Francesco l’uomo che ebbe il coraggio di lasciare tutto

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San Francesco d’Assisi, affresco della Cappella di San Gregorio, Monastero di San Benedetto (Sacro Speco), Subiaco.
Maestro di Frate Francesco, ambito romano, XIII secolo, ca. 1228.

L’immagine, priva di aureola e di stimmate, è considerata una delle più antiche raffigurazioni di san Francesco.


 
FRANCESCO
 
Sguardi su un uomo
 
che continua a parlare al nostro tempo
 
 
 Il 4 ottobre 2026 si celebra l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226. Umanesimo Cristiano si unisce virtualmente a tale celebrazione e vuole andare oltre la semplice commemorazione per riscoprire, attraverso alcune meditazioni, l’attualità della testimonianza evangelica del Poverello d’Assisi e il suo messaggio di fraternità, di pace, e cura del creato.
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Francesco aveva quasi tutto ciò che un giovane del suo tempo avrebbe potuto desiderare. Era nato ad Assisi, in una famiglia agiata. Suo padre era un mercante, aveva conosciuto il benessere, la festa, gli amici, i sogni di gloria. Francesco era giovane, pieno di vita, desideroso di essere qualcuno. Non era nato santo e, forse, nemmeno immaginava lontanamente di diventarlo.
 
Aveva davanti a sé una vita che sembrava già tracciata. Eppure, a un certo punto, qualcosa cominciò a cambiare.
 
Non accadde tutto in un giorno. La conversione di Francesco non fu un interruttore acceso all'improvviso, ma un lungo movimento del cuore. Ci furono incontri, inquietudini, silenzi, domande. Ci fu soprattutto il progressivo accorgersi che, ciò che fino ad allora gli era sembrato desiderabile, non riusciva più a colmare la sua ricerca.
 
È forse questo uno dei passaggi più misteriosi della vita: quando ciò che abbiamo desiderato per tanto tempo continua a essere nelle nostre mani, ma non riesce più a darci ciò che cercavamo.
 
Francesco cominciò allora a guardare diversamente la propria esistenza. E insieme alla vita, cominciò a guardare diversamente le cose.
La ricchezza, il prestigio, il successo, l'approvazione degli altri: tutte realtà che fino a quel momento avevano avuto un peso importante, cominciarono lentamente a perdere il loro potere su di lui. Non perché fossero improvvisamente diventate cattive, ma perché Francesco stava scoprendo qualcosa di più profondo: una persona può avere molte cose e, nello stesso tempo, non essere libera.
 
È una scoperta che non riguarda soltanto Francesco.
 
Possiamo possedere una casa, un lavoro, denaro, oggetti, riconoscimenti. Possiamo possedere un ruolo, una reputazione, perfino un'immagine di noi stessi alla quale teniamo moltissimo. Possiamo avere bisogno che gli altri ci vedano in un certo modo e che la nostra vita corrisponda al progetto che ci siamo costruiti.
 
E senza accorgercene, può accadere che non siamo più noi a possedere queste cose. Sono loro a possedere noi.
Forse la libertà comincia proprio quando una persona riesce a domandarsi che cosa, nella sua vita, è diventato indispensabile al punto da non poter più essere lasciato.
 
Francesco lo scoprì attraverso un cammino radicale. Lasciò progressivamente ciò che aveva considerato il proprio futuro, fino a quel gesto che ancora oggi ci appare quasi incomprensibile: davanti al padre e alla gente di Assisi, restituì persino i vestiti che indossava, rinunciando pubblicamente all'eredità e alla sicurezza che gli venivano dalla famiglia.
 
Non fu semplicemente un gesto di povertà. Fu un gesto di libertà.
Francesco stava dicendo, con la sua vita, che non voleva più essere definito da ciò che possedeva.
 
Da quel momento avrebbe cominciato a vivere in un modo nuovo. Non più cercando di avere sempre qualcosa in più, ma imparando a ricevere. Non più costruendo la propria identità sul possesso, ma sull'incontro. Non più chiedendosi quanto avrebbe potuto accumulare, ma che cosa avrebbe potuto donare.
 
Ed è proprio qui che Francesco continua a parlare al nostro tempo.
Noi viviamo in un mondo nel quale il possesso ha assunto forme che Francesco non avrebbe potuto immaginare. Possediamo oggetti che cambiano continuamente, immaginiamo di dover essere sempre aggiornati, inseguiamo esperienze, risultati, riconoscimenti. Anche la nostra immagine può diventare qualcosa da costruire, difendere, esibire. Talvolta sembra che persino la nostra vita debba essere mostrata perché possa sentirsi realmente vissuta.
 
E allora la domanda di Francesco torna a bussare, discreta ma insistente: che cosa ci rende veramente liberi?
Non è una domanda alla quale sia necessario rispondere subito. Forse è una di quelle domande che hanno bisogno di accompagnarci per un po'.
Perché liberarsi non significa necessariamente avere meno. Significa, forse, non essere posseduti da ciò che abbiamo.
 
Una persona può vivere in una casa grande senza essere schiava della casa. Può avere denaro senza essere schiava del denaro. Può avere successo senza aver bisogno del successo per sapere chi è. Può amare profondamente qualcuno senza trasformare quell'amore in possesso. Può desiderare molte cose e, nello stesso tempo, sapere che nessuna di esse può diventare il padrone della propria vita.
 
Francesco non ci consegna una ricetta. Ci consegna una vita.
E una vita, quando è autentica, non smette di farci domande.
Forse per questo il suo cammino continua a inquietare dolcemente il nostro. Perché dietro la sua scelta radicale di povertà non c'è soltanto la storia di un uomo che ha rinunciato a tutto. C'è la storia di un uomo che ha cercato di capire che cosa fosse davvero necessario per vivere.
 
E forse la domanda più difficile non è: che cosa dovrei lasciare?
È un'altra: che cosa non riesco più a lasciare perché ho paura di non sapere chi sono senza di quello?
Francesco, prima ancora di diventare il poverello di Assisi, è stato un uomo che ha avuto il coraggio di attraversare questa domanda.
 
Ha lasciato molte sicurezze, ma non per impoverire la propria vita. Le ha lasciate per scoprire che la vita poteva diventare più grande.
Forse la libertà non consiste nell'avere tutto ciò che desideriamo. Forse comincia quando smettiamo di aver bisogno di tutto ciò che possediamo per sentirci qualcuno.
 
E allora Francesco torna a camminare accanto a noi, senza darci risposte.
Ci guarda.
E ci lascia una domanda, forse semplice e terribile insieme: se domani dovessi lasciare ciò che oggi possiedo, che cosa rimarrebbe di me?
 
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