazione del tempio. Come la festa delle Capanne anche codesta ricorrenza aveva per tema la luce; infatti era conosciuta anche come “festa delle luminarie”, poiché in ogni casa si accendeva un lume per ogni giorno della festa, che durava otto giorni, fino ad arrivare all'accensione di otto lumi.
 
La pericope evangelica odierna inizia con l’espressione «in verità, in verità vi dico» che sottolinea l’importanza dell’insegnamento che sta per essere comunicato e presenta una delle icone più belle che sin dai primi secoli della Chiesa hanno raffigurato il Signore Gesù: quella del Buon Pastore.
Il termine originale è “bello” (kalòs). Perciò Gesù dice: “Io sono il bel pastore”. Non si tratta tanto di una bellezza fisica, quanto di una bellezza dell’essere. L’aggettivo greco kalòs indica ciò che è vero, ideale e modello di perfezione. È il fascino dell’essere o dell’animo umano. È la bellezza della verità. La verità che conosce la strada e la mèta. Cristo è il bel pastore perché ci conduce verso pascoli fertili, verso ideali stupendi, dai grandi orizzonti. Egli è il pastore ideale annunziato nelle Scritture. La bellezza del Pastore sta nell'amore con cui stabilisce con ognuna delle sue pecore una relazione diretta e personale di intensissimo amore. Questo significa che l'esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandogli il proprio cuore perché lo inondi della sua presenza, e corrispondendo all'amore così ricevuto con l'amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.
 
Nel capitolo decimo Giovanni descrive i tratti peculiari del rapporto tra Cristo Pastore e il suo gregge, un rapporto talmente stretto che nessuno potrà mai rapire le pecore dalla sua mano. Usando il linguaggio delle parabole, Gesù si definisce vero pastore di quel gregge dei figli di Dio che attendono la salvezza.
 
La figura del pastore era caratteristica delle culture antiche. Gli esegeti concordano nel sostenere che le parole di Gesù siano state sicuramente influenzate dalle abitudini pastorizie del tempo; la scena, infatti, è una di quelle che si poteva osservare ogni mattina in uno dei numerosi ovili palestinesi dove molti pastori mettevano al sicuro il loro gregge. Il lungo tempo passato insieme permetteva alle pecore di avvertire la voce del proprio pastore e, quando egli entrava e le chiamava, una alla volta lo seguivano. Solo i ladri irrompevano di nascosto saltando il recinto di pietra che normalmente proteggeva l’ovile, e rubavano con la violenza le pecore che riuscivano a prendere.
 
Oggi il mondo è cambiato drammaticamente. In molte delle nostre società tecniche/tecnologiche e urbane si ignora completamente l'esperienza del pastore e il suo interesse per conoscere, curare e guidare le sue pecore. E’ altresì difficile conoscere, o ricordare le condizioni di vita dei pastori, i lunghi mesi di transumanza, una vita di solitudine, vivacizzata solo dalla presenza delle pecore alle quali il pastore ha messo un nome, tanto che le chiama per nome ed esse, finiscono per riconoscerne la voce e obbedire ai suoi richiami. “Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”.
La definizione che Gesù dà di se stesso: “Io sono il buon pastore” è una delle così dette “formule di rivelazione” tipiche dell’evangelista Giovanni. Al tempo di Gesù con l’espressione “Io sono” si indicava Dio. In questo brano evangelico “Io sono” viene ripetuto per ben tre volte; il numero tre, secondo la simbologia ebraica, significava ciò che è completo. Gesù rivendica, pertanto, la pienezza della condizione divina e il suo essere Pastore.
I cristiani pensano a Gesù Buon Pastore quando recitano o/e cantano il Salmo 22: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla". Con queste parole confessiamo che riponiamo la nostra fiducia in Gesù Cristo durante la nostra vita. E a lui ci raccomandiamo nell’ora della morte. Anche se camminiamo attraverso valli oscure, non possiamo temere alcun male: egli ci è sempre vicino e ci sostiene con il suo vincastro. Il Pastore “cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”. Cristo non è il pastore che cammina dietro al gregge; egli è avanti e apre il cammino. Il bastone del Pastore del Vangelo non è una minaccia alle spalle; con il bastone il pastore indica la via, incoraggiare, rassicura. Chiamata, appartenenza e ascolto costituiscono i tratti della comunità, che cammina insieme con Gesù, bel Pastore.  L’Evangelista indica tre criteri per riconoscere il “vero” buon pastore. Il primo è che egli offre la vita per le pecore; il secondo è che egli conosce le sue pecore”, un’affermazione che richiama a una vita fondata su un amore; il terzo è che egli “si preoccupa dell’unità e del raduno del gregge”.

Cari Amici
Il Vangelo indica anche l’atteggiamento del gregge verso il Buon Pastore che l’evangelista Giovanni indica con due verbi specifici: ascoltare e seguire. Questi termini designano le caratteristiche fondamentali di coloro che vivono la sequela del Signore. Innanzitutto l’ascolto della sua Parola, dal quale nasce e si alimenta la fede. Solo chi è attento alla voce del Signore è in grado di valutare nella propria coscienza le giuste decisioni per agire secondo Dio. Dall’ascolto deriva, quindi, il seguire Gesù: si agisce da discepoli dopo aver ascoltato e accolto interiormente gli insegnamenti del Maestro, per viverli quotidianamente.
 
Ma la pericope evangelica di questa domenica propone un'altra immagine che spesso dimentichiamo: quella della porta. «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore», disse Gesù. Egli si proclamò innanzitutto la porta, presentandosi così come il mediatore finale della salvezza, la via per giungere al Padre. Attraverso di essa si entra nel regno dell’interiorità e della grazia. Attraverso di essa si raggiunge l'area della sicurezza e il rifugio da ogni male. Non vi è alcun altro modo. Sbaglia chi pretende di conseguire una realizzazione personale, andando a pascolare altrove. Capita così che, spesso, anche noi cristiani più che seguire Cristo seguiamo ben altri maestri che ci illudono verso false e poco durature felicità. Gesù bel pastore e la porta che ci introduce nel Mistero stesso della vita di Dio.
      "Io sono la porta delle pecore", dice Gesù. Attraverso di essa si può andare verso grandi spazi dove fiorisce la libertà si trova il cibo necessario e buono. Non c'è altro cammino che possa condurci al regno della luce e della verità. Sbagliano coloro che pensano che Gesù ci sbarri la strada della felicità. Inoltre, la porta è un segno di discernimento. Se il pastore sceglie la vera porta, la porta ci rivela la verità del pastore. Da questo si riconosce il pastore di un ovile o il padrone di una casa: dal fatto che entra dalla porta, perché ne ha le chiavi e, quindi, questa gli appartiene. "Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. ". Per tre volte il Vangelo di oggi mette sulle labbra di Gesù parole che sottolineano e spiegano la medesima immagine: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo”.
      Se uno entra attraverso di me sarà salvato”. Cristo si presenta come la porta che dà l'accesso vero al Regno di Dio. È attraverso Lui che possiamo raggiungere la salvezza delle nostre anime e al di fuori di Lui non c'è vera salvezza. Gesù è l’unico Salvatore dell’uomo. Il male convive nel mondo con il bene. I pericoli esterni e le tentazioni personali possono allontanarci dal nostro obiettivo. La porta, che è Gesù, offre una via di salvezza che non troviamo da alcun’altra parte. Capire questa importanza di Cristo nella propria vita significa immettersi sul cammino della salvezza e della redenzione.
      “Attraverso di me … entrerà e uscirà”. Migliaia di voci ci invitano ogni giorno a scoprire nuovi percorsi. Troppe agenzie odierne vendono a buon mercato orizzonti di libertà. E troppo spesso scopriamo di essere ingannati. Gesù è la verità. Egli si presenta a noi come l'unica porta che non ha blocchi. Lui è la porta giusta per entrare ed essere custoditi per la vita eterna, per uscire ed essere nutriti per il cammino giusto della vita. "Su pascoli erbosi il Signore mi fa riposare - preghiamo sempre col Salmo 22 - ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome".
      “Attraverso di me … troverà pascolo”. In un tempo in cui tutti cercano affannosamente forme diversificate di gratificazione a basso costo sono molti i segni di insoddisfazione che percepiamo attorno a noi. Gesù è la porta che apre la possibilità di un cibo sano e abbondante per il nostro spirito. Egli è la porta per la quale fluisce la pienezza per l'uomo; ecco la parola più bella del vangelo di oggi: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza".
 
O Dio, nostro Padre,
che nel tuo Figlio ci hai riaperto
la porta della salvezza,
infondi in noi la sapienza dello Spirito,
perché fra le insidie del mondo
sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
buon pastore,
che ci dona l’abbondanza della vita.
 
 
 
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Il Vangelo del Bel Pastore ha suggerito la collocazione in questa domenica della giornata di preghiera per le vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione.
Disse il Beato Paolo VI: “Il sacerdote è uomo che vive non per sé, ma per gli altri. È l'uomo della comunità … Il mondo ne ha bisogno. La Chiesa ne ha bisogno … Chi non ha bisogno dell'annuncio cristiano? Della fede e della grazia? Di qualcuno che si dedichi a lui con disinteresse e con amore? Dove non arrivano i confini della carità pastorale? … Mai come oggi forse la Chiesa ha avuto coscienza di essere tramite indispensabile di salvezza e non illuderemo di ipotizzare un mondo senza la Chiesa, e una Chiesa senza ministri, preparati, specializzati, consacrati. Il prete è di per sé il segno dell'amore di Cristo verso l'umanità ed il testimone della misura totale con cui la Chiesa cerca di realizzare quell'amore che arriva fino alla croce” (30 giugno 1968).
 
Il Sacerdozio è un donare la propria vita per amore, sull’esempio di Cristo; un “amoris officium”: servizio di amore. La povertà in cui ci troviamo rende urgente la proposta del tema e la preghiera al Signore. Questo significato più specifico della vocazione al ministero per i fratelli, deve suscitare nel nostro cuore almeno tre sentimenti:
      di preghiera, perché non manchi mai la presenza della ministerialità del sacerdozio sacramentale; perché il Signore doni alla sua Chiesa giovani che ascoltino l’invito ad essere "pastori" secondo il suo cuore. La preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione è una intenzione che dobbiamo tenere costantemente presente, poiché si tratta di una necessità primaria della Chiesa;
    di impetrazione, in quanto la vocazione è un dono di Dio; è Dio che chiama toccando il cuore e attraendo soavemente a Lui come Egli sa farlo. Egli non violenta la libertà, ma la purifica perché possa essere più libera la risposta. La vocazione cresce nel sacrario della coscienza dove Dio fa sentire la sua chiamata e suscita l’attrazione per seguirlo
      di responsabilità, in quanto la vocazione è un dono che si sviluppa nella comunità cristiana. È la Chiesa madre che genera le vocazioni e in essa le comunità cristiane che vivono la testimonianza del Vangelo. Dove c’è una comunità viva là nascono vocazioni sacerdotali e di speciale consacrazione. Dio chiama sempre. Forse i cuori dei nostri giovani sono turbati da altri richiami e non percepiscono la chiamata perché non conoscono testimoni che un giorno hanno risposto gioiosamente alla medesima chiamata.
 
E vogliamo bene ai nostri sacerdoti! Chiediamo loro ciò che di più prezioso hanno: Cristo. Ricordava l’amato Papa Benedetto: “Dai sacerdoti i fedeli attendono soltanto una cosa: che siano degli specialisti nel promuovere l’incontro dell’uomo con Dio. Al sacerdote non si chiede di essere esperto in economia, in edilizia o in politica. Da lui ci si attende che sia esperto nella vita spirituale”.
E aiutiamo i nostri sacerdoti a camminare nella serenità del Vangelo sostenuti dalla nostra preghiera, dalla nostra amicizia e dalla nostra fraternità. E non dimentichiamo, in questa giornata, di pregare intensamente per il primo sacerdote della Chiesa cattolica: il nostro amato papa Francesco. Egli con umiltà e "per favore" ci chiede di "non dimenticare" di pregare per lui.