Amoris lætitia - Capitolo 5°
L’amore che diventa fecondo

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Papa Francesco ha definito “centrali” i capitoli 4 e 5 (“i due capitoli centrali”), della Lettera Apostolica Amoris Lætitia non solo in senso geografico, ma per il loro contenuto: “Non potremo incoraggiare un cammino di fedeltà e di reciproca donazione se non stimoliamo la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare” (89). Questi due capitoli centrali di Amoris Lætitia saranno probabilmente saltati da molti per arrivare subito alle cosiddette “patate bollenti”, ai punti critici. Da esperto pedagogo Papa Francesco sa bene che niente attira e motiva così fortemente come l’esperienza positiva dell’amore. “Parlare dell’amore” (89) procura chiaramente una grande gioia a Papa Francesco, ed egli parla dell’amore con grande vivacità, comprensibilità, empatia.
 
Il quinto capitolo è tutto concentrato sulla fecondità e la generatività dell’amore. Il Papa nel V capitolo esordisce affermando che «l’amore dà sempre vita». Passa, infatti, dalle tematiche della valla vita coniugale a quelle della vita genitoriale e, quindi, sulla generazione e dell’accoglienza della vita all’interno della famiglia. Il Papa sottolinea il valore dell’embrione “dall’istante in cui viene concepito”, perché “ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio”. Per questo, il figlio non va visto come “un complemento o una soluzione per un’aspirazione personale”, bensì come “un essere umano con un valore immenso”, del quale va rispettata la dignità, “la necessità ed il diritto naturale ad avere una madre ed un padre”, che insegnano “il valore della reciprocità e dell’incontro”.

Si parla in maniera spiritualmente e psicologicamente profonda dell’accogliere una nuova vita, dell’attesa propria della gravidanza, dell’amore di madre e di padre. Avendo presenti le coppie che non possono avere figli, il Papa ricorda loro che la maternità “si esprime in diversi modi”, ad esempio nell’adozione; le leggi devono facilitare le procedure adottive e di affido, sempre nell’interesse del bambino e devono contrastare il traffico di minori. Il questo contesto il Papa affronta anche i temi della fecondità allargata, dell’adozione, dell’accoglienza e del contributo delle famiglie a promuovere una “cultura dell’incontro”, della vita nella famiglia in senso ampio, con la presenza di zii, cugini, parenti dei parenti, amici.

Il Papa sottolinea la inevitabile dimensione sociale del sacramento del matrimonio (186), al cui interno si declina sia il ruolo specifico del rapporto tra giovani e anziani, sia la relazione tra fratelli e sorelle come tirocinio di crescita nella relazione con gli altri. In questo modo l’Amoris Lætitia propone una rilettura del rapporto tra amore e generazione che va aldilà di qualsiasi separazione o giustapposizione tra questi due fondamentali e costitutivi motivi significati del matrimonio: la relazione nella coppia è intrinsecamente generante e feconda e la generazione di un terzo, il figlio, è il frutto trascendente dell’amore dei due.
 
L’Amoris Lætitia non prende in considerazione la famiglia «mononucleare», perché è ben consapevole della famiglia come rete di relazioni ampie. La stessa mistica del sacramento del matrimonio ha un profondo carattere sociale (cfr 186). E all’interno di questa dimensione sociale il Papa sottolinea in particolare sia il ruolo specifico del rapporto tra giovani e anziani, sia la relazione tra fratelli e sorelle come tirocinio di crescita nella relazione con gli altri.
 
Soffermandosi, quindi, sulla generazione e l’accoglienza della vita all’interno della famiglia, il Papa sottolinea il valore dell’embrione “dall’istante in cui viene concepito”, perché “ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio”.
In tale contesto vorrei sottolineare due punti. Anzitutto il tema del figlio. Il testo con chiarezza riafferma che il figlio non è un oggetto del desiderio, ma un progetto di consegna della vita. Di qui segue il tema del rapporto fra le generazioni, che la frammentazione e la liquidità di eros mettono a rischio. Il legame fra le generazioni è il luogo dell'eredità che deve essere fatta fruttare. Questo è il grande compito affidato alla famiglia che deve custodire la tradizione della vita senza imprigionarla, provvedere valore aggiunto al futuro senza mortificarlo. Tale dinamismo è impossibile se la famiglia perde il suo ruolo sociale di stabilità e di propulsività degli affetti.
 
Di qui, l’esortazione invita a non vedere nel figlio “un complemento o una soluzione per un’aspirazione personale”, bensì “un essere umano con un valore immenso”, del quale va rispettata la dignità, “la necessità e il diritto naturale ad avere una madre ed un padre”, che insegnino “il valore della reciprocità e dell’incontro”.
 
La vita familiare è un bene da esportare nella società che ha bisogno di “una robusta iniezione di spirito familiare”; per questo Francesco incoraggia le famiglie ad uscire da se stesse, trasformandosi in “luogo di integrazione e punto di unione tra pubblico e privato”.
Il matrimonio è più ricco di bene se la coppia non si richiude su se stessa: questo ripiegamento non porta più letizia, porta tristezza. La famiglia è il motore della storia, l'amore che lavora per la vita: non certo il rifugio per coloro che intendono sottrarsi alle sfide della vita e della storia. In questo passaggio e alleanza tra le generazioni si costruisce l’intera ricchezza dei popoli, sapere, cultura, tradizioni, dono, reciprocità. La passione educativa iscritta nella generazione, e l'alleanza fra una generazione e l'altra sono un termometro infallibile del progresso sociale
 
Ogni famiglia ha il dono e l’impegno di instaurare la cultura dell’incontro e di rendere ‘domestico’ il mondo. Quindi, Francesco sottolinea che ovunque c’è bisogno di “una robusta iniezione di spirito familiare”, ed incoraggia le famiglie ad uscire da se stesse, trasformandosi in “luogo di integrazione e punto di unione tra pubblico e privato”. Perché ogni famiglia – è il monito del Papa – è chiamata ad instaurare la cultura dell’incontro e a rendere ‘domestico’ il mondo. Per questo, il Papa lancia “un serio avvertimento”: chi si accosta all’Eucaristia senza lasciarsi spingere all’impegno verso i poveri ed i sofferenti, riceve questo sacramento “indegnamente”.

 
 
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