La sinodalità futuro della Chiesa

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Papa Francesco ha stabilito che il Sinodo dei vescovi dedichi l’assise del 2023 al tema della sinodalità. È un tema a me caro fin da studente di teologia. Mi è sempre piaciuto molto pensare a una Chiesa non statica, non astorica, ma che viva e che cammini insieme. Il concetto sotteso al σύν, da cui σύνοδος è magnifico! Letteralmente la parola "sinodo", derivata da due parole greche, σύν che significa "insieme" e δός che vuol dire "strada" o "via", e indica il cammino fatto insieme dal Popolo di Dio.
 
E ho davvero benedetto il Signore quando mi sono accorto che il Santo Padre Francesco ha rilanciato con cadenze precise la necessità di vivere la sinodalità nella Chiesa di oggi. Anzi: dalla pratica della sinodalità dipenderà il futuro della Chiesa. Il Concilio Ecumenico Vaticano II aveva trattato con abbondanza di accenti il tema della “collegialità” episcopale e presbiterale.
 
Alla vigilia del Vaticano II il tema della sinodalidà sembrava quasi estraneo alla teologia cattolica ufficiale. Il fonema “sinodalità” non era così presente negli anni e ricorreva quasi esclusivamente in riferimento alle istituzioni delle Chiese orientali-ortodosse, indicando con il termine “sinodo-sinodalità” la loro forma di governo.
 
Se synodos significa “cammino insieme”, sinodalità significa “essere insieme in cammino”.
La sinodalità è una dimensione costitutiva dell’agire della Chiesa perché dimensione costitutiva del suo essere.
La sinodalità è, dunque, il modo con cui la Chiesa dispone alla corresponsabilità tutti i suoi membri, ne valorizza i carismi e i ministeri, ne intensifica i legami di amore fraterno. 
L’invito sinodale a camminare insieme è l’invito a essere Chiesa, poiché il camminare è il suo destino.
Invitare a pellegrinare significa invitare la Chiesa a farsi compagna della grande carovana degli uomini, tutti viandanti verso l’Oltre e verso l’Altrove.
È questa la Chiesa sinodale fondata da Gesù: un “popolo di figli” e, di conseguenza, un “popolo di fratelli” e di “sorelle” in cammino verso il volto del suo Signore. La sinodalità è l’eco più importante e più pregnante dell’ecclesiologia del Vaticano II.
 
Chi è insieme in cammino, ha bisogno di una mèta chiara e di una buona via verso tale mèta. Metodo viene da meth-odos: “Via verso qualcosa”. Il meth-odos è del tutto decisivo, se si vuole che il syn-odos abbia un buon esito. L'agire sinodale della Chiesa, dunque, è lo stile di vita che caratterizza la comunità ecclesiale e che si esprime come comunione della diversità e opera di discernimento comune per la ricerca della volontà di Dio.
 
Fu Paolo VI, il 14 settembre 1965, a dare il preannuncio del Sinodo dei Vescovi: "Noi stessi siamo lieti di darvi l’annuncio della istituzione, auspicata da questo Concilio, d'un Sinodo dei Vescovi, che, composto da presuli, nominati per la maggior parte dalle Conferenze Episcopali, con la nostra approvazione, sarà convocato, secondo i bisogni della Chiesa, dal Romano Pontefice, per sua consultazione e collaborazione, quando, per il bene generale della Chiesa ciò sembrerà a lui opportuno. Riteniamo superfluo aggiungere che questa collaborazione dell'episcopato deve tornare di grandissimo giovamento alla Santa Sede e a tutta la Chiesa, e in particolare modo potrà essere utile al quotidiano lavoro della Curia Romana, a cui dobbiamo tanta riconoscenza per il suo validissimo aiuto, e di cui, come i vescovi nelle loro diocesi, così anche noi abbiamo permanentemente bisogno per le nostre sollecitudini apostoliche. Notizie e norme saranno quanto prima portate a conoscenza di questa assemblea. Noi non abbiamo voluto privarci dell'onore e del piacere di farvi questa succinta comunicazione per attestarvi ancora una volta personalmente la nostra fiducia, la nostra stima e la nostra fraternità. Mettiamo sotto la protezione di Maria Santissima questa bella e promettente novità".
 
Il giorno seguente, la mattina del 15 settembre 1965, all'inizio della 128ª Congregazione generale, l’arcivescovo Pericle Felici, Segretario Generale del Concilio, annunziò la promulgazione del Motu Proprio Apostolica sollicitudo, con il quale veniva ufficialmente istituito il Sinodo. La sua istituzione è avvenuta nel contesto del Concilio Vaticano II che, con la Costituzione Dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), si era ampiamente concentrato sulla dottrina dell’episcopato, sollecitando un maggior coinvolgimento dei Vescovi cum et sub Petro nelle questioni che interessano la Chiesa universale. Per amore di cronaca è da dire che sia a Giovanni Paolo II, sia a Benedetto XVI alcuni tra i più grandi teologi ed ecclesiologi fu presentato un progetto per un Sinodo permanente che fosse accanto al Vescovo di Roma, per accompagnarlo nel suo ministero petrino di sollecitudine per tutte le Chiese.
 
Il Santo Padre Francesco nel discorso di commemorazione per i 50 anni dell'istituzione del Sinodo dei Vescovi nel 2015, aveva affermato che “il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. La sinodalità offre “la cornice interpretativa più adeguata per comprendere il ministero gerarchico. Se capiamo che Chiesa e Sinodo sono sinonimi, capiamo pure che al suo interno nessuno può essere “elevato” al di sopra degli altri. Al contrario è necessario che qualcuno “si abbassi” per mettersi al servizio dei fratelli. Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la roccia. Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri” perché, secondo il significato della parola, sono i più piccoli tra tutti”.
 
La sinodalità è dunque un passato che ha ancora molto futuro da scoprire per non essere più confusa con un qualcosa che riguarda solo le riunioni di cardinali e vescovi in Vaticano o la loro versione "ridotta", le convocazioni all’interno delle diocesi. Sinodalità, secondo papa Francesco, vuol dire che “tutti i battezzati devono essere coinvolti, essere attori e non spettatori come a teatro, tutti protagonisti ciascuno nel suo ruolo”.
 
Nella intenzione di Papa Francesco la sinodalità è ciò che Dio si aspetta da noi in questo secolo, anche se è più facile parlare di sinodalità che metterla in pratica ed esercitarla. La sinodalità è indubbiamente una dimensione costitutiva della Chiesa e questo aspetto abbraccia tutta la Chiesa nella comunione, nella partecipazione e nella missione. Per cui il termine sinodale include ed esprime la soggettività di tutti i battezzati: il principio e fondamento della sinodalità è il battesimo. Ecco perché il Sinodo ha un concetto assai più ampio di collegialità che concerne l'intero episcopato, ossia il collegio dove il Papa, come Successore di Pietro, è il capo.
 
Ma la sinodalità coinvolge tutti i battezzati che, come tali, sono protagonisti e corresponsabili, secondo i doni e i carismi di ciascuno. La sinodalità è una dimensione costitutiva della Chiesa ed è l’annuncio di presentare al mondo un'umanità rinnovata e salvata in Cristo nella libertà e nell'amore.
 
Il pensiero di Papa Francesco si riannoda a quello di San Giovanni Crisostomo che affermò che Chiesa e Sinodo sono sinonimi, in quanto tutti i battezzati camminano insieme.
Per approfondirlo anche con un vero apparato teologico, Papa Francesco affidò alla Commissione Teologica Internazionale il mandato di studiare e riflettere la tematica del sinodo e nel 2018 fu pubblicato un documento di estremo interesse.
 

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