Francesco e Fratello sole, sorella luna: abitare il mondo senza possederlo
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FRANCESCO
Sguardi su un uomo
che continua a parlare al nostro tempo
Il 4 ottobre 2026 si celebra l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, avvenuta nel 1226. Umanesimo Cristiano si unisce virtualmente a tale celebrazione e vuole andare oltre la semplice commemorazione per riscoprire, attraverso alcune meditazioni, l’attualità della testimonianza evangelica del Poverello d’Assisi e il suo messaggio di fraternità, di pace, e cura del creato.
Quando Francesco d’Assisi guarda il mondo, non vede semplicemente delle cose. Vede creature. E questa potrebbe sembrare una differenza soltanto linguistica, quasi una sfumatura poetica. In realtà dice qualcosa di molto profondo sul modo in cui egli abita la realtà.
Il sole non è soltanto una grande stella che illumina e riscalda la terra; l’acqua non è soltanto una risorsa da utilizzare; il fuoco non è soltanto ciò che serve a riscaldare; la terra non è soltanto uno spazio da coltivare e da possedere. Francesco guarda ciò che lo circonda e riconosce in ogni creatura un dono che non ha prodotto lui, che non gli appartiene in modo assoluto e che, proprio per questo, merita rispetto, gratitudine e cura.
È uno sguardo che nasce dalla fede, ma che contiene una provocazione profondamente umana. Perché il modo con cui guardiamo le cose determina, in larga misura, anche il modo con cui le trattiamo.
Francesco arriva a chiamare il sole «fratello» e la luna «sorella». E non si tratta soltanto di una bella immagine poetica. Dietro quelle parole c’è una convinzione precisa: tutto ciò che esiste appartiene a una storia più grande di noi. Le creature non sono nate da noi e non esistono soltanto per noi. Sono parte di una casa comune che abbiamo ricevuto e nella quale siamo chiamati a vivere.
Una parentela ritrovata
Chiamare fratello il sole e sorella la luna significa riconoscere una parentela. Non una parentela biologica, evidentemente, ma una comune appartenenza al dono della creazione.
Francesco non si mette al centro del mondo per contemplarlo da padrone. Si sente dentro il mondo, parte di una realtà che lo precede e che lo supera. E proprio per questo può guardarla con stupore.
È forse questo uno degli aspetti più affascinanti del suo modo di vivere: Francesco non sembra avere bisogno di possedere ciò che ama. Può gioire della bellezza senza trasformarla in proprietà. Può lasciarsi illuminare dal sole senza pretendere di possederlo. Può ammirare l’acqua, la terra, il cielo, gli animali senza ridurli immediatamente a strumenti al proprio servizio.
Il suo sguardo ci ricorda qualcosa che rischiamo facilmente di dimenticare: non tutto ciò che possiamo usare ci appartiene.
E questa distinzione, oggi, non è affatto secondaria.
Viviamo in una cultura nella quale siamo spesso abituati a misurare le cose attraverso la loro utilità. Ci chiediamo che cosa possiamo farne, quanto possiamo ricavarne, quanto possono servirci, quanto possiamo consumarle. Anche il mondo rischia così di diventare un grande deposito di risorse a nostra disposizione.
Francesco introduce una logica diversa: prima ancora di chiederci che cosa possiamo ottenere da una realtà, impariamo a riconoscerne il valore.
Abitare non significa possedere
Forse qui sta una delle domande più attuali che Francesco può rivolgere al nostro tempo.
Che cosa significa abitare il mondo?
Abitare non è la stessa cosa che possedere. Quando abitiamo una casa, quella casa diventa il luogo nel quale viviamo, cresciamo, incontriamo altre persone, custodiamo ricordi. Non è soltanto uno spazio da sfruttare. E una casa abitata chiede inevitabilmente cura.
Lo stesso può valere per il mondo.
Abitare la terra significa riconoscere che ci è stata affidata. Non siamo chiamati a vivere come se fossimo arrivati per primi e dovessimo lasciare dietro di noi soltanto ciò che abbiamo consumato. Viviamo dentro una storia che ci precede e che continuerà dopo di noi.
Questo cambia lo sguardo.
Se tutto è soltanto mio, posso consumarlo. Se ciò che ho ricevuto è anche affidato alla mia responsabilità, allora devo imparare a custodirlo.
La differenza può sembrare sottile, ma cambia radicalmente il rapporto con la realtà.
Francesco non ci consegna un manuale di comportamento ambientale. Sarebbe troppo facile e, in fondo, anche ingiusto nei suoi confronti trasformarlo in un ecologista del nostro tempo. Francesco è Francesco: è un uomo innamorato di Cristo, che attraverso il Vangelo ha imparato a guardare ogni creatura come parte di un dono più grande.
Ed è proprio per questo che può ancora parlarci.
Perché prima delle nostre strategie e delle nostre regole c’è una questione più profonda: che cosa vediamo quando guardiamo il mondo?
Vediamo soltanto delle risorse oppure vediamo una realtà ricevuta?
Vediamo qualcosa da conquistare oppure una casa da custodire?
Vediamo soltanto ciò che possiamo utilizzare oppure sappiamo ancora fermarci davanti a ciò che semplicemente è bello?
Il Cantico: quando il mondo diventa lode
È qui che il Cantico delle creature acquista tutta la sua forza.
Francesco non si limita a dire che il creato è importante. Lo canta. E nel momento in cui canta, restituisce alle creature una dignità che non dipende dalla loro utilità.
«Laudato si’», dice.
La lode è forse il contrario più radicale del possesso. Chi loda riconosce di aver ricevuto qualcosa che non ha prodotto. Chi loda non pretende di essere il padrone di ciò che contempla. Ringrazia.
E allora il sole può diventare fratello, la luna sorella, l’acqua preziosa, il fuoco bello e utile, la terra madre che sostiene e nutre.
Non perché Francesco confonda il Creatore con le creature, ma proprio perché riconosce nel creato il segno di un dono che rimanda oltre se stesso.
Questa capacità di meravigliarsi è forse una delle prime cose che abbiamo bisogno di ritrovare.
Perché quando smettiamo di meravigliarci, tutto diventa disponibile al consumo. Quando invece impariamo nuovamente a stupirci, nasce anche il desiderio di custodire.
Una domanda per il nostro tempo
Francesco, dunque, non ci chiede soltanto di proteggere il pianeta. Ci chiede, con la sua stessa vita, di interrogarci sul nostro modo di stare dentro la realtà.
Possiamo abitare senza sentirci padroni?
Possiamo utilizzare senza consumare tutto?
Possiamo ricevere senza trasformare immediatamente ogni cosa in possesso?
Possiamo lasciare qualcosa anche a chi verrà dopo di noi?
Sono domande che riguardano certamente il rapporto con la natura, ma non soltanto quello. Riguardano il nostro modo complessivo di vivere. Riguardano il rapporto con le cose, con gli altri, con il tempo e perfino con noi stessi.
Forse è proprio questo il motivo per cui Francesco continua a parlare al nostro tempo.
Non perché abbia anticipato le nostre categorie, ma perché ci conduce oltre le categorie e ci riporta a una domanda essenziale: come stiamo dentro il dono della vita che abbiamo ricevuto?
Il suo insegnamento non nasce dalla paura di perdere qualcosa, ma dalla gratitudine per ciò che ci è stato donato.
E allora il sole torna a essere fratello, la luna sorella, l’acqua una benedizione, la terra una casa.
Il mondo non è più soltanto qualcosa che abbiamo a disposizione.
È qualcosa che ci è stato affidato.
E forse abitare il mondo senza possederlo significa proprio questo: riceverlo con gratitudine, attraversarlo con rispetto e consegnarlo con cura a chi verrà dopo di noi.
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