Ius soli: la funzione pedagogica della legge

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È non senza un poco di amarezza che mi sono messo davanti alla tastiera del pc per affidare alcune impressioni a caldo sul tema dello ius soli, ossia l'acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

Tengo a precisare che non intendo entrare nel merito della legge. Sono solo tanto perplesso sia di fronte a chi parla di ius soli camuffato da temperato, ma in realtà si limita a fare delle concessioni (altro che ius = diritto!), e sono colpito dal pensiero di tanta gente comune che incontro quotidianamente per strada e che di ius soli non vuole nemmeno sentirne parlare pr motivi che di ius = diritto hanno davvero poco o nulla a che vedere..

 

La disponibilità dei primi mi sembra francamente subordinata a troppe clausole/concessioni. Sul campo è stato inventato perfino lo ius culturae. Un diritto è tale se non conosce subordinazioni o condizionamenti.

Ma vorrei incoraggiare i secondi a non avere timore del prossimo. Sono persuaso che la paura dell’altro nasce dalla non conoscenza dei nostri vicini differenti per cultura, etnia, religione.

 

È doveroso, inoltre, chiarire bene i termini della questione: in discussione è la concessione della cittadinanza a ragazzi che nascono in Italia da figli di stranieri regolarmente presenti nel Paese, che qui lavorano, che qui pagano le tasse. E i ragazzi vanno a scuola con i ragazzi italiani, giocano insieme ai ragazzi italiani, tifano per la stessa squadra, ecc. Questi sono i termini della questione! Non sono in discussione la storia dell’immigrazione, il pericolo dell’islamizzazione,  la globalizzazione, la politica dei diritti dei migranti, l’integrazione, gli sbarchi, i profughi, i richiedenti asilo.    

 

In questo contesto che lascio tutto ai nostri politici che spero siano davvero illuminati, mi sono venute in mente le parole incise sulla facciata del Palazzo di giustizia di Milano: Honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere.

 

1.    Honeste vivere non significa soltanto non commettere reati, ma soprattutto rispettare tutte le leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra questi e lo Stato (artt. 1 a 54 Costituzione).

2.   Neminem laedere significa non soltanto non uccidere, ma soprattutto significa riconoscere l'altro come uguale, come portatore di esigenze, aspirazioni e diritti uguali ai nostri e, pertanto, rispettarne l'integrità fisica e morale, oltre che i beni

3.  Suum cuique tribuere non significa soltanto non sottrarre a un altro le cose di sua proprietà, ma soprattutto riconoscergli tutti i suoi diritti.


È di tutta evidenza che i principi di cui parliamo, prima ancora che un valore giuridico, hanno un valore etico. È a questo punto che, senza entrare nei meandri un po’ pasticciati e di raro sapore “concessionistico” (di con cessione!) più che giuridico, preferisco sottolineare la funzione pedagogica della legge. Cosa intendo? Intendo (auspico!) che la legge (qualsiasi legge, compresa anche quella dello ius soli) formi una mentalità, sia pedagogica, educhi, promuova, non sia divisiva ma promuova l’incontro, ecc.

 

Tommaso d’Aquino, circa seicento anni dopo, riprese un concetto ben espresso da Isidoro di Siviglia, un Padre della Chiesa Latina vissuto nel VII secolo, il quale dette una definizione di legge umana che deve essere sempre: «onesta, giusta, possibile secondo la natura e le consuetudini del paese, proporzionata ai luoghi e ai tempi».

 

      La legge deve essere onesta, cioè in armonia con la legge divina.

      La legge deve essere giusta cioè conforme alla legge naturale.

      La legge deve essere possibile cioè adatta agli uomini di quel tempo e di quel luogo.

 

La riflessione dell’Aquinate fu coerente e fu uno dei primi a sostenere la funzione pedagogica della legge in quanto la legge ha il fine di homines inducere ad virtutem, cioè orientare e condurre gli uomini alla virtù assicurando quell'indispensabile etica che renda possibile una quieta e pacifica convivenza umana.

Secondo il pensiero tomista il legislatore deve produrre leggi con valore pedagogico al fine di rendere «virtuosi i cittadini» anche se tutto ciò potrà (dovrà?) avvenire gradatim cioè progressivamente.

Per non far torto a San Tommaso d’Aquino dirò che le virtù che rendono «virtuosi i cittadini» sono le virtù iscritte nella natura e per questo virtù naturali o virtù etiche che sono quattro: la fortezza, la temperanza, la giustizia e la prudenza. Queste virtù dette naturali furono largamente presenti nella cultura dell’Antica Grecia. È evidente, allora, che la funzione pedagogica della legge umana è in riferimento alla promozione di codeste virtù.

 

Una legge che non avesse una funzione pedagogica, sarebbe antipedagogica e per questo diseducativa. L’alternativa per un legislatore è tra educare o diseducare, non esiste una posizione neutra. Ne discende un serio impegno che deve coinvolgere il legislatore, il quale è chiamato a operare sempre per il «bene comune» a qualsiasi livello. Tommaso d’Aquino definì con chiarezza di linguaggio il bene comune che per lui altro non è che “il fine delle singole persone esistenti in una comunità” (Bonum commune est finis singularam personarum in communitate existentium).

 

È facile a questo punto comprendere che lo Stato, attraverso le leggi insegna al cittadino le regole di comportamento, così come un educatore chiarisce all'educando le regole alla base dei rapporti personali e sociali. Ma va detto con grande rammarico, nella nostra società contemporanea la dimensione pedagogica della legge non viene più vissuta e perciò l'apparato normativo che regola la vita dei cittadini è percepito come piuttosto come oppressivo.

 

È proprio nella disamina di una legge che nulla ha di pedagogico che nel cittadino scatta la disistima nei confronti del legislatore, il rifiuto della legge, la ribellione, la manifestazione che va oltre il dispositivo e colpisce il soggetto che non è più considerato come titolare di diritti. Nel momento in cui viene meno la funzione pedagogica della legge vengono meno responsabilità e libertà.

 

Tornando alla legge sullo ius soli va da sé che essa dovrebbe essere composta da persone capaci, lungimiranti, convinte della funzione pedagogica della legge, rispettose dell’altro, che non sentano l’altro in qualche misura ostile mentre legiferano. Una legge così confezionata già insinuerebbe un messaggio antieducativo. L’esclusività non ha mai valore pedagogico! Il creare ponti, l’abbattere muri, includere le persone … tutto questo crea comunione e comunità. Tutto questo fa libertà.

 

E la legge deve essere sempre per la libertà! Che non è fare quello che uno vuole perché la mia libertà deve finire là dove incomincia quella del mio prossimo. Libertà e legge non sono due realtà che si contrappongono e si limitano reciprocamente: come se la libertà cominciasse dove finisce la legge e viceversa. Il comportamento libero non è quello guidato dall’istinto o da una necessità fisica o biologica, ma è quello secondo cui ogni singola persona liberamente compie il bene indicato dalla legge e liberamente evita il male conosciuto mediante la stessa legge.

Dio stesso ha creato l’uomo libero!

 

Una legge che non rispettasse i diritti fondamentali della persona non solo non sarebbe una legge giusta, ma anche non pedagogica in quanto insinuerebbe nel cittadino dubbi e perplessità verso il prossimo. Il rispetto di un diritto non può essere barattato con concessioni articolate da scadenze, condizioni, codicilli e quant’altro.     


Occorre che tutti imparino a ragionare sulle leggi, sul loro significato e sul loro senso profondo. Proprio per questo tutti coloro che ricoprono, in qualunque grado, incarichi nelle istituzioni nazionali o locali, in quanto chiamati a operare per il bene comune, dovranno avere sempre prae oculis la funzione pedagogica della legge.