Ho fatto il presepio
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Io amo il Natale. Amo il Natale perché con il Mistero della Incarnazione ha avuto inizio la mia salvezza! Verbum caro factun est.
A Roma c’è una bella e suggestiva tradizione: i pastori d’Abruzzo scendono per le vie dell’Urbe con le loro cioce ai piedi, il mantello, il cappello a larghe tese da pastore, le loro zampogne e suonano le antiche melodie natalizie.
Tutto questo mi affascina più che osservare le vetrine colorate e illuminate. Sebbene la tradizione delle luci derivi dal senso vero e teologico di fare festa e accogliere Gesù, che è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
Il Verbo che si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo.
Tutto questo mi affascina più che osservare le vetrine colorate e illuminate. Sebbene la tradizione delle luci derivi dal senso vero e teologico di fare festa e accogliere Gesù, che è «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
Il Verbo che si è incarnato nel grembo della Vergine Maria e si è fatto uomo.
E, anche se, a causa delle circostanze della vita, a volte, è difficile godersi la felicità di questi giorni, alla fine torno all'infanzia e riesco a commuovermi e a estasiarmi: e per conto mio, a voce spiegata, canto Adeste Fideles ... Stille Nacht ... O Tannenbaum! Insomma: robe da quattro lacrimucce liberatrici.
Quello che mi piace di più in questi giorni sono le tradizioni.
La migliore di tutti è quella del presepio.
Ai miei tempi (lo posso ben dire!) si arrivava in fervida attesa fin proprio alla vigilia.
Solo nella notte di Natale, tra il 24 e 25 dicembre, dopo che noi bimbi ci eravamo addormentati, la mia mamma preparava l’albero di Natale e il presepio.
Al risveglio eravamo basiti e folgorati dallo scintillio delle candeline di cera accese (non c’erano le luminarie a intermittenza) e dai poveri doni posti attorno al presepio.
La migliore di tutti è quella del presepio.
Ai miei tempi (lo posso ben dire!) si arrivava in fervida attesa fin proprio alla vigilia.
Solo nella notte di Natale, tra il 24 e 25 dicembre, dopo che noi bimbi ci eravamo addormentati, la mia mamma preparava l’albero di Natale e il presepio.
Al risveglio eravamo basiti e folgorati dallo scintillio delle candeline di cera accese (non c’erano le luminarie a intermittenza) e dai poveri doni posti attorno al presepio.
Chiedo un po' della vostra attenzione: fare il presepio non è semplicemente porre un segno natalizio più o meno nostalgico. È un vero e proprio atto di fede! (dovrebbe esserlo). Un atto con cui riusciamo a mantenere vivo lo spirito dei momenti iniziali di una bella Storia della Salvezza: quella che Gesù ci ha offerto con la sua nascita.
Il presepe è segno significante di un significato profondo: esso, infatti, esprime in maniera plastica il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.
Oggi il presepe è presente in una moltitudine di case cristiane, rendendo così il Natale il tempo liturgico più amabile.
Assistiamo, tuttavia, ad alcuni tentativi, a vari livelli, che vorrebbero spogliare questi giorni di Natale del loro essenziale contenuto religioso. Si direbbe che sia destinato a privarlo della sua anima e a trasformarli, senza ulteriori indugi, in alcuni giorni di feste, vacanze, privati del significato originario che dà loro “senso e contenuto”. C'è chi rappreenta Gesù BambinA (!), e chi priva i tradizionali canti di Natale da ogni riferimenti a Gesù Cristo. In questo modo le raltà significate perderebbero la loro ragion d'essere, sarebbero “annacquate” nel senso più letterale del termine: sarebbero “incolori, inodori, insipide e trasparenti”, per via di più pubblicità di colori e luci che illuminare le nostre strade e grazie alla musica più neutra con cui si vuole illuminare le nostre vite.
Per noi “allestire il presepe” deve essere un atto di fede nell'Incarnazione e un ringraziamento a Dio per averci inviato Gesù, Salvatore del mondo. Il presepe per un cristiano diventa, allora, invito alla memoria, espressione della commozione, dello stupore davanti ad un mistero quasi impossibile a comprendersi: Dio «si abbassa» verso la vita dell’uomo e ne sceglie le fragilità. Il Presepe, infatti, può aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi l’abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: «Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12).
Piccolo o grande, semplice o elaborato, il presepe costituisce una familiare e quanto mai espressiva rappresentazione del Natale. È un elemento della nostra cultura e dell’arte, ma soprattutto un segno di fede in Dio, che a Betlemme è venuto «ad abitare in mezzo a noi».
Ma, quando ci accingiamo a realizzare il presepio sappiamo davvero il simbolismo che racchiude ciascuna delle scene del presepe? Riscopriamo, allora, insieme, la magia del vero Natale.
Il presepe è segno significante di un significato profondo: esso, infatti, esprime in maniera plastica il Mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio.
Oggi il presepe è presente in una moltitudine di case cristiane, rendendo così il Natale il tempo liturgico più amabile.
Assistiamo, tuttavia, ad alcuni tentativi, a vari livelli, che vorrebbero spogliare questi giorni di Natale del loro essenziale contenuto religioso. Si direbbe che sia destinato a privarlo della sua anima e a trasformarli, senza ulteriori indugi, in alcuni giorni di feste, vacanze, privati del significato originario che dà loro “senso e contenuto”. C'è chi rappreenta Gesù BambinA (!), e chi priva i tradizionali canti di Natale da ogni riferimenti a Gesù Cristo. In questo modo le raltà significate perderebbero la loro ragion d'essere, sarebbero “annacquate” nel senso più letterale del termine: sarebbero “incolori, inodori, insipide e trasparenti”, per via di più pubblicità di colori e luci che illuminare le nostre strade e grazie alla musica più neutra con cui si vuole illuminare le nostre vite.
Per noi “allestire il presepe” deve essere un atto di fede nell'Incarnazione e un ringraziamento a Dio per averci inviato Gesù, Salvatore del mondo. Il presepe per un cristiano diventa, allora, invito alla memoria, espressione della commozione, dello stupore davanti ad un mistero quasi impossibile a comprendersi: Dio «si abbassa» verso la vita dell’uomo e ne sceglie le fragilità. Il Presepe, infatti, può aiutarci a capire il segreto del vero Natale, perché parla dell’umiltà e della bontà misericordiosa di Cristo, il quale «da ricco che era, si è fatto povero» (2 Cor 8,9) per noi. La sua povertà arricchisce chi l’abbraccia e il Natale reca gioia e pace a coloro che, come i pastori a Betlemme, accolgono le parole dell’angelo: «Questo per voi il segno: un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,12).
Piccolo o grande, semplice o elaborato, il presepe costituisce una familiare e quanto mai espressiva rappresentazione del Natale. È un elemento della nostra cultura e dell’arte, ma soprattutto un segno di fede in Dio, che a Betlemme è venuto «ad abitare in mezzo a noi».
Ma, quando ci accingiamo a realizzare il presepio sappiamo davvero il simbolismo che racchiude ciascuna delle scene del presepe? Riscopriamo, allora, insieme, la magia del vero Natale.
La scena della Natività
Il Figlio di Dio, nonostante la sua grandezza, è venuto al mondo in mezzo alla povertà assoluta, nel silenzio e nella solitudine della campagna. Maria e Giuseppe erano arrivati tardi a Betlemme per il censimento di tutto l'impero ordinato dall’Imperatore Romano Cesare Augusto (cfr. Lc 2,1) anche a causa delle condizioni di Maria della quale si stavano compiendo i giorni del parto. Fu così che, non trovando posto in nessun albergo, dovettero riparare in una grotta campestre (cfr. Lc 2.7).
La celebrazione del Natale è un invito a lasciarci trasformare da Dio stesso fatto carne. In questo Bambino, Dio è diventato così vicino a ciascuno di noi che possiamo “dargli del Tu” ed esprimere un sentimento di profondo affetto e tenerezza con Lui, come facciamo quando incontriamo un neonato.
La celebrazione del Natale è un invito a lasciarci trasformare da Dio stesso fatto carne. In questo Bambino, Dio è diventato così vicino a ciascuno di noi che possiamo “dargli del Tu” ed esprimere un sentimento di profondo affetto e tenerezza con Lui, come facciamo quando incontriamo un neonato.
L'annuncio dell'Angelo ai pastori
Nelle campagne di Betlemme «c'erano dei pastori che stavano nei campi e di notte facevano la guardia al loro gregge» (cfr. Lc 2,8). Nel mezzo del buio della notte, la luce li illuminò e ricevettero la grande notizia tramite un angelo: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc 2,11-12). Dopo il timore iniziale, i pastori ascoltarono le parole del loro messaggero. Un coro celestiale cantò l’augurio di pace tra gli uomini. «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14). I pastori capirono così che il Messia tanto atteso era lì, tra loro.
E noi: avvertiamo lo stesso bisogno di un Salvatore?
La stella
Ogni presepe ha la sua stella: quella che ha guidato i Magi dall'Oriente alla grotta per adorare il Dio fatto Bambino. «Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia» (Mt 1,10-11).
La stella illumina tutti "nella notte oscura dell'anima", come diceva San Giovanni della Croce. La sua presenza nel presepe è fondamentale: questa stella celeste rappresenta la fede che guida la vita di ogni cristiano. Annuncia la Buona Novella e ci libera dalle tenebre, conducendoci alla luce più potente: la luce di Gesù.
I Re Magi
Non solo le persone semplici volevano adorare Dio, ma anche i potenti rappresentanti delle grandi nazioni volevano prostrarsi davanti a Gesù nella mangiatoia. Guidati dalla stella, partirono da terre lontane verso Betlemme. «Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo» (Mt 2,1-2).
A loro non importava della distanza, o di quanto fosse faticoso il viaggio: volevano rendere omaggio al Re dei Re.
Questi personaggi non sono gli ultimi, ma i primi del grande corteo di chi, nel corso dei secoli della storia, ha saputo riconoscere il messaggio della stella, e ha saputo trovare, così, Colui che, apparentemente debole e fragile, ha il potere di dare la gioia più grande al cuore dell'uomo.
Questi personaggi non sono gli ultimi, ma i primi del grande corteo di chi, nel corso dei secoli della storia, ha saputo riconoscere il messaggio della stella, e ha saputo trovare, così, Colui che, apparentemente debole e fragile, ha il potere di dare la gioia più grande al cuore dell'uomo.
Stiamo attenti alla nostra stella di Betlemme, come lo furono i Magi.
I doni dei Magi
La Storia Sacra racconta come i Magi d'Oriente portarono al Dio Bambino tre doni molto particolari. «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt 2,11).
Melchiorre offrì l'oro, segno della regalità del Messia.
Gaspare l'incenso, come simbolo della sua divinità.
E la mirra di Baldassarre? Questo elemento, con il quale venivano solitamente imbalsamati i corpi dei defunti, rappresentò l'umanità di Gesù.
Melchiorre offrì l'oro, segno della regalità del Messia.
Gaspare l'incenso, come simbolo della sua divinità.
E la mirra di Baldassarre? Questo elemento, con il quale venivano solitamente imbalsamati i corpi dei defunti, rappresentò l'umanità di Gesù.
Il castello di Erode
In alcune regioni del nostro Bel Paese, soprattutto al Centro/Sud, è tradizione di collocare nel presepe anche il castello di Erode. Il re Erode rappresenta il male umano: la nostra invidia, il nostro spirito vendicativo, il nostro orgoglio. Erode fu vendicativo e, dopo aver appreso della possibile nascita del Messia, scatenò un massacro di bambini in modo che nessuno potesse minacciare il suo trono o quello dei suoi successori.
«Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s'infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi» (Mt 2,16).
Dio era appena arrivato nel mondo e il mondo stava già organizzando la sua persecuzione.
Dio era appena arrivato nel mondo e il mondo stava già organizzando la sua persecuzione.
I Santi Innocenti che celebreremo il 28 dicembre, sono i primi martiri della Chiesa e onorati fin dai primi secoli, non solo perché hanno dato la vita per Gesù, ma sono stati primizia di tutti coloro che avrebbero versato il loro sangue per Dio e per l'Agnello.
Viene chiesto anche a noi di essere, in un certo senso, martiri. Il martire non è altro che un testimone dell'amore di Dio.
Viene chiesto anche a noi di essere, in un certo senso, martiri. Il martire non è altro che un testimone dell'amore di Dio.
Sapremo noi dare testimonianza della nostra fede con fiera semplicità e convinzione?
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