Inizia la scuola: educare alla persona
non solo alle competenze

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Inizia un anno scolatico di difficoltosa decrifrazione. Non sarà facile far conciliarne l’avvio con l’emergenza sanitaria in corso. Sarà una scuola differente. Da parte di tutti tale diversità dovrà essere vissuta come un’opportunità all’insegna di una rinnovata socialità e pedagogia. Sarà una emozione forte poter tornare a scuola! Sia per gli alunni e sia anche per i docenti. Guardarsi di nuovo negli occhi di persona, nella stessa aula, in cortile, negli altri spazi che accoglieranno alcuni momenti della vita scolastica. Ma al di là di codesti aspetti, pur importanti, credo che l'occasione sia opportuna per alcune considerazioni. Le propongo, così semplicemente, a famiglie e docenti ponendo al centro l'educazione alla persona, prima ancora che alle competenze.  



 

Leducazione conosce una crisi che forse non ha precedenti. Venuti meno certi automatismi del passato che la rendevano una sorta di processo meccanico, visto che era chiaro a tutti – maestri, genitori, allievi – chi dovesse fare che cosa, l’educazione sembra essere sprofondata in una sorta di magma indifferenziato.
 
Da qualche tempo anche la scuola fa problema. Sembra aver perso la sua identità. I docenti brancolano nel provvisorio e nel contingente. Le famiglie assumono ruoli che sconfinano nelle responsabilità che devono essere solo dei docenti. E da questa interferenza non gradita scaturiscono frizioni e si innesca l’eterno gioco dello scarica barile che è nato addirittura nel paradiso terrestre con la denuncia da parte di Adamo della responsabilità di Eva e di questa della tentazione del serpente…
 
L’indebolimento dei legami sociali e una libertà intesa come libertà di fare ciò che piace, senza guardare alla responsabilità e all’importanza di sapere perché voglia fare una determinata cosa, ha fatto sì che anche sul piano educativo ognuno incominciasse pirandellianamente a recitare a soggetto.
 
Gli è che la scuola sta perdendo ogni giorno di più il suo ruolo di comunità educante. Qualcuno ha inventato perfino la “buona scuola” che, al contrario si sta rivelando un vero pessimo itinerario. Non intendo entrare nel merito dell’autonomia scolastica e degli strumenti finanziari e operativi conferiti ai dirigenti scolastici e ai docenti per poterla realizzare. Resto al quadro pedagogico e all’offerta che contiene fatta di competenze: più musica, più arte, più lingue, più competenze digitali, addirittura più economia.
 
Il limite sta proprio in questo: si educa alle competenze!
“Competenza” è la parola chiave per descrivere quell’insieme integrato di conoscenze e capacità che ogni alunno dovrebbe poter acquisire entro uno spazio/tempo programmato: e anni di scuola dell’infanzia, 5 anni di scuola elementare, tre di scuola media inferiore, 5 di scuola media superiore. “Competenza” è una combinazione di diverse risorse e abilità, per gestire o affrontare in maniera efficace le situazioni lavorative, in un contesto dato, espletando in maniera valida ogni compito o mansione richiesta.
 
Ma una scuola che educhi alle competenze ampliando sempre più il ventaglio dei “saperi”, quasi fosse la quantità a fare la qualità, non è una buona scuola. O la scuola abbandonerà la corsa alla educazione alle competenze per privilegiare l’educazione alla persona, o la scuola sarà destinata a fallire il suo obiettivo primo che è proprio l’educazione alla persona.
 
Educare alla persona è educare al buono e coltivare il sogno del buono come luogo di educazione e di salvezza per un mondo che sembra dirigersi sempre più verso una deriva nichilista. Caratteristica della modernità è la sua “liquidità”, che dimentica l’uomo e la sua formazione integrale. Occorre ritornare allo stupore che genera conoscenza. Occorre mantenere vivi curiosità e stupore. Occorre educare l’uomo all’ascesa verso il bene, che dovrà manifestarsi nelle azioni buone e meritevoli che l’uomo dovrà rendere evidenti con il suo agire. Ma perché il bene si renda effettivamente visibile è necessaria l’educazione al bene per far sì che l’agire etico e morale sia sempre l’ideale di ogni persona umana.
 
Solo a mo’ di esemplificazione i campi a cui estendere questi concetti educativi alla persona sono gli ambiti della vita:
   il rispetto dell’altro che è mio prossimo indipendentemente dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione,
   l’accettazione e l’accoglienza di ogni uomo e donna alla ricerca di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie
   rispetto e apprezzamento dei valori di cui ogni persona umana è portatrice, soprattutto i nonni e gli anziani,
  l’educazione alla vita che metta in risalto i giusti atteggiamenti per una vita realmente felice e appagante con la convinzione che la felicità e l’appagamento non dipendono dal successo materiale o dal danaro,
   i doveri del buon cittadino, fatto anche di doveri e del rispetto delle leggi,
   l’assunzione di responsabilità e non il gioco eterno dello scarica barile,
   l’uso rispettoso dei beni della terra, delle acque, dell’aria,
   la fruizione corretta delle nuove tecnologie che non debbono mai arrecare danno agli altri,
   la promozione della giustizia e della verità,
  i comportamenti aggressivi ripetitivi perpetrati da una o più persone nei confronti di una vittima incapace di difendersi (bullismo e cyber bullismo=posta elettronica, social network, chat, blog, forum!)
   promuovere il bene da compiere piuttosto che insistere sull’limitarsi a evitare il male.
 
In buona sostanza è la costruzione del concetto romano di humanitas che assume valore universale, supera i limiti della filantropia per diventare conoscenza della stessa natura della persona umana.
Tale compito è affidato anche alla scuola perché elabori il significato pieno dell’ideale di humanitas: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto». Nulla di ciò che è umano mi è estraneo e indifferente!
E all’ora la vera buona scuola, che saprà andare oltre l’educazione alle competenze per privilegiare l’educazione alla persona, porrà al centro del proprio progetto educativo quella humanitas che diventerà ideale universale, in cui pietas, mores, integritas si legheranno in una sintesi valoriale tesa a rendere l’uomo sempre più consapevole del proprio essere persona.
 
“La scuola elementare ha per suo fine la formazione dell'uomo”: questo è affermato nei Caratteri e fini della scuola elementare. Ma nei fatti la preoccupazione dei docenti è riservata alla acquisizione delle competenze: saper far di conto, saper scrivere in stampato maiuscolo entro il mese di…. Stampato minuscolo entro il mese di…. Saper leggere….
L’apprendimento di 2 o perfino 3 lingue straniere nelle scuole elementari a scapito della lingua italiana zeppa di errori anche da parte di universitari (!) non è una conquista. Guadagnare in competenze non è una conquista! Occorre prima e soprattutto l’educazione alla persona. La persona è punto di forza e motore di qualsiasi esperienza educativa, teoretica e pedagogica.
 
Il riconoscimento dell’importanza che la persona umana riveste nel processo educativo stabilisce il primato dell’essere umano e delle sue strutture profonde prima delle domande accidentali sull’acquisizione delle competenze. L’uomo non è soltanto un «animale di cultura»! Educare alla persona vuol dire guidare l’uomo nello sviluppo dinamico durante il quale egli si forma in quanto persona umana. Prima delle competenze, o quanto meno assieme alle competenze è fondamentale offrire all’alunno la forza del giudizio, le virtù etiche e morali, l’eredità spirituale della nazione e della civiltà alle quali appartiene, il secolare patrimonio delle generazioni che solo così potrà essere conservato. È quella educazione civica che è ormai scomparsa dalla nostra “buona scuola” e che contribuirà a creare un enorme buco nella personalità dell’alunno che nessuno saprà colmare.
 
Platone nel suo dialogo Repubblica diceva: «L’impronta iniziale che uno riceve dall’educazione (paideia) segna anche tutta la sua condotta successiva» (IV, 425b). È, questo, un monito rilevante in una società come la nostra nella quale la civiltà informatica sta generando una sorta di deriva per la quale alla bulimia delle competenze indiscriminatamente offerte, soprattutto ai giovani “nativi digitali”, corrisponde una radicale anoressia di educazione selettiva e quindi di capacità critica.
 
Ogni vera educazione deve necessariamente avere un bagaglio di valori etici cui fare riferimento immediato. Perciò il compito della scuola non è solo quello educare alle competenze, istruire il tecnico o lo specialista, ma soprattutto quello di formare la persona educando l’uomo. L’educazione progressiva è da intendersi come la capacità di conoscere se stessi fino in fondo per decidere di sapere cosa si vuole dalla propria vita, con la consapevolezza che questo tipo di libertà sia cosa ben diversa dall’anarchia e dal libertinaggio senza regole.
 
«Vetera novis augere» scriveva Maritain. I veri maestri sono docenti di sapienza prima ancora che cultori della disciplina che insegnano. Perché solo la sapienza serve a trasmettere una conoscenza unificata del sapere. L’educazione alla persona umana è un’impresa laboriosa e lenta, di cui molti educatori non avranno il modo né il tempo di vederne i frutti.
 
L’educazione alla persona si forma educando ai valori della libertà, dell’uguaglianza, della fraternità dei popoli, dell’autonomia politica, perché la scuola non può mai dimenticare che sta educando l’uomo e il cittadino. Perciò gli insegnamenti fondamentali dovrebbero tornare a essere quelli della storia, della filosofia morale e della educazione civica. Così la scuola sarà vero ambiente di vita e non solo luogo di insegnamento delle competenze.
 
Le competenze non devono limitare l’educazione alla persona, ma devono accrescerla e arricchirla. Il dono più prezioso che un educatore possa avere consiste in una specie di rispetto sacro e affettuoso per l’identità misteriosa dell’educando, la quale è una realtà nascosta che nessuna tecnica può raggiungere.
 
Qualcuno ha scritto: «ciascuno cresce solo se sognato». E il solo capace di sognare ciò che il suo discepolo non è ancora è il maestro che guarda con occhi discreti ma attenti fino in fondo all’anima dei suoi allievi. È questo l’educare alla persona!
 
La scuola delle competenze è la prova esemplare della vuota superficialità diffusa che ha colpito al cuore le istituzioni formative, pilastro di ogni società libera. Una scuola che formi solo offrendo competenze esclusivamente in vista di un posto di lavoro e di una sistemazione è un’azienda che produce cultura allo stesso modo in cui si potrebbero produrre giocattoli. L’educazione alla persona va oltre l’educazione alle competenze; la formazione della persona umana è un’impresa laboriosa e lenta.
 
Educare alla persona è un’autentica sfida educativa che riguarda ogni uomo e ogni donna, come necessità fondamentale per riconoscersi e per riconoscere l’altro come buono e vero. Educare alla persona significa prendere per mano un individuo e aiutarlo a percepire il senso integrale della realtà, aiutarlo a fare i conti con l’esistenza. Soggetto della sfida educativa è sempre la persona umana prima ancora delle competenze.
La “vera buona scuola” diventa, così, il luogo in cui la persona umana impara a ritrovare la propria unità, attraverso un’adeguata formazione dell’intelletto e della volontà.
 
La “vera buona scuola” è comunità educante chiamata a svolgere una funzione culturale imprescindibile nella società: contribuire attraverso l’educazione alla persona a rendere la stessa artefice del proprio destino.
 

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