Omelia nella 27 domenica per annum
«Signore accresci in noi la fede! »

<< Torna indietro



Dal Vangelo secondo Luca 17,5-10

 

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

 

Nel testo del profeta Abacuc che si proclama nella prima lettura di questa XXVII domenica del tempo ordinario si dice che «il giusto vivrà per la sua fede». (Ab 1,4). Credere non è una abdicazione dell’esistenza. E' il culmine della vocazione umana. Non si tratta di una resa della mente, ma l'affermazione del meglio di ogni uomo. Non è una fuga o un rifugio, ma una scalata verso l'alto. Nella lingua latina "credere" significa propriamente "cor-dare" = dare il proprio cuore a Dio. La fede si rafforza donandola.

 

Nel 1838 John Henry Newman aveva scritto che la fede coinvolge l'intera esistenza del credente. E al riguardo egli esplicitava e descriveva l’atteggiamento e l'atto del credere: "Questa è la fede: sottomissione della ragione e della volontà di Dio, la meditazione avida e amorevole del suo messaggio, filiale fiducia nella guida che Dio ha istituito per interpretare tale messaggio". Queste parole del grande intellettuale beatificato da Papa Benedetto XVI ricordano la complessità e la ricchezza della fede. Egli non la vedeva in contrapposizione alla ragione, ma sapeva che non era basata sulla ragione.

  La fede, come l'amore, è ragionevole, ma non razionale.

  La fede non è un insieme di verità, ma è l'incontro con Cristo:

  La fede è la scoperta della sua Persona e l'abbandono fiducioso in Lui e nella tenerezza del Padre.

  La fede è la fiducia, la convinzione, la certezza, la percezione interna di essere amati, di essere degni d'amore, di essere protetti e di avere la forza per affrontare ciò che abbiamo davanti.

  La fede è un affidarsi totalmente a Dio, l'accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre. Non si misurano più le possibilità a partire da noi, ma partire dall'amore di Dio verso di noi.


Nella seconda parte della sezione dedicata al viaggio verso Gerusalemme (Lc 13,22 - 18,30), dove sarà fatto prigioniero, sarà condannato e morirà, Luca riferisce ancora alcuni detti del Giovane Rabbi di Nazaret.

La maggior parte di questa sezione viene dedicata a istruire i discepoli di ogni tempo in merito alle esigenze radicali della sequela.

 

Nel Vangelo della XXVII domenica per annum gli apostoli hanno rivolto a Gesù una supplica: «Accresci in noi la fede!». Non si trattò di una richiesta frivola. Certamente avevano ascoltato Gesù proclamare la necessità della fede per accettare il suo messaggio. Il Maestro, infatti, aveva ripetutamente parlato di ciò che la sequela esige. Sono, infatti le richieste radicali di Gesù a far nascere nei discepoli la domanda sull’accrescimento della fede. Proprio in vista della sequela e delle esigenze radicali della medesima i discepoli scoprono la pochezza della propria fede, la propria incapacità a capire la validità delle richieste del Maestro e soprattutto la propria incapacità a tradurle in vita concreta. I discepoli hanno avvertito in maniera acuta e profonda che per seguire Gesù fino a Gerusalemme occorreva passare attraverso la croce, occorreva credere all'Amore, occorreva avere il coraggio di scelte radicali, proprio quelle che Gesù aveva insegnato e proposto. Nacque da qui la preghiera per la fede: «Accresci in noi la fede!».

La pericope evangelica desta una certa sorpresa: infatti, la coerenza tra la domanda e la risposta non è molto chiara in quanto, più che intervenire per aumentare la fede degli apostoli, Gesù sottolineò le potenzialità della fede stessa. Gesù non rispose dicendo: "Fate questo, o fate quell'altro". Il Maestro diede loro un criterio descrittivo al fine di constatare quanta fede essi avessero: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe». L’immagine di un albero che, in obbedienza alla parola pronunziata dal credente, si sradichi e si trapianti «nel mare» (o meglio, «presso il mare»), è piuttosto curiosa. Si tratta chiaramente di un paragone vivacissimo, di una frase paradossale, frequente nella letteratura rabbinica, usata per indicare la forza della fede genuina. Secondo Gesù non è la quantità di fede che opera prodigi. Non c'è bisogno di una grande fede sembra dire Gesù. Basta una fede piccola, ma che sia fede, ossia fiducia, affidamento, confidenza in Dio più che in qualsiasi altra cosa. La fede cambia i cuori, sposta le montagne, sradica i gelsi.


Avere fede non è semplicemente credere nella Divinità; avere fede vuol dire assumere responsabilmente la sequela di Gesù, incarnare lo stile di vita che gli è proprio. Solo mediante una fede forte e autentica è possibile adeguarsi al Vangelo, le cui esigenze sono spesso contrarie ai comportamenti abituali degli uomini. Ecco perché nella sua risposta Gesù si riferì non tanto alla quantità della fede ma alla sua autenticità. Il più umile gesto di fiducia in Dio grande «quanto un granello di senape» apre al miracolo della vita. Chi ha una fede autentica non potrà mai venire meno di fronte agli ostacoli e alle sofferenze disseminate sul cammino. Sull’esempio di Gesù, che va verso Gerusalemme, il luogo del suo dono totale, il credente sarà capace di andare fino in fondo nella sua fedeltà a Cristo Gesù e al suo messaggio.

 

Cari Amici

Gesù ha educato i suoi discepoli a crescere nella fede, a credere e ad affidarsi sempre di più a Lui per costruire sulla roccia la propria vita. Per questo essi gli hanno chiesto: «Accresci in noi la fede». E’ la domanda fondamentale!

 «Accresci in noi la fede». Questa preghiera deve ritmare il cammino quotidiano del credente. La fede è chiamata e risposta. La fede è dono che ci è stato elargito gratuitamente, che tuttavia deve crescere grazie a Dio e mediante la nostra umile collaborazione.

«Accresci in noi la fede». Questa preghiera esige la revisione l’itinerario della Chiesa nel tempo “santa ma sempre bisognosa di purificazione”.

 «Accresci in noi la fede». Questa preghiera può illuminare i passi di tutta l’umanità. Ogni essere umano deve mantenersi aperto alla ricerca del significato dell’esistenza.

 

Ma la fede non è un insieme di verità. La fede non è l'esito di un apprendimento più o meno approfondito. La fede:

  è l'incontro con Cristo;

  è la scoperta della sua Persona;

  è abbandono fiducioso in Lui e nella tenerezza del Padre;

  è affidarsi totalmente a Dio;

è fidarsi di Cristo, accoglierlo, lasciare che ci trasformi, seguirlo fino in fondo; è la vera "ricchezza" del credente per entrare nella vita.

 

Il brano del Vangelo si conclude con una esortazione sapienziale: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». Nella sua apparente semplicità, questa frase è una provocazione e un richiamo per i cristiani e per chiunque, credente o non credente. Per comprendere il senso di tale affermazione del Maestro è necessario considerare le concezioni religiose del tempo. Infatti Gesù ha voluto sottolineare è che la fedeltà alla legge, così come la pratica delle buone opere, non comporta per sé il diritto alla ricompensa da parte di Dio. Dio non "avrebbe dovuto" contraccambiare concedendo all’osservante benessere, lunga vita, vittoria sui nemici e così via.

 

Proprio per evitare che gli apostoli pensassero che l'obbedienza delle fede meritasse chissà quale premio, Gesù ricordò a loro e anche a ciascuno di noi che siamo "servi inutili". Dopo aver fatto tutto ciò che la sua fede gli ispirava, il discepolo deve abbandonarsi totalmente alla misericordia gratuita di Dio. Dio non si lascia mai vincere in generosità: il premio ci sarà, ma gratuito e in una misura infinitamente superiore ai meriti dell'uomo. Servire il Signore è un dono che non dà nessun diritto. La salvezza non si merita, si accoglie come un dono che viene da Dio. Quindi servi non tanto inutili, ma che non si attendono un utile, che non ricercano un vantaggio; servi senza pretese, né rivendicazioni; che a­giscono senza un fine che non sia la sola motivazione d'amore. Se camminiamo dietro a Gesù non facciamo altro che il nostro "dovere" di cristiani. Infatti il rapporto tra Dio e l'uomo non è come quello tra un datore di lavoro e i suoi dipendenti; né come quello tra i due contraenti di un patto, in cui uno ha il diritto di reclamare se l'altro non fa la sua parte. Il rapporto tra Dio e l'uomo somiglia piuttosto a quello tra due amici, o tra persone che si amano e per il bene l'una dell'altra fanno tutto il possibile, senza stare a guardare l'orologio, senza esigere premi di consolazione … Non si può essere cristiani a intervalli; la fede e l'amore per Dio non possono conoscere "vacanze".

 

"Siamo servi inutili". Queste parole suonano come una provocazione scandalosa. Il Vangelo ci ricorda il Signore, che si è abbassato fino ad assumere la forma di servo. E denuncia l'arroganza ipocrita di chi attribuisce a se stesso la salvezza. Inoltre Gesù vuole escludere ogni rapporto di tipo contrattuale con Dio, come se per ogni prestazione Lui ci dovesse una ricompensa. Non si entra a servizio del Vangelo con lo spirito del salariato! In realtà, per Gesù noi viviamo in regime di famiglia con Dio. Siamo figli! Il discepolo autentico non baratta il suo amore con Dio: lo accoglie come dono gratuito. Gesù vuole che i suoi discepoli affrontino coraggiosamente e in piena disponibilità le esigenze del Regno con spirito di gioia e di gratitudine.

 

"Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". La rivendicazione della autonomia personale ci porta a credere che sia la nostra libertà che crea la bontà e la grazia. Così ci si dimentica che solo la grazia e l'accettazione della volontà di Dio configurano e rendono possibile la nostra libertà possibile. Il discepolo è chiamato a fare il proprio dovere sino in fondo e al termine dire: siamo servi inutili. La gioia della fede sta nel credere e nell'obbedire alla Parola di verità. Le nostre opere sono una risposta di amore all’amore che egli ci dona. Per noi abituati a rivendicare meriti e riconoscimenti, abituati a contabilizzare tutto queste parole suonano davvero strane. Gesù ci invita a uscire da questa mentalità. Dio non è un padrone ma un Padre, il suo amore è gratuito: dobbiamo mettere la nostra fiducia non in quello che facciamo di buono, ma nella gratuità di Dio. Se insistiamo a metterci sul piano della giustizia, dei meriti, dei debiti e dei crediti, allora ci condanniamo, perché non abbiamo nessuna capacità di meritare l'amore di Dio.

 

Una fede così profonda, così grande, così viva, non è facile averla. Per questo siamo chiamati ad interrogarci sul senso di una «fede adulta» verso la quale tutti dobbiamo tendiamo. Adulta è quella fede che si radica nella fedeltà di Dio e da questa si lascia modellare per scelte di fedeltà nella vita. «Adulta non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità». (card. J. Ratzinger, 18 aprile 2005)

 

Signore, «accresci in noi la fede!». E’ la preghiera che sgorga dal cuore di chi vuole imparare a credere e a vivere la fede nella concretezza della quotidianità della vita.

 

O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede
quanto un granello di senapa,
donaci l’umiltà del cuore,
perché, cooperando con tutte le nostre forze
alla crescita del tuo regno,
ci riconosciamo servi inutili,
che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore.


© Riproduzione Riservata