25 gennaio di 60 anni fa
l’annuncio del Concilio Vaticano II

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Quando Giovanni XXIII fu eletto il 27 ottobre 1958 a 77 anni d’età, tutto il mondo pensò che si sarebbe trattato di un Papa di transizione che avrebbe inciso poco nella storia della vita della Chiesa.
Forse nessuno aveva supposto che Gesù Cristo - Capo della Chiesa -  aveva riservato al Suo Vicario in terra una missione della quale si sarebbe parlato nel corso dei secoli: la convocazione di un Concilio Ecumenico. Lo stesso Benedetto XVI, all’indomani della sua elezione a Pontefice disse: “i documenti conciliari con il passare degli anni non hanno perso di attualità, ma anzi si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata”. (Messaggio ai Cardinali, 20 aprile 2005)
 
L’idea di convocare nel XX secolo la massima assise ecclesiale la ebbe, in verità, Pio XI, il quale nel 1923 consultò l’episcopato in merito a una tale opportunità. Anche Pio XII - narrano gli storici - fu sfiorato da tale pensiero; tant’è che sembra abbia costituito addirittura delle commissioni preparatorie.
 
Ma fu Giovanni XXIII che dopo solo tre mesi dalla sua elezione alla Cattedra di Pietro sorprese il mondo annunciando la Celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II.
 
Era il 25 gennaio 1959: esattamente 60 anni fa!
L’anziano Papa si era recato, nella festa liturgica della Conversione di San Paolo, presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Dopo la celebrazione della Liturgia convocò i Cardinali presenti nella Sala del capitolo dei benedettini - una ventina -  e confessò, pieno di gioia e di speranza, di aver avuto una ispirazione dello Spirito Santo:  «Miei venerabili fratelli del collegio cardinalizio! Pronuncio innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione di un Sinodo diocesano per l’Urbe e di un Concilio generale per la Chiesa universale».
Chi fu presente riferì che la reazione fu di “assordante silenzio”. Non si sa se il silenzio fosse dovuto alla non perfetta comprensione di quelle sei parole annunciate del Papa. Giovanni XXIII avrebbe detto qualche giorno dopo:  «Umanamente si poteva ritenere che i Cardinali, dopo aver ascoltata l’Allocuzione, si stringessero attorno a Noi per esprimere approvazioni ed auguri. Vi fu invece un impressionante devoto silenzio».

L'obiettivo del Concilio sarebbe stato quello di proporre a tutta la Chiesa cattolica un “aggiornamento” nella sua relazione con il mondo moderno  poiché “il sacro deposito della dottrina cattolica sia custodito e insegnato in modo più efficace”. Lo scrisse Papa Giovanni nella Costituzione apostolica Humanae Salutis, con la quale venne indetto il Concilio Ecumenico Vaticano II: «Fin da quando salimmo al supremo pontificato, nonostante la nostra indegnità e per un tratto della divina Provvidenza, sentimmo subito urgente il dovere di chiamare a raccolta i nostri figli, per dare alla Chiesa la possibilità di contribuire più efficacemente alla soluzione dei problemi dell'età moderna. Per questo motivo, accogliendo come venuta dall'alto una voce intima nel nostro spirito, abbiamo ritenuto essere ormai maturi i tempi per offrire alla Chiesa cattolica e al mondo il dono di un nuovo Concilio Ecumenico in aggiunta e in continuazione della serie dei venti grandi Concili, riusciti lungo i secoli una vera provvidenza celeste a incremento di grazia e di progresso cristiano... Il prossimo Concilio — si legge ancora nella Costituzione — si riunisce felicemente e in un momento in cui la Chiesa avverte più vivo il desiderio di fortificare la sua fede e di rimirarsi nella propria stupenda unità; come pure più urgente il dovere di dare maggiore efficienza alla sua sana vitalità e di promuovere la santificazione dei suoi membri, la diffusione della verità rivelata, il consolidamento delle sue strutture. Sarà questa una dimostrazione della Chiesa, sempre vivente e sempre giovane, che sente il ritmo del tempo, che in ogni secolo si orna di nuovo splendore, irraggia nuove luci, attua nuove conquiste, pur restando sempre identica a se stessa, fedele  all'immagine divina   impressa sul suo  volto dallo  Sposo, che l'ama e la protegge: Cristo Gesù ».
 
Nel discorso di apertura del Concilio, Papa Roncalli  —  dopo aver preso le distanze dai «profeti di sventura, che annunciano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo» — delineò le finalità dell'Assise ecumenica:
 
      che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace;
      che tale dottrina sia trasmessa pura e integra, senza attenuazioni o travisamenti;
     che questa dottrina certa e immutabile sia fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo;
      mostrare la validità della dottrina della Chiesa piuttosto che rinnovare condanne, preferendo usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità;
      promuovere l'unità nella famiglia cristiana e umana innalzando la fiaccola della verità religiosa. In tal modo la Chiesa è chiamata a mostrarsi madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà anche verso i figli da lei separati.
 
Dopo Nicea ed Efeso i Concili furono convocati quasi sempre per correggere posizioni, idee e condotte eretiche o scismatiche. Il Vaticano II nacque con l’idea di essere un Concilio “pastorale” con l’intento di approfondire la natura della Chiesa (Lumen Gentium), il suo rapporto con il mondo contemporaneo (Gaudium et Spes), sensibilizzare lo spirito ecumenico e il dialogo con le altre confessioni religiose (Unitatis Redintegratio), preferibilmente quelle cristiane.
 
Papa Giovanni visse e morì per il Concilio. Sul letto della sua agonia egli offrì la vita per il buon esito dell'Assise ecumenica. In una lettera indirizzata a mons. Felici alla fine di maggio del 1963 (il Papa morì il 3 giugno) egli scriveva: « soprattutto adesso lavoro per il Concilio ».
 
Seguì da vicino i lavori per mezzo delle telecamere a circuito chiuso; intervenne con la sua autorità a dirimere alcune questioni sorte agli albori del Concilio. Ma il suo merito più grande fu quello di aver dato al Vaticano II un grande respiro, un immenso soffio di vita. Egli parlò coraggiosamente di aggiornamento della Chiesa. Aggiornamento che si nutre della autentica dottrina di Cristo, rispettando e obbedendo alla volontà del suo Signore, infiammandosi della Sua vera carità.
 
L'illimitata fiducia di Giovanni XXIII in Dio e nei Suoi mirabili disegni lo ha sorretto nel convincimento di far entrare la Chiesa nella storia e nella società del XX secolo come un giardino che non cessa di fiorire. Egli ha voluto aprire le finestre della Chiesa sul mondo e renderla come fontana del villaggio, a cui tutti potessero dissetarsi.
 
Papa Giovanni morì al termine del primo periodo del Concilio. Gli succedette Giovanni Battista Montini che assunse il nome di Paolo VI.
Eletto alla Cattedra di Pietro il 21 giugno 1963, il giorno seguente, nel primo radiomessaggio all'Orbe, manifestò la sua volontà di continuare il Concilio. Sulle orme di Giovanni XXIII, scandì il periodo delle sessioni conciliari con provvide esortazioni alla preghiera per il buon esito del Vaticano II.
 
Il 29 settembre 1963 prendeva il timone della navigazione del Concilio con l'apertura del secondo periodo. Navigazione non certo facile, ma il nuovo Papa conosceva bene le diverse istanze e tendenze che si manifestavano in seno alla grande Assemblea. Papa Roncalli lo aveva voluto accanto a sé, durante la prima sessione, come collaboratore e confidente privilegiato.
Papa Montini con la sua penetrazione sagace e lungimirante, con le sue decisioni meditate e sofferte, con la sua guida delicata e ferma, raccolse lo spirito rinnovatore di Giovanni XXIII, lo inalveò e orientò verso mete concrete.
Il pensiero di Paolo VI sul Concilio fu chiaro fin dall'inizio. Egli volle che la Chiesa ridiventasse ciò che veramente è: Lumen Gentium, per mostrarsi, nuova e rinnovata, al mondo contemporaneo: Gaudium et Spes. E se la costituzione Dei Verbum è il documento fontale del Concilio, Lumen Gentium apre la riflessione sulla Chiesa che confluisce in una osmosi senza pari in Gaudium et Spes.
 
A 60 anni dalla convocazione del Vaticano II ritengo che lo spirito del Concilio sia tutto da approfondire nella lettera e nello spirito.
 
Risuonano incoraggianti e chiarificatrici le parole dell’amato papa Benedetto al riguardo. Pochi mesi dopo la sua elezione al pontificato, rivolgendosi ai vertici della Curia Romana egli volle ricordare i 40 anni della conclusione dell’Assise ecumenica denunciando chiaramente due ermeneutiche.
 
“Qual è stato il risultato del Concilio? È stato recepito nel modo giusto?” Egli si chiese. E continuò: “Nessuno può negare che, in vaste parti della Chiesa, la ricezione del Concilio si è svolta in modo piuttosto difficile”… E argomentò: “Perché la ricezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L'una ha causato confusione, l'altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un'interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall'altra parte c'è l'“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”.
 
Una riflessione interessantissima, attuale, pertinente mentre ricordiamo i 60 anni all’annuncio del Concilio fatta presso la Basilica di San Paolo fuori le Mura da San Giovanni XXIII!