Dilexit nos Capitolo IV: Amore che dà da bere

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In questo mese di giugno rifettiamo sulla stupenda Enciclica di Papa Francesco dedicata alla devozione al Sacro Cuore di Gesù 
 


LETTERA ENCICLICA
DILEXIT NOS
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SULL’AMORE UMANO E DIVINO
DEL CUORE DI GESÙ CRISTO
 
Papa Francesco sostiene che i primi cristiani hanno visto adempiere alla promessa divina sul lato aperto di Cristo, “una fonte da cui scaturisce nuova vita”. Egli sottolinea che contempliamo il suo lato aperto, da dove è scaturita l’acqua dello Spirito. E osserva che nel giorno solenne della festa delle tende (Gv 7,37), Gesù gridò: “Chi ha sete, vieni a me; e bevi [...] sorgenti di acqua viva dal suo seno” (Gv 7,37-38). Perché questa doveva venire la sua “ora”, perché Gesù “non era ancora stato glorificato” (Gv 7,39). Tutto si è realizzato nella fonte traboccante della Croce.

Indica che il lato trafitto è allo stesso tempo la sede dell’amore, un amore che Dio ha dichiarato al suo popolo con molte parole diverse, che nel Cuore di Cristo “tutte le espressioni dell’amore delle Scritture sono concentrate nella carne”, e che “non è un amore che è semplicemente dichiarato”, ma “la primavera della vita per l’amato”.

Egli sostiene anche che Sant’Agostino ha aperto la via alla devozione al Sacro Cuore come luogo di incontro personale con il Signore. Mentre San Bernardo considerava il lato trafitto come “rivelazione e donazione dell’amore del suo Cuore”. Dalla sua parte, San Bonaventura lo presenta come fonte dei sacramenti e della grazia, proponendo al contempo che tale contemplazione “diventi un rapporto di amici” e di “incontro personale d’amore”.

Tuttavia, il Papa sottolinea che non si cerca un’emanazione neoplatonica, ma un “rapporto diretto con Cristo, che abita il suo Cuore”. E ricorda che nel corso della storia l'adorazione del Cuore di Cristo non si è manifestata allo stesso modo.
Egli menziona, a esempio, i monaci certosini, che “hanno trovato nella devozione al Sacro Cuore un modo per riempire il loro rapporto con Gesù Cristo con affetto e vicinanza”. Parla anche di Santa Caterina da Siena, che ha scritto che “il Cuore aperto di Cristo è per noi la possibilità di un incontro attuale e personale con tanto amore”.

In questo senso, la devozione al Cuore di Cristo trascendeva progressivamente la vita monastica, e riempiva la spiritualità dei santi maestri, predicatori e fondatori di congregazioni religiose che la diffondevano nei luoghi più remoti della terra.
Si consideri di interesse l’iniziativa di San Giovanni Eudes, che a Rennes riuscì a far approvare al vescovo nella sua Diocesi la celebrazione della festa del Cuore adorabile di Nostro Signore Gesù Cristo, la prima volta che nella Chiesa quella festa fu ufficialmente autorizzata.
In termini di tempi moderni, ha evidenziato il contributo di San Francesco di Sales, per il quale la devozione al Cuore aperto di Cristo “era lontana dal diventare una forma di superstizione”.

Poi, il Papa sottolinea l’intenso riconoscimento dell’amore di Gesù Cristo che Santa Margherita Maria ha trasmesso. Ma chiarisce che questo non lo costringe ad accettare o assumere tutti i dettagli della sua proposta spirituale. Considera invece cruciale il nucleo del messaggio nelle parole del santo: “Ecco questo Cuore, che ha tanto amato gli uomini, che nulla ha perdonato fino a quando non è esaurito e consumato per mostrare il loro amore”.

Infatti, “mentre alcune delle espressioni di Santa Margherita, fraintese, potrebbero dare origine per affidarsi troppo ai propri sacrifici e offerte, San Claudio de La Colombière – che diventerebbe suo difensore – prove che la contemplazione del Cuore di Cristo, se autentica, non provoca una compiacenza in se stessi ... ma un abbandono indescrivibile in Cristo”.
Il Papa non risparmia fondamento storico: recensisce riflessioni di San Carlo di Foucauld e di Santa Teresa del Bambino Gesù, che portano elementi di devozione al Cuore di Cristo che la rendono più fedele al Vangelo.

Egli menziona anche la Compagnia di Gesù, che ha proposto una “conoscenza interiore del Signore [...] affinché possa amarlo e seguirlo di più”. Ricordate che Sant’Ignazio invita nei suoi Esercizi spirituali a stare davanti al Vangelo, incentrato su un Gesù ferito nel cui Cuore l’esercitante deve entrare.

Non invano, “S. Ignazio termina le contemplazioni ai piedi del Crocifisso”, mentre “l’itinerario degli Esercizi culmina nel “Contemplazione per raggiungere l’Amore”, da cui scaturisce la gratitudine.
Successivamente, sostiene che “la devozione al Cuore di Cristo riappare nel cammino spirituale dei santi molto diversi l’uno dall’altro e in ognuno di essi acquista nuovi aspetti”, e mette in guardia dalla “tentazione di considerare questo mistero di amore come un fatto del passato”.

Ricorda anche le esperienze di Santa Faustina Kowalska “che riproducono la devozione al Cuore di Cristo con una forte enfasi sulla vita gloriosa del Risorto e sulla misericordia divina”. Poi, lo presenta come “la devozione del conforto”.
A questo proposito, indica che “la ferita del lato, da cui germoglia l’acqua vivente, è ancora aperta in quella Risorta. Quella grande ferita prodotta dalla lancia, e le piaghe della corona di spine che di solito appaiono nelle rappresentazioni del Sacro Cuore, sono inseparabili da questa devozione.
Perché in esso è contemplato l’amore di Gesù Cristo che ha potuto donarsi fino alla fine”.
In seguito, passa in rassegna gli insegnamenti di Papa Pio XI, che ha invitato a riconoscere che “il mistero della redenzione per la passione di Cristo salta per la grazia di Dio tutte le distanze dal tempo e dallo spazio”.

Papa Francesco sostiene che il Vangelo, nei suoi vari aspetti, non è solo per riflettere su di esso, ma per viverlo, “sia nelle opere d’amore che nell’esperienza interiore, e questo è particolarmente vero per il mistero della morte e della risurrezione di Cristo”.
Inoltre, dedica una sezione completa alla “compunzione”. In essa chiama il desiderio di confortare Cristo “che parte dal dolore di contemplare ciò che ha sofferto per noi”. E crede che “l’amore ha bisogno della purificazione delle lacrime che alla fine ci lasciano più sete di Dio e meno ossessione per noi stessi”.

Il Papa prega “che nessuno prenda in giro le espressioni di credere al fervore del santo popolo fedele di Dio, che nella sua pietà popolare tenta di confortare Cristo”.
Considera che nel contemplare il Cuore di Cristo dato all’estremo “siamo confortati” e che “il dolore che proviamo nel cuore apre la strada alla piena fiducia”.

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