La Santa Messa
l'Omelìa

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Per far giungere il suo messaggio, Cristo si serve anche della parola del sacerdote che,
dopo il Vangelo, tiene l’omelia.

Raccomandata vivamente 
come parte della stessa liturgia, l’omelia non è un discorso di circostanza,
neppure una catechesi, né una conferenza e neppure una lezione.
L'omelia riprende quel dialogo che è già aperto tra il Signore e il suo popolo

affinché trovi compimento nella vita.


 

Il termine omelia (homilia) deriva dal greco homilein, che negli scrittori profani significa una libera conversazione o un colloquio familiare (omilia).
Nella Chiesa primitiva la predicazione omiletica si svolgeva nelle assemblee liturgiche o di culto e si connotava come vera conversazione fraterna. Si prendeva a spunto un testo delle Lettere degli stessi Apostoli che, dopo la proclamazione in assemblea, veniva commentato, esplicitato e proposto come concreta applicazione e come regola di vita.
Con l'espandersi della comunità cristiana, l'omelia e in genere la predicazione fu il principale canale di trasmissione e comunicazione del messaggio evangelico.
 
Lo scopo dell'omelia è quello di nutrire la fede, far capire e amare la parola di Dio, tracciare vie sicure alla vita da svolgere alla luce del vangelo, consolare e confortare il popolo fedele nel pellegrinaggio terreno. E' un fine squisitamente ed eminentemente pastorale, che s'illumina alla stessa figura del buon Pastore, Gesù. 
A voler tentare una sintesi - che inevitabilmente apparirà non esaustiva - sembra di poter affermare che l'omelia è una forma di comunicazione religiosa attraverso la quale, nella Chiesa, in un contesto di culto, si annuncia la Parola di Dio, in vista dell'esercizio della fede sia nell'atto di culto che nella quotidianità della vita. Per la sua stessa natura l'omelia non dovrebbe esaurirsi nella spiegazione disincarnata del testo sacro, ma dovrebbe calarsi nel vivo dell'esistenza concreta degli ascoltatori, adattandosi all'orizzonte di comprensione dell'uomo contemporaneo.
 
Nello specifico dell'omelia si rende necessario mediare le Scritture con l'adesso dell'ascoltatore, non usando il "registro" del ricordo relativamente a ciò che esse dicono, ma un dire evocativo che metta in dialettica il loro senso profondo con il presente dell'uomo, uomo che nella sua essenza è sempre lo stesso, con l'identico desiderio di sentirsi accolto, perdonato, amato, voluto, pacificato, utile, meno indigente, tenuto per mano nel dolore, nel tempo, nella morte e soprattutto proteso nel futuro da una sorte che potrebbe divenirgli nemica. Infatti, l'omelia non mira al sapere, ma all'atto, alla confessione della fede; deve aiutare a colmare quella distanza che facilmente separa il sapere della persona dalla sua vita e dalla sua vita di fede.
 
L'omelia ha un proprio genere letterario, che si colloca comunque nell'ambito del linguaggio religioso. Anzi, si potrebbe proprio dire che l'omelia costituisce un genere letterario connotato da un linguaggio particolare. Infatti il linguaggio dell'omelia è quello di ritrovare idonee mediazioni espressive di un contenuto in cui teologia e predicazione si trovano in situazione di reciprocità.
Forma espressiva e contenuto nell'omelia - e nella predicazione in genere - sono un tutt'uno; ecco perché è difficile e complesso riflettervi in maniera separata: difficile proprio a causa del tipico genere letterario dell'omelia.
Essa, infatti:
      non è una lezione scolastica. Sarebbe un grave limite far ricorso all'omelia pensando di dover spiegare o di dimostrare qualcosa, illustrare o chiarire qualche questione controversa, fosse anche di natura corrente o il cui dibattito fosse - così si suole dire -  aperto.
      non è esegesi della Parola proclamata in senso stretto o ermeneutico, ma interpretazione della vita, sia pure con la luce che deriva dall'ascolto della Parola. Non si può escludere che la Parola ascoltata non debba essere spiegata; tuttavia la forma espressiva deve far ricorso più all'attualizzazione che all'esegesi biblica, con un obiettivo interpellante-comunicativo più che didattico-scolastico. Infatti l'attenzione omiletica va alla parola di Colui che parla e si rivela per essere contestualizzata e nell'oggi del popolo di Dio e del singolo credente. Occorre ribadire con forza questo canone essenziale dell'omelia: essa non deve essere un discorso sul testo, ma un discorso sulla res, a procedere dal testo. Così la forma del discorso non deve essere quella che mette a tema il testo, ma quella che metta a tema Dio stesso e la sua presenza attuale ed efficace nella vita dell'uditore e dell'assemblea tutta.
      non è indottrinamento, ma piuttosto annuncio e proclamazione mirante a una profonda e radicale conversione. L'omelia si situa a livello della fede, che impegna a una risposta personale a Dio che si manifesta e che si rivela attraverso la Parola. Il cristiano, infatti, è chiamato a formulare una personale adesione non a una verità, ma a una persona: Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza. Va da sé che l'elemento dottrinale non può essere disatteso; tuttavia l'obiettivo deve rimanere ben fermo e fisso nel predicatore: rinnovare la dinamica della fede nel popolo che l'ascolta.
      non è l'esposizione di un tema. L'omelia, infatti non è pensabile come conferenza o lezione o istruzione, ma come sintonia del cuore che cerca le parole e i segni della fede nella Parola. Essa mira immediatamente all'atto di fede da protrarsi dalla celebrazione alla quotidianità della vita 
 
Se s'impone, oggi, una rivisitazione dell'omelia - per risolvere al suo centro la cosiddetta crisi della predicazione - essa va intesa in questo senso. Si tratta cioè di ridare all'omelia il suo significato vero, la sua specifica finalità.
Il che non esclude che, in essa, si tenga conto delle esigenze di formazione catechistica dei moltissimi fedeli che frequentano ancora la chiesa per la Messa, ma non la catechesi permanente. La connotazione catechistica dell'omelia, per questi destinatari, è d'importanza vitale, e quindi non ci si può sottrarre, oggi, a questo problema, dato anche il contesto della situazione delle popolazioni cui si deve predicare.
Non è un problema di facile soluzione, data la natura diversa delle due forme di predicazione, i loro diversi caratteri e metodi.
 
A voler riassumere, per grandi tratti, si potrebbe dire che obiettivo e funzione dell'omelia sono quelli di favorire:
      l'incontro con il testo sacro
      la presa di coscienza in riferimento alla Parola
      l'approfondimento della fede sotto il profilo dottrinale
      l'invito alla conversione
      l'esperienza del mistero che si celebra nel rito sacro
      la profezia o discernimento della volontà di Dio circa il futuro della persona umana attraverso gli avvenimenti della quotidianità
      la testimonianza della esperienza di fede
      l'impegno operativo personale e comunitario conseguente alle esigenze ella fede.
 
L'omelia, come risulta dalla storia della predicazione e dalla sua stessa natura, trova il suo vero contesto nella assemblea liturgica e più specificatamente nella celebrazione della Messa.
 
È allora che la Mensa della Parola e dell'Eucarestia dall'altare espandono il loro contenuto soprannaturale nel popolo cristiano mediante il ministero del sacerdote, predicatore e pastore delle anime. È allora che la parola di Dio più facilmente esercita su coloro che partecipano al mistero la sua efficacia, derivante dalla stessa fonte di grazia. È allora che il sacerdote, soprattutto il parroco, può con una conversazione familiare (omelia) svolgere in modo più sistematico la sua opera di istruzione e di formazione dei fedeli, con una pedagogia efficace, perché la predicazione si svolge progressivamente attraverso i cicli e i tempi dell'anno liturgico, che sono come le stagioni di una vita spirituale che annualmente si rinnova e accresce nella riproduzione mistica e sacramentale dell'intero mistero di Cristo.
 

 

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