Il Consiglio Pastorale Parrocchiale

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Da più parti sono stato sollecitato a offrire una riflessione sul Consiglio Pastorale Parrocchiale. Lo faccio volentieri avendo avuto il modo di averne studiato la natura e le finalità ecclesiali e averne parlato più volte in incontri pastorali in Italia e all’estero. Mi riferirò al Consiglio Pastorale Parrocchiale ben conoscendo che in non poche realtà della Chiesa italiana sono state istituite le Unità Pastorali che recano con sé l’esigenza legittima di un Consiglio dell’unità Pastorale, fermo restando che, a norma del Diritto Canonico, ogni Parrocchia gode della propria giuridica autonomia canonica. A tal proposito, a norma del Codice di Diritto Canonico (can. 536) in ogni parrocchia, oltre al Consiglio per gli Affari Economici, deve essere costituito il Consiglio pastorale Parrocchiale, i cui membri potrebbero contribuire a costituire il Consiglio dell’Unità Pastorale.
Solo per amore di chiarezza merita ribadire che il Codice di Diritto Canonico (can. 536) rovescia questa prospettiva e prevede che in presenza di unità pastorali (can. 517 e 526 §1), potranno essere previste forme di collaborazione e di integrazione tra i diversi Consigli Pastorali Parrocchiali.
 
Ciò premesso, avviamo la nostra riflessione teologico-pastorale sul Consiglio Pastorale Parrocchiale.
 
1.      Che cos’è il Consiglio Pastorale Parrocchiale
 
Il Consiglio Pastorale Parrocchiale è un organo di comunione che, come immagine della Chiesa, esprime e realizza la corresponsabilità dei fedeli (presbiteri, diaconi, consacrati e laici) alla missione della Chiesa, a livello di comunità cristiana parrocchiale.
La Conferenza Episcopale Italiana nel documento Comunione e Co­munità ricorda che il Consiglio Pastorale Parrocchiale è uno degli organismi di comunione ecclesiale e sono "scuole e palestre che educano al senso e al servizio della comunione e contribuiscono — nella misura della loro natura e delle loro finalità — non so­lo a creare una mentalità nuova, ma a costruire la realtà e a rivelare la fisio­nomia nuova della Chiesa conciliare".
Il Consiglio Pastorale Parrocchiale è l'organismo attraverso il quale si cerca, oggi, di fare in modo che ogni battezzato esprima la sua vocazione e partecipi alla missione della Chiesa.
 
2.      La ragion d’essere del Consiglio Pastorale Parrocchiale
 
La ragion d’essere del Consiglio Pastorale Parrocchiale fonda le sue radici nella dottrina conciliare che ricorda: "I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti nell'unico Corpo di Cristo sotto un solo capo, chiunque essi siano, sono chiamati come membra vive a contribuire con tutte le loro forze, ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa e alla sua ininterrotta santificazione" (LG 33).
Il principio della necessaria partecipazione alla missione della Chiesa è ri­preso in un altro testo in modo molto preciso: "chi non operasse per la cre­scita del corpo secondo la propria attività dovrebbe dirsi inutile per la Chiesa e per se stesso" (AA 2).
La collaborazione comprende anche il diritto-dovere di consigliare: "I lai­ci, nella misura della scienza, della competenza e del prestigio di cui godono, hanno il diritto, anzi a volte anche il dovere di far conoscere (ai propri pasto­ri) il loro parere su quanto attiene al bene della Chiesa" (LG 37).
Il diritto-dovere dei laici, religiosi, presbiteri di consigliare i propri pasto­ri fonda non solo e non tanto sul fatto che essi siano dei competenti, quan­to più radicalmente sul fatto che, mediante i sacramenti del battesimo e della cre­sima e mediante i doni dello Spirito, essi hanno la capacità di percepire sopranna­turalmente quel che è bene per la Chiesa e, quindi, hanno la capacità di illuminare i propri pastori.
 
Il Papa Giovanni Paolo II in Novo Millennio Ineunte scrisse: “Devono essere sempre meglio valorizzati gli organismi di partecipazione previsti dal Diritto canonico, come i Consigli pastorali. Essi, com'è noto, non si ispirano ai criteri della democrazia parlamentare, perché operano in via consultiva e non deliberativa. Non per questo tuttavia perdono di significato e di rilevanza. La teologia e la spiritualità della comunione, infatti, ispirano un reciproco ed efficace ascolto tra pastori e fedeli, tenendoli, da un lato, uniti a priori in tutto ciò che è essenziale, e spingendoli, dall’altro, a convergere normalmente anche nell’opinabile verso scelte ponderate e condivise”.  (NMI 41)
 
3.      Natura e finalità del Consiglio Pastorale Parrocchiale
 
Il primo motivo della ragion d’essere del Consiglio Pastorale Parrocchiale è il nuovo modo di pensare la parrocchia spesso inserita in una unità pastorale. Fino a non molto tempo fa la parrocchia era vista come una strut­tura che organizzava servizi pastorali per l'insieme dei fedeli. In questa conce­zione il pastore era l'unico attivo, i laici fondamentalmente ac­coglievano, eseguivano. Questo modo di pensare la parrocchia non solo è stato molto tempo fa superato dalla dottrina del Concilio. Il Concilio Vaticano II ha definito la parrocchia come comunità formata dai laici con il loro pastore; è un unico soggetto attivo, nello stesso tempo dà e riceve. È una comunità nella quale, per volontà del Signore, la corresponsabilità si esprime in una comu­nione gerarchica. E questo si verifica anche nel momento decisionale, nel senso che tutta la comunità, in gerarchica coordinazione, ricerca e stabilisce ciò che è bene per la comunità stessa.
La parrocchia deve essere una vera comunità di lavoro in cui tutti i membri assumono un ruolo da adulti: lo Spirito Santo parla a tutti e a tutte.
 
Il secondo motivo della ragion d’essere del Consiglio Pastorale Parrocchiale è quella di essere un organismo consultivo che esprime rappresentativamente l'intera comunità parrocchiale, raccolta intorno al suo Parroco. Dunque, la funzione principale del Consiglio Pastorale Parrocchiale sta pertanto nel ricercare, studiare e proporre conclusioni pratiche in ordine alle iniziative pastorali che riguardano la parrocchia.
Sotto la guida del Parroco il Consiglio Pastorale Parrocchiale:
a.      consiglia il parroco ricercando, studiando e proponendo pratiche conclusioni circa le opere pastorali che hanno attuazione in parrocchia;
  b.     offre un servizio alla comunità nella sua missione di evangeliz­zazione, santificazione e promozione umana.
c.    studia la situazione della comunità cristiana locale sotto gli aspetti re­ligiosi, morali, sociali umani, ecc.;
d.  propone programmi di attuazione sulle questioni riscontrate di maggiore urgenza, sempre in armonia con le deliberazioni e i programmi del­la Conferenza Episcopale Italiana e della Diocesi a cui la Parrocchia appartiene.
 
4.      Il Consiglio pastorale parrocchiale immagine della Chiesa
 
Sorge allora spontanea la domanda: cosa c'è alla base del Consiglio Pastorale Parrocchiale? I suoi membri devono avere acuto e profondo il convincimento che esso non è un Consiglio di Amministrazione di una società o di un ente. Il suo primo obiettivo non è quello di ricercare migliori organizzazioni per ottenere migliori risultati. Il Consiglio Pastorale è un'immagine di Chiesa di cui il Consiglio vuole essere un segno: è l'im­magine di Chiesa quale comunità dei credenti nel Signore Gesù; una Chiesa nella quale ogni credente è chiama­to a svolgere un servizio; una Chiesa realtà di comunione articolata, dove ve­scovo, presbiteri, diaconi, religiosi, laici hanno ciascuno il proprio compito.
Uno dei luoghi ecclesiali nel quale il credente possa esprimersi, possa dialogare attorno a un presbitero che rende presente il vesco­vo, fondamento e garanzia di unità nella comunità ecclesiale, sembra essere soprattutto il Consiglio Pastorale Parrocchiale.
 
5.      La mentalità dei consiglieri
 
Abbiamo detto che il Consiglio Pastorale Parrocchiale non è un Consiglio di Amministrazione. Essere membro di un Consiglio Pastorale Parrocchiale suppone un particolare legame con Gesù Cristo e con Cristo servo. Un consigliere di un Consiglio Pastorale Parrocchiale esercita di fatto un vero servizio ecclesiale. Punto di partenza è sentirsi Chiesa, che è madre e maestra, sog­getto attivo e ha molti membri. Per realizzare i suoi fini la Comunità ecclesiale si articola anche, non solo, nei suoi Consigli Pastorali Parrocchiali.
Per questo chi ne fa parte non può che avere una autentica mentalità ecclesiale. Dalla mentalità discende il modo di pensare che detta il modo di agire.
 
Tale mentalità non può che essere:
      cristocentrica: il punto di riferimento obbligato è Cristo. È lui il centro, il capo della Chiesa; è lui che la guida, che la fa vivere, che la salva.
   ecclesiale: la salvezza è personale ma si realizza in una comunità (ecclesia), per­ché Cristo Salvatore è vivente nella comunità.
  missionaria: la salvezza non è rivolta solo a quelli di casa, è data perché sia estesa fino ai confini della terra. Non ci si può attardare o rinchiudere so­lo nel proprio gruppo o movimento, ma occorre aprirsi a tutta la comunità.
   di servizio: è la mentalità descritta dalla parabola dei servi inutili (Lc 17, 7-10), una mentalità umile, disponibile a dare a Dio e ai fratelli tem­po, intelligenza, doti, impegno senza niente chiedere. Si serve mettendo a disposizione degli altri quel che si ha e quel che si è.
 
Ne consegue che i membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale debbono possedere almeno i seguenti requisiti:
essere «in piena comunione con la Chiesa cattolica» (can. 512 §1)[1]
distinguersi «per fede sicura, buoni costumi e prudenza» (can. 512 §3)[2]
aver completato l’itinerario di Iniziazione Cristiana;
partecipare alla vita e alla missione della Chiesa.
 
6.      I compiti del Consiglio Pastorale parrocchiale
 
I documenti ecclesiali che parlano del Consiglio pastorale parrocchiale lo definiscono come “un osservatorio” che raccoglie dati e situazioni della vita della parrocchia o dell’unità pastorale al fine di valutare e individuare scelte operative e attività pastorali da attuare per il bene delle anime. Il criterio supremo è sempre lo stesso: bonum animarum, suprema lex!
Questa ampia competenza è cosi descritta in una dichiarazione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana dopo il convegno Evangelizzazione e pro­mozione umana: "Sentiamo l'esigenza sempre più urgente di istituire o po­tenziare gli organismi collegiali di partecipazione, come espressione spiritua­le e operativa di tutto il popolo di Dio, luogo pedagogico ed evangelico del­la formazione ecclesiale, strumento del comune studio e della comune ricerca per essere adeguatamente presenti ai bisogni della nostra società".
 
Volendo precisare meglio i compiti del Consiglio Pastorale Parrocchiale, il primo compito è quello di attuare una continua riflessione sulla vita religiosa della parroc­chia e sulla società circostante. E ciascuno, con la propria diversa sensibilità, è chiamato a osservare quel che più lo colpisce, quel che per lui è importante. Questo momento di ascolto e di dialogo è di primaria importanza per crescere insieme, per formare comunità. Da questo ascolto nasce il secondo compito: la elaborazione e la gestione del piano pastorale parrocchiale, piano che comprende i due aspetti,
      quello della crescita della fede e della carità della parrocchia;
      quello dell'azione missionaria verso la periferia, ossia verso i disaffezionati, verso coloro che si sono allontanati dalla chiesa per i motivi più differenti;
      quello dell'impegno di pro­mozione umana verso tutti.
 
7.      Il Consiglio Pastorale parrocchiale: deliberativo o consultivo?
 
I documenti ufficiali qualificano la funzione del Consiglio Pastorale Parrocchiale come 'consultivo' anche se tale consultività viene dichiarata di valore peculiare e particolare. Circa il valore decisionale del Consiglio Pastorale Parrocchiale ritengo che vada superata la concezione dualistica e si debba invece parlare di maturare insieme con l’intento di aiutare il pastore della comunità a conoscere e a esercitare al meglio il suo ministero in favore della comunità parrocchiale, facendo grande attenzione al "sentire" dei fedeli e valorizzando tutte le forze e le collaborazioni che essi possono e debbono dare, affinché tutti conoscano Cristo, credano in Lui e credendo in Lui abbiano la vita eterna.
 
Si tratta, quindi, di ricercare insieme quelle soluzioni assunte solo ed esclusivamente per il bonum animarum che la suprema lex della Chiesa.
Ovviamente alcune decisioni devono spettare in ultima istanza, esclusivamente a chi porta la maggiore responsabilità, cioè al parroco.
Qualora il parroco non si dovesse sentire di condividere e approvare le proposte votate dai consiglieri, la sua motivazione non dovrà turbare lo spirito di comunione.
Merita, forse, esplicitare che le deliberazioni del Consiglio pastorale parrocchiale non po­tranno mai essere in contrasto con le direttive diocesane, né trattare ar­gomenti su cose già deliberate dall'autorità diocesana.
 
Cari Amici,
Essere nel Consiglio Pastorale Parrocchiale è un servizio ecclesiale importante, per il quale vale la pena di spendere tempo e di soffrire. La prima promozione dell'uomo è aiutarlo ad avere un rapporto vivo e vi­tale con Dio e in Dio col mondo, con se stessi, con la storia. Impegnarsi perché l'uomo creda e perché l'uomo viva nella fede è l'impe­gno oggi più urgente.
 
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[1] «Su questa terra sono nella piena comunione della chiesa cattolica quei battezzati che sono congiunti con Cristo nella sua compagine visibile, ossia mediante i vincoli della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico» (can. 205).
[2] A esempio, non devono trovarsi in situazioni matrimoniali irregolari per la Chiesa cattolica quali quelle dei divorziati moralmente colpevoli — non sinceramente pentiti né disposti a riparare concretamente il male compiuto — ancorché non risposati, dei divorziati risposati, degli sposati solo civilmente, dei conviventi (cf. Catechismo della Chiesa cattolica 1650; CEI, Direttorio di Pastorale familiare, n. 212-230).