Preti depressi e stressati?
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Non è un argomento facile da affrontare. Ma è importante: e molto. Parecchi amici di Umanesimo Cristiano mi hanno chiesto di tornare sul tema dopo il grido non udito, fatto di silenzio assordante di don Matteo Balzano, che ha scosso la Chiesa italiana e non solo. La sua morte ha lasciato un vuoto nella comunità dove ha operato, ma sfida anche la Comunità Ecclesiale.
Si fa insistente l’idea della solitudine e della depressione dei preti quasi come logica conseguenza. Ho amici preti in differenti Nazioni che mi hanno espresso la loro solidarietà, la loro vicinanza, e assicurata la loro preghiera di suffragio per l’anima di don Matteo.
La salute mentale dei sacerdoti rimane un terreno inesplorato, spesso avvolto in silenzi. Ma non deve essere un tabù; è una necessità pastorale. Proprio come ci si deve preoccupare della loro formazione intellettuale e della loro testimonianza morale, è anche essenziale garantire il loro benessere spirituale, emotivo e psicologico. E questa attenzione deve essere comunitaria, fraterna e strutturale.
Vorrei apportare un modesto contributo che prende le distanze dalla presunta crisi depressiva dei preti, soprattutto facendola dipendere dalla solitudine. Sono io pure sacerdote e psicanalista e tuttavia, mai potrò condividere la diagnosi secondo cui in generale i preti siano “soli” e depressi.
Ho avuto e ho in trattamento psicoterapeutico dei sacerdoti, ma classificare 1 prete su 3 come depresso e stressato è semplicemente non vero. Vero, invece, che vi siano preti stressati e depressi come tutte le persone di questo mondo!
Qualche collega parla di burnout, ossia la sindrome da esaurimento professionale. È una condizione da stress cronico legato al lavoro, che si manifesta con esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta efficacia personale. È la sindrome del cireneo, quella di chi porta la croce degli altri sul proprio calvario.
Anche i sacerdoti sono umani: si stancano anche loro; sono angosciati anche loro. Possono anche essere affaticati. E sì, possono anche perdere la speranza. Non ho alcuna difficoltà a considerare in teoria e in pratica la solitudine del prete, la affettività del prete, il senso di scoraggiamento che a volte prende il sacerdote di fronte agli scarsi esiti pastorali. Ma sostenere che tutto questo, genericamente, produca depressione e stress non posso condividerlo.
Conosco preti immersi nelle sfide che si presentano alla vita dei sacerdoti in cura d’anime. Ma quasi sempre sono edificato dalla loro generosità, dalla loro armonia interiore, dall’abbandono adulto, maturo e niente affatto rassegnato alla volontà di Dio. In genere i preti sono innamorati del loro ministero, convinti che è il Signore il vero Padrone della vigna, persuasi che quando hanno fatto il loro dovere sanno pronunciare lentamente e in modo convinto “servi inutilies sumus”.
I preti in genere alimentano il proprio zelo pastorale con quella intimità divina che attingono nella preghiera cordiale, fiduciosa, di lode e di benedizione, di azione di grazie memori di quando ricordava Isaia Profeta: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40,31).
Credo sia onesto anticipare una annotazione previa: spesso molte situazione di disagio che turbano la vita del prete hanno origini da una precaria vita spirituale e dalla fatica del credere. Quando un sacerdote riduce al minimo la vita di preghiera qualcosa scricchiola inesorabilmente. E, come scriveva Romano Guardini, “quando il sacro viene meno, non resta che la tecnica o l’ideologia”.
È di fondamentale importanza che il sacerdote mantenga un rapporto confidenziale e familiare con Cristo, nutrito dalla Parola, dalla preghiera quotidiana e dalla celebrazione dei sacramenti.
Solo chi vive in amicizia con Cristo e si impregna del suo Spirito può affrontare con lui le fatiche del ministero. E ciò richiede un ascolto profondo, una meditazione e una vita interiore ricca e ordinata.
Intendo così sottolineare l'importanza della vita spirituale del sacerdote, magari sostenuta da un buon amico prete, dal direttore spirituale, da un buon confessore.
(Ma domando: i preti hanno ancora un buon direttore spirituale e un confessore stabile?)
Ma torniamo ai motivi che inducono stanchezza e stress nella quotidianità del sacerdote.
La prima sfida è che il prete è una persona sola. Si potrebbe dire: ma questo lo si sa fin da quando uno sceglie di fare il prete. E ci sta!
Ma se vi è l’aspetto reale e amaro del vivere da solo, questa stessa solitudine riserva un sapore bello e positivo. Chi ha incontrato Gesù e lo ha seguito non avverte tanto l’assenza degli uomini, quanto la presenza di Dio che rapisce con la luce del Suo Volto. In questo senso la solitudine del prete è abitata da Gesù: Lui, che l’ha vissuta, ripete “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”.
Altro motivo di stanchezza e stress nella vita del sacerdote è dato dal senso di scoraggiamento che a volte prende di fronte agli scarsi risultati pastorali. Ma che mai mi sentirei di definire con il termine di “ansia da prestazione”. Certo: anche il prete …. è un uomo e certamente l’aspetto umano del ministero pastorale incide sulla stanchezza e sull’oppressione allorquando non si riscontrano risultati immediati. È facile dire: i tempi di Dio non sono i tempi nostri!
Ma l’umanità reclama buon esito e quando sembra di battere l’aria, di faticare invano allora monta la stanchezza e il peso sembra essere troppo grande. La routine quotidiana può finire per soffocare anche le migliori intenzioni. E la tristezza potrebbe pervadere la vita di molti sacerdoti. Ma anche in questo caso Gesù ripete: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’” (Mc 6,31).
Un terzo motivo di stanchezza e oppressione nella vita del prete è causato proprio dalla gente a cui il sacerdote è inviato. Sempre più spesso – purtroppo – il sacerdote è considerato con un funzionario e la parrocchia come una stazione di servizio. L’importante è che il prete ci sia e distribuisca i servizi che gli si chiedono: messe, funerali, matrimoni, battesimi; il tutto possibilmente come da richiesta più per soddisfare i bisogni dell’apparenza che quelli della fede. La comunità è chiamata a stare vicino ai suoi sacerdoti. Non trattarli come funzionari o superuomini.
Occorre prendersi cura dei nostri pastori, offrendo loro serenità e facendoli sentire davvero familiari. Nelle parrocchie i laici possono essere attenti, fraterni e vigili: invitando i loro sacerdoti a casa, offrendo loro un momento di relax e rendendosi disponibili ad ascoltarli. Molte famiglie cattoliche si preoccupano per i loro sacerdoti, ma è anche importante che il sacerdote si lasci aiutare e sia disposto a condividere i momenti difficili. In fin dei conti la parrocchia è “famiglia di famiglie”! È bello chiedere loro come stanno; offrire loro una conversazione, una sincera amicizia. Perché un prete senza legami reali e senza affetto sano rischia di sentirsi isolato.
La soluzione a cui a volte il sacerdote ricorre è quella di unirsi a un movimento, o persino immergersi in Internet: ma in tutti questi casi, la mancanza di comunicazione si acuisce.
Un quarto motivo di stanchezza e oppressione nella vita del prete è la stessa comunione col vescovo e con il presbiterio. Alcuni atteggiamenti di facciata di chi dovrebbe essere padre, fratello e amico creano sofferenza e spesso isolamento. Ed è triste che proprio i vescovi non comprendano di aver bisogno dell’amore dei propri sacerdoti, senza dei quali potrebbero fare quasi nulla per la crescita del popolo nella fede e nell’amore di Dio.
Un Vescovo che “comanda”, che “sposta” preti da una parrocchia all’altra, che cerca di avere tutte le parrocchie coperte, continuando ad aggiungere altre parrocchie alle parrocchie precedenti sovra caricando le spalle del povero prete di responsabilità che lui avverte acute e profonde, vuol dire rischiare. Non tutti i soggetti riescono a dire: “faccio meglio che posso!”. Qualcuno si sente veramente schiacciato… Il problema è e sarà sempre più serio: ma attenzione e non esagerare!
Per lo meno Vescovi e confratelli dovrebbero tutti aiutarsi, sostenersi, gareggiare nello stimarsi a vicenda - come ricorda Paolo ai Romani - cercare di comprendere, valorizzare il bene che c’è in ognuno. All’interno del presbiterio è importante rafforzare una cultura di fraternità e di sostegno reciproco. Che i sacerdoti si sentano incoraggiati a parlare tra loro, a non mascherare la stanchezza, a cercare aiuto senza paura di giudizio o incomprensione. Accompagnare i sacerdoti è un compito prioritario per i vescovi.
Opportune, poi le fraternità sacerdotali e la sensibilizzazione del Popolo di Dio alla solidarietà dei propri sacerdoti. Ma se non ci dovesse arrivare il Vescovo, il sacerdote non dimentichi mai di prendersi cura della salute fisica, di dormire bene, di prendersi delle pause, di andare dal medico. Il riposo, il tempo libero e la riscoperta interiore sono fondamentali per chiunque possa prendersi una vacanza. Un sacerdote che sa riposare e staccare la spina è un sacerdote che sarà più impegnato nella sua comunità e nel popolo di Dio.Tutto ciò fa parte della spiritualità. Fa anche parte del ministero ed esprime fedeltà alla vocazione ricevuta.
Gesù ha chiesto: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (13,35).
Infine, la grande sfida degli affetti. Non v’è dubbio che questo appare essere un campo minato soprattutto alla luce di taluni soggettivi casi di autentica patologia come la pedofilia. Ma non ci sto a definire il prete in genere come soggetto depresso e stressato affettivamente. Vi sono rischi e atteggiamenti soggettivamente sbagliati, azioni soggettivamente mostruose; un solo caso di pedofilia è inaccettabile soprattutto se compiuto da un sacerdote. È vero che la formazione umana dei seminaristi e del prete ha lasciato a desiderare.
Una preoccupazione: sulla base della mia esperienza analitica trepido per i preti giovani. Il giovane clero condivide i rischi con una generazione la cui salute mentale è più fragile, la formazione seminaristica è spesso complessa e inadeguata. Dovrebbe concentrarsi sempre di più sulla vita reale di ciò che attenderà i nuovi sacerdoti. Senza fatalismo, ma con chiarezza. Inoltre, l’affidarsi a una buona guida crea spesso disagio, e le identità ideologiche sono tanto polarizzanti quanto fragili.
Molti dei giovani sacerdoti sono nativi digitali, nati con internet e cellulare in tasca; ma non sono privi di rischi specifici quando si immergono nella rete sociale, tra cui la possibilità di dipendenza, di distrazione dal loro ministero, l'esposizione a contenuti inappropriati.
Ma, in genere, i preti sono entusiasti della loro donazione celibataria e generosi nel viverla quotidianamente pur se con trepidazione. Nessuno nasconde la difficoltà di vivere casti in un mondo che banalizza la castità; ma il prete sa essere tanto umano e insieme tanto vero da vivere consapevolmente la propria appartenenza esclusiva a Gesù.
Ci potranno essere cadute e riprese, ma i nostri sacerdoti sono fieri e felici della loro alleanza esclusiva con Cristo, Sommo Sacerdote. Gesù viene incontro amando per primo e aiuta ad amare gli altri con verità e libertà. E il sacerdote sa di donargli tempo e cuore e ottenere un cuore grande capace di amare.
Non metto in discussione che vi siano difficoltà anche ardue nella vita dei sacerdoti. Conosco molti sacerdoti che stanno percorrendo il cammino della vita o che lo hanno già fatto, non senza le difficoltà della vita, ma che, contro ogni previsione, sono rimasti sul cammino originale, crescendo, condividendo e integrando le esperienze.
Ci potranno essere cadute e riprese, ma i nostri sacerdoti sono fieri e felici della loro alleanza esclusiva con Cristo, Sommo Sacerdote. Gesù viene incontro amando per primo e aiuta ad amare gli altri con verità e libertà. E il sacerdote sa di donargli tempo e cuore e ottenere un cuore grande capace di amare.
Non metto in discussione che vi siano difficoltà anche ardue nella vita dei sacerdoti. Conosco molti sacerdoti che stanno percorrendo il cammino della vita o che lo hanno già fatto, non senza le difficoltà della vita, ma che, contro ogni previsione, sono rimasti sul cammino originale, crescendo, condividendo e integrando le esperienze.
Non disconosco l’ausilio della psicologia e della psicoterapia: negherei il mio servizio di diagnosi, di sostegno e di terapia. Sono convinto assertore che la presenza dello psicologo deve essere presente nell’iter formativo dei candidati al sacerdozio. Ma ribadisco solo che l’affermazione che i presbiteri soffrano di depressione e di stress non è sostenibile; è anzi ingenerosa e fuorviante.
Il fatto che qualche sacerdote sia schiacciato, depresso e stressato dalle sfide del ministero pastorale è un fatto non di “categoria”, ma personale. Come lo è per singoli soggetti di altre differenti categorie di appartenenza.
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