La solitudine

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Tra psicologi e psicoterapeuti si parla oggi con accenti “gravi” della solitudine. E perché la solitudine nell’era delle reti sociali, di Internet, del telefono cellulare “sempre in mano”, dei tablet, della connessione sempre e (quasi) ovunque che permette, con un semplice click, di entrare in contatto con schiere di altre persone? Oggi siamo di fronte a un curioso e inquietante paradosso: qualcuno, infatti, ha detto che “viviamo in un’affollata solitudine”. Altri sostengono che gli esseri umani adorino le loro tecnologie a tal punto che di esse sono ormai prigionieri.
 
Sembra proprio di poter parlare di solitudine come vera emergenza. Soli è brutto, è triste, è un male. E quando si è costretti a stare soli, lo si ritiene una cosa innaturale, anormale, patologica; per cui lo stare soli acquista un valore fortemente negativo. Quanto spesso si sente ripetere: «Sono solo, mi sento solo. Soffro di solitudine».
 
In verità, la solitudine attiene tanto agli anziani quanto ai giovani, perfino ai bambini che devono far di conto con genitori sempre più assenti a causa della voragine del lavoro o delle famiglie ferite dalla separazione e/o dal divorzio.
 
Sono situazioni che ricorrono nel mondo di questo XXI secolo e che nel corso della vita ogni uomo ha provato. Anzi chi ha sperimentato la solitudine e l’ha confrontata con gli altri ha potuto spesso dire che non ne esiste una soltanto.
 
Perché parlare, dunque, della solitudine?
 
1.  Perché essa tocca profondamente tutti gli uomini, è ineliminabile, ci accompagna per tutta la vita.
2.  Perché per alcuni, la solitudine può diventare la strada della ricerca interiore. Beata solitudo, sola beatitudo!
3.   Perché la solitudine è spesso assunta nella sua valenza negativa
 
A ben vedere la solitudine esiste prima dell’uomo e presenta molte sfaccettature.
 
C’è un solitudine voluta e cercata: quella dell’asceta, dell’eremita, della ricerca di un momento “di isolamento/solitudine” per recuperare le energie perdute e ritrovare ciò che gli affanni della vita spesso soffocano
 
C’è una solitudine forzata: esistono dei casi in cui l’individuo non può sfuggire alla solitudine poiché ve ne sono di forzate, in genere imposte dalle circostanze della vita,: la segregazione carceraria, le privazioni o le limitazioni sensoriali, (cecità, sordità, handicap, la malattia), sono solo alcuni esempi di solitudini forzate.
 
C’è una solitudine voluta. Si parla del desiderio e della paura della solitudine, poco della capacità d’essere soli: soli anche in presenza dell’altro. La solitudine diviene, così, condizione privilegiata che aiuta l’individuo ad integrare pensieri interni e sentimenti. La meditazione, la preghiera, il “ritiro” spirituale sono vie privilegiate per questa trasformazione. Costruire un momento di solitudine e di silenzio aiuta la persona a ritrovare se stesso nel grande oceano della vita. 
 
C’è una solitudine come fuga e difesa. Stare soli è sì una preziosa risorsa al fine di entrare in contatto con i propri sentimenti più intimi. E, tuttavia una solitudine come fuga, il più delle volte, dalle relazioni interpersonali o dalle tensioni della vita quotidiana. Più spesso di quanto non sembri, l’incapacità di sopportare le emozioni di una relazione umana, spinge alla solitudine. In realtà trattasi una forma di isolamento al fine di evitare “danni peggiori” della stessa solitudine.
 
C’è una solitudine tecnologica, o solitudine come prodotto tecnologico. E’ ormai ampiamente condiviso come la tecnologia promuova nuove e più evolute forme di solitudine. E’ vero (e come non essere d’accordo?) che la tecnologia estenda le possibilità di connessione, relazione e conoscenza e consenta altresì una via di fuga dall’isolamento, in quanto strumento di socialità. Tuttavia, per effetto della loro crescente pervasività nella vita quotidiana e familiare, le tecnologie rischiano di bloccare le relazioni, le emozioni i sentimenti, il formarsi di una coscienza comunitaria. Così connessi, così distanti! In altre parole, le reti sociali acutizzano il problema che promettono di risolvere: infatti, mentre celebrano la possibilità di entrare in contatto, di fatto estraneo dalle situazioni relazionali reali. L’uso quotidiano delle comunicazioni tecnologiche cambia le persone che acquisiscono maggiori possibilità di dimenticare il prossimo, diventando meno capaci di prendere a cuore qualcosa o qualcuno.
 
E assai interessante notare come la solitudine contenga una pluriformità di sensazioni ed emozioni: reazione, fuga, ricerca, speranza, forza …
 
Ma non potrei mai concludere questa riflessione se non indicassi come obiettivo assolutamente raggiungibile la conquista della solitudine feconda che si può raggiungere attraverso una rieducazione della solitudine rendendola uno strumento psicologico e spirituale di libertà e saggezza, che consenta
 
di realizzare un vero incontro con il proprio sé, di essere con se stessi, di confrontarsi con se stessi; di essere-in-compagnia-con-se-stessi. Quando siamo soli dobbiamo quindi impegnarci a essere pienamente presenti a noi stessi. 
-   di far rifiorire le emozioni che proviamo, che percepiamo, che compiamo per essere pienamente presenti a noi stessi;
-   di ridare valore al silenzio e alla meditazione;
-  di preparare l’atto interpersonale e comunicativo con gli altri. Infatti come potremmo incontrare gli altri se non riusciamo d essere prima presenti a noi stessi?
-  di costruire autonomia, cioè la capacità di distinguere tra sé e gli altri con chiarezza e non autosufficienza, ossia rifiuto dell’altro come differente da sé.
 
Nel caso della solitudine feconda potremmo parlare di una solitudine felice: beata solitudo, sola beatitudo!
 
In questo senso, anche se è difficile cogliere il vero significato e la forza della solitudine come stato interiore, sarà facile scoprire che essere soli non significa che ci manchi qualcosa; al contrario essa porta con se la completezza della pienezza che è in noi, la quale, ci donerà uno stato di calma e di tranquillità che farà vivere bene.
 
Ma questo benessere non si raggiunge attraverso la solitudine fecpnda intesa come “stare da soli con i propri pensieri”, entrare in un vero stato contemplativo di cui ha bisogno il nostro cervello e il nostro spirito.
 
Per questo la solitudine feconda bisogna conquistarla ed essere disposti ad amarla. Stare veramente soli fecondamente vuol dire farsi abbracciare dal silenzio. La solitudine feconda è un cammino verso una vita più ricca, più autentica, per la quale vale la pena di spendersi, ma dove ogni passo va fatto con sorriso e consapevolezza.

 

 

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