La fede professata
nel Catechismo della Chiesa Cattolica
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Nel Catechismo della Chiesa Cattolica l'esposizione sulla fede inizia con un capitolo che, citando il Vaticano II (GS 19), presenta l'uomo come « capace di Dio ». Questa capacità si manifesta nel « desiderio di Dio inscritto nel cuore dell'uomo » ed è segno della sua « vocazione a una comunione con Dio ». Riferimento viene fatto al discorso di Paolo all'areopago di Atene: Dio ha fatto abitare gli uomini sulla terra «perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: poiché di lui stirpe noi siamo» (At 17,27-28). Le diverse religioni umane, pur comportando delle ambiguità e degli errori, esprimono una ricerca di Dio e mostrano che l'uomo è un essere religioso. In tale ricerca egli può scoprire delle « vie », delle «prove», cioè delle « ragioni convergenti e convincenti » per accedere alla conoscenza di Dio come causa prima e fine di tutto. Tuttavia il testo evoca il fatto che l'uomo può « dimenticare, misconoscere oppure esplicitamente rifiutare il suo legame intimo e vitale con Dio ». Ma Dio non cessa di chiamare ogni uomo alla vera vita e felicità (cf CCC 27-35).
Queste considerazioni sulla vocazione dell'uomo sono presentate come accessibili alla ragione stessa applicata rettamente a una riflessione sul mondo, sull'uomo e la sua storia. Del resto sono oggetto nell'umanità di un dibattito plurisecolare. Ma esse sono confermate dalla Rivelazione divina stessa e quindi come tali insegnate dalla Chiesa. Il Catechismo riprende in proposito la dottrina definita dal Concilio Vaticano I (DS 3004, 3026), riassunta poi da Pio XII (Humani generis DS 3875) e dal Vaticano II (DV 3, 6), circa la naturale capacità della ragione umana di conoscere Dio a partire dalle cose del mondo.
Una tale insistenza del magistero della Chiesa su questa dottrina nei tempi moderni è segno della sua capitale importanza. Ed eccone il motivo dichiarato dal nostro Catechismo: «senza questa capacità (naturale di conoscere Dio), l'uomo non potrebbe accogliere la Rivelazione di Dio » (36).
Infatti, dopo l'esposizione su questa capacità, il Catechismo introduce il fatto della Rivelazione divina con questi termini: « L'uomo ha facoltà che lo rendono capace di conoscere l'esistenza di un Dio personale. Ma perché l'uomo possa entrare nella sua intimità, Dio ha voluto rivelarsi all'uomo e donargli la grazia di poter accogliere questa Rivelazione con la fede» (35). In altre parole, sebbene la ragione umana possa andare fino all'affermazione di un Dio personale, questa conoscenza a partire dalle cose del mondo non può raggiungere l'essere proprio ed intimo di Dio e il segreto dei suoi disegni sull'uomo; essa non penetra «le profondità di Dio» (cf 1 Cor 2,10-12). Ma Dio ha voluto gratuitamente comunicarsi all'uomo, rivelargli la propria eterna vita e il suo disegno di salvezza, esprimergli la sua verità in parole umane mediante i profeti, Cristo e i suoi Apostoli. Onde la necessaria conclusione del Catechismo: se la mente umana, per sua natura, non fosse capace di conoscere Dio, se non potesse enunciare alcuna verità su di lui, se nessun concetto e nessuna parola dell'uomo si applicasse validamente all'Essere divino, allora Dio non potrebbe farsi conoscere all'uomo, perché non troverebbe in esso nessun mezzo per la sua comunicazione. Occorrerebbe allora o negare ogni rivelazione divina, o alterare radicalmente l'essenza della tradizione della Chiesa, ad esempio ridurla al fenomeno immanente di un cosiddetto senso del divino. Ma allora non ci sarebbe incontro e dialogo vero del Dio vivente con l'uomo.
Inoltre, aggiunge il Catechismo (39), « nel sostenere la capacità della ragione umana di conoscere Dio, la Chiesa esprime la sua fiducia nella possibilità di parlare di Dio a tutti e con tutti gli uomini. Questa convinzione sta alla base del suo dialogo con le altre religioni, con la filosofia e le scienze, come pure con i non-credenti e gli atei ». E a questo punto viene delineato l'essenziale dì una riflessione sulla portata della conoscenza umana vera, ma limitata, di Dio e sul linguaggio che la esprime (41-43). Fondate nella somiglianza analogica tra le creature e il loro Creatore, le nostre designazioni di Dio lo raggiungono, sì, ma senza poter esprimere il suo proprio modo di essere e quindi vanno sempre fatte congiungendo l'affermazione del loro contenuto positivo e la negazione dei limiti creaturali di questo.
Se mi sono soffermato su questo primo capitolo della prima parte del Catechismo, è a motivo della capitale importanza della dottrina ivi esposta circa il presupposto necessario della Rivelazione e della fede, presupposto costantemente sottomesso a critica nell'ambiente culturale della modernità. Questo presupposto è la capacità dell'uomo di conoscere l'essere stesso delle cose che lo conduce all'affermazione dell'Essere che tutto ha creato e sostiene nell'esistenza. Ne ha sottolineato l'importanza Paolo VI che, evocando nel prologo della sua solenne Professione di fede « l'inquietudine che agita alcuni ambienti moderni in relazione alla fede », dichiarava: « A tale proposito occorre ricordare che, al di là del dato osservabile, scientificamente verificato, l'intelligenza dataci da Dio raggiunge ciò che è (id quod est) e non soltanto l'espressione soggettiva delle strutture e della evoluzione della coscienza[i] ». Pertanto, resa dalla Rivelazione divina certa della apertura verso Dio della mente umana, che già attestavano le concezioni più pure e nobili delle filosofie e delle religioni, la Chiesa, pur consapevole di tutto ciò che tende ad oscurarla nel nostro mondo, continua tuttora ad affermarla e in particolare all'inizio del suo nuovo Catechismo.
Nel capitolo secondo, intitolato Dio che incontra l'uomo, si espone in tre articoli che cosa è la Rivelazione divina e come essa si trasmette pura ed integra lungo la storia nella viva Tradizione apostolica e nella Sacra Scrittura, con l'assistenza dello Spirito Santo al magistero autentico della Chiesa. In questa trattazione, come pure nella seconda parte, in quella sulla Chiesa, il Catechismo meriterebbe particolarmente l'appellativo di Catechismo del Concilio Vaticano II Infatti ne riassume la dottrina della Costituzione Dei Verbum, citandone i passi essenziali. Apporta tuttavia degli sviluppi, ad esempio una più ampia descrizione delle tappe della Rivelazione dalle origini fino a Cristo, dove trova il suo posto l'Alleanza con Noè dopo il diluvio, la quale « esprime il principio dell'economia divina verso le nazioni », che « resta in vigore durante tutto il tempo delle nazioni (LG 21,24) fino alla proclamazione universale del vangelo » (56-58).
Segue poi il capitolo terzo sulla fede stessa, come « risposta dell'uomo » a Dio che si rivela a lui. Essa è in primo luogo descritta come una obbedienza, una sottomissione totale e libera alla parola di Dio ascoltata. Di tale obbedienza, i concreti modelli sono Abramo, « padre di tutti i credenti » e la Vergine Maria, Madre del Verbo di Dio Incarnato.
La fede è adesione personale e libera a Dio nell'assenso a tutta la verità da lui rivelata. Per il cristiano, credere in Dio è inseparabilmente credere in colui che Egli ci ha inviato e che ha pienamente rivelato, suo Figlio Gesù Cristo, ed è credere nello Spirito Santo che ci conduce alla verità di Cristo (cf 142-152). Questa adesione è pura grazia di Dio che solo può rendere l'uomo partecipe della verità divina stessa. Ma il credere è tuttavia un atto umano di cui si ha un'analogia nelle relazioni interpersonali (153-154). Inoltre, il Catechismo riprende la dottrina del Vaticano I sul carattere ragionevole che la percezione dei segni esterni della Rivelazione divina da alla fede, e sui rapporti tra intelligenza e fede (156-159).
Non posso fare che un sunto incompleto di quanto dice il Catechismo sulla fede ma, volendo sottolineare alcuni elementi più caratteristici, rilevo nel capitolo terzo, (150), l'affermazione forte della dimensione comunitaria o ecclesiale della fede. « La fede è innanzitutto una adesione personale dell'uomo a Dio; al tempo stesso ed inseparabilmente, è l'assenso libero a tutta la verità che Dio ha rivelato ». Ma la fede non è un atto isolato, la parola di Dio a cui crediamo è stata affidata alla Chiesa fondata sugli Apostoli e dalla Chiesa ci è trasmessa. Perciò la parola « credo » nel Simbolo degli Apostoli significa la fede della Chiesa professata personalmente da ciascun credente, particolarmente al momento del suo Battesimo, e la parola « noi crediamo » nel testo greco del Simbolo niceno-constanti-nopolitano significa la fede della Chiesa professata dai vescovi radunati in concilio o, più comunemente, dall'assemblea liturgica dei credenti... « È innanzitutto la Chiesa che crede e così regge, nutre e sostiene la mia fede... La salvezza viene solo da Dio, ma poiché riceviamo la vita della fede mediante la Chiesa, essa è nostra madre... Poiché è nostra madre, è anche l'educatri-ce della nostra fede » (cf 166-169).
Qui è inserito un paragrafo (170) circa il « linguaggio » con il quale la fede comune si esprime nella Chiesa, ed è degno di esser notato il senso, dato in maniera semplice, di una frase della Summa di Tommaso assai spesso citata abusivamente per svalutare o relativizzare le formulazioni dogmatiche della fede: « Actus fidei non terminatur ad enunciabile sed ad rem: l'atto della fede non si ferma all'enunciato ma alla realtà» (S. Th, II-II, q.l,a.2). Ed ecco l'interpretazione del Catechismo: «Noi non crediamo in alcune formule, ma nelle realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di "toccare"... Tuttavia queste realtà, noi le raggiungiamo mediante le formulazioni della fede ». Come in ogni conoscenza umana, la mente del credente non può raggiungere e tenere la realtà del suo oggetto se non in un enunciato esprimente un giudizio vero su di essa.
In questi passi come nella finale affermazione, mediante splendide parole di sant'Ireneo, dell'unità ed unicità della fede della Chiesa (172-175), possiamo accorgerci che tende a prevalere il significato oggettivo della parola «fede»: la fede della Chiesa che unisce i credenti è ciò che Dio ha rivelato ed è professato dalla Chiesa. Così si ha una transizione verso la seguente sezione sulla fede in quanto professata. Rimane però presente il polo soggettivo della fede: la Chiesa infatti, animata, unita e guidata dallo Spirito Santo, è costituita misteriosamente soggetto, Sposa di Cristo, che accoglie, crede, custodisce e proclama dappertutto la Parola del suo Signore, «con voce unanime, quasi come se avesse una sola bocca » (sant'Ireneo).