La vicenda del piccolo Charlie

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La vicenda del piccolo Charlie sta prendendo il cuore di molti; tocca la coscienza di ciascuno e solleva molti interrogativi etici.
Charlie Gard è un bambino britannico di 10 mesi gravemente malato attualmente tenuto in vita artificialmente. Egli è nato con una mitocondriopatia, una grave malattia ereditaria che non fa funzionare nel modo giusto i mitocondri, gli organelli che producono l’energia necessaria per le funzioni vitali delle cellule. Per buona parte delle malattie mitocondriali a oggi non c’è cura.
La vicenda sta facendo il giro del mondo non soltanto perché si tratta di un bimbo di pochi mesi ma anche per le sue implicazioni etiche, morali e giuridiche che hanno sollevato un difficile dibattito.
 
I Gard hanno creduto bene di ricorrere perfino ai Tribunali al fine di impedire l’interruzione dei supporti vitali da parte dei sanitari.
I medici che hanno lo hanno in sono persuasi che per Charlie Gard non vi sia nessuna possibilità di migliorare le sue condizioni e che vi sarebbero stati solo stati ulteriori e dolorosi peggioramenti. Da tempo Gard è mantenuto in vita artificialmente, con macchinari che lo aiutano a respirare e ad assorbire le sostanze nutritive: non vede, non sente, non può emettere rumori, non riesce a muoversi e senza le macchine morirebbe.
 
Credo che sulla vicenda sanitaria vi sia poco da dire. Dopo le parole del Papa è scattata una corsa alla solidarietà. Papa Francesco aveva detto: «Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d'amore che Dio affida a ogni uomo». E l'ospedale Bambino Gesù si è detto disponibile ad accogliere il piccolo Charlie per il tempo che gli rimane da vivere, perché proprio quando la vita è così fragile occorre almeno custodirla. La vita si difende sempre anche quando è ferita dalla malattia,. Diversamente vincerebbe su tutto cultura dello scarto.
Anche Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha dichiarato di essere disponibile ad aiutare tutti coloro che intendono aiutare Chris Gard e Connie Yates, genitori del piccolo.
 
Ma qui si apre doverosamente un dibattito ampio su due concetti fondamentali: l’eutanasia e l’accanimento terapeutico. Occorre dire subito che è doveroso respingere sia l’una che l’altro.  
Consideriamo brevemente il significato dei due concetti:
 
  L'eutanasia si propone di porre fine a una situazione di sofferenza tanto fisica quanto psichica non più tollerabile da parte del malato; ovviamente questo presuppone che non esista trattamento terapeutico che possa, anche temporaneamente, offrire sollievo.
  L'eutanasia attiva consiste nel determinare o accelerare la morte mediante il diretto intervento del medico, utilizzando farmaci letali.
  L’eutanasia passiva determina la morte del malato attraverso la sospensione dei farmaci, o l'astensione del medico dal compiere degli interventi che potrebbero prolungare la vita stessa.
  Il suicidio assistito indica l'atto mediante il quale un malato si procura una rapida morte grazie all'assistenza del medico: questi prescrive i farmaci necessari al suicidio su esplicita richiesta del paziente, e lo consiglia riguardo alle modalità di assunzione. In tal caso viene a mancare l'atto diretto del medico che somministra in vena i farmaci al malato.
  L’accanimento terapeutico consiste nell'applicazione di tecniche mediche che prevedono l'uso di macchinari e farmaci al fine di sostenere artificialmente le funzioni vitali di individui affetti da patologie gravi e tali da determinare la loro morte in assenza dell'impiego di tali tecniche. Ancora si può dire che per accanimento terapeutico si deve intendere l’ostinazione “futile” a proseguire terapie, che si sono dimostrate inutili o sproporzionatamente gravose per il malato, per il fatto che non migliorano la sua condizione né impediscono la morte per un tempo ragionevole, ma solo prolungano di qualche tempo la vita, imponendo all’ammalato gravi sofferenze.
 
Come coniugare il tutto con il caso del piccolo bimbo del Regno Unito?
Staccare le macchine sarebbe eutanasia o non accanimento terapeutico?
La risposta è difficilissima!
I medici dicono che praticamente Charlie vive solo perché attaccato alle macchine che lo fanno respirare, lo idratano e lo nutrono. Fermare i motori vorrebbe dire fermare la vita del bimbo.
Continuare a tenere legato a una macchina il bambino per dire che non è morto, per qualcuno vorrebbe dire accanimento terapeutico.
 
Ritengo di interpretare i sentimenti di tutti se si afferma che la via etica è una sola: curare sino alla fine il piccolo bambino, fino quando la natura non farà il suo corso. E’ vero che il bambino dipende dalle macchine (sostengono i medici!). E allora lasciamolo attaccato alla macchina senza alcun accanimento terapeutico fino quando il Signore lo porterà naturalmente con sé per godere per sempre la vita dell'Eterno.