Dilexi te - Capitolo 1 - Alcune parole indispensbili
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ESORTAZIONE APOSTOLICA
DILEXI TE
DEL SANTO PADRE
DILEXI TE
DEL SANTO PADRE
LEONE XIV
SULL’AMORE VERSO I POVERI
SULL’AMORE VERSO I POVERI
«Ti ho amato». Con queste parole Leone XIV apre la sua esortazione apostolica Dilexi te, raccogliendo e portando a compimento l'ispirazione del suo predecessore, Papa Francesco, espressa nell'enciclica Dilexit nos (2024). Fin dalle prime righe il testo manifesta una profonda continuità di intenti: l'amore di Cristo, rivelato nel suo Cuore trafitto, continua a vivere nella Chiesa, chiamata ad amare i poveri con tenerezza, rispetto e dedizione. Questa è la melodia che attraversa tutta l'esortazione: Dio ci ama per primo e il suo amore si rende visibile nella carne ferita dei poveri.
Leone XIV presenta questo documento come un atto di fedeltà e di eredità spirituale. Riprende il cammino avviato da Papa Francesco sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, facendone uno dei primi orientamenti del suo pontificato. Non si tratta di un'esortazione prevalentemente dottrinale o sociale, ma di una lettera d'amore: da Cristo ai poveri e dalla Chiesa al Signore presente in essi.
Il titolo stesso – Dilexi te, «Ti ho amato» – non è soltanto una dichiarazione dell'amore di Dio, ma anche una chiamata rivolta alla Chiesa. Ogni cristiano è invitato ad accogliere personalmente questa parola – «Ti ho amato» – e, nello stesso tempo, a renderla concreta nella vita dei poveri, affinché nessuno si senta escluso dall'amore di Cristo.
Il primo capitolo, intitolato Alcune parole indispensabili, pone le basi evangeliche dell'intera esortazione. Più che una riflessione teorica, esso si presenta come una meditazione contemplativa sul Vangelo. Leone XIV parte dal gesto della donna che versa un profumo prezioso sul capo di Gesù (Mt 26,6-13), simbolo di un amore gratuito che agli occhi del mondo appare come uno spreco, ma che davanti a Dio possiede un valore infinito. Quel gesto diventa la chiave di lettura dell'amore cristiano verso i poveri: ogni atto di tenerezza, anche il più piccolo, possiede un valore eterno.
Il capitolo conduce quindi a una delle sue affermazioni centrali: il legame inseparabile tra l'amore di Cristo e l'amore verso i poveri. Quando Gesù afferma: «I poveri infatti li avete sempre con voi» (Mt 26,11) e promette: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), le due parole evangeliche convergono nel rivelare che Cristo continua a rendersi presente nella storia e, in modo del tutto particolare, si lascia incontrare nei poveri. L'incontro con loro non è semplice filantropia né soltanto impegno per la giustizia sociale: è incontro con il Signore stesso.
Questa verità viene contemplata attraverso l'esperienza di san Francesco d'Assisi. Il Papa ricorda come il giovane Francesco, abbracciando il lebbroso, abbia incontrato Cristo e abbia cambiato per sempre la propria vita. In quel gesto si condensa l'intero Vangelo: la santità passa attraverso il contatto con le ferite del Signore presenti nei poveri. Leone XIV riprende così l'intuizione che aveva accompagnato l'inizio del pontificato di Papa Francesco, quando un cardinale gli disse: «Non dimenticare i poveri!». Quella semplice esortazione, come un seme, continua ora a portare frutto in questa nuova pagina del magistero della Chiesa.
Da qui il Papa sviluppa una lettura teologica e profetica del grido dei poveri. Il racconto del roveto ardente richiama il momento in cui Dio dice a Mosè: «Ho osservato la miseria del mio popolo... ho udito il suo grido... sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8). In queste parole si manifesta il cuore stesso di Dio: un Dio che vede, ascolta e scende incontro all'uomo. La fede cristiana non nasce da un'idea astratta di compassione, ma dall'incarnazione di un Dio che prende su di sé la sofferenza dell'umanità.
L'esortazione denuncia con forza l'indifferenza sociale ed ecclesiale di fronte alle
molteplici forme di povertà del nostro tempo: materiale, morale, culturale e alla privazione dei diritti e della dignità. Leone XIV mostra grande lucidità nell'osservare come alle antiche povertà se ne aggiungano continuamente di nuove, più sottili e insidiose, generate da una società che esalta il benessere, il successo e la ricchezza. Egli denuncia il contrasto tra il lusso di pochi e la miseria di moltitudini che muoiono di fame o sopravvivono in condizioni indegne. La sua lettura della realtà si inserisce pienamente nel recente magistero sociale della Chiesa, in particolare in Evangelii gaudium e Fratelli tutti, pur assumendo un tono ancora più contemplativo e profondamente compassionevole.
Il capitolo si conclude con un forte richiamo contro i pregiudizi ideologici e la falsa meritocrazia che attribuiscono la povertà esclusivamente alla mancanza di impegno personale. Leone XIV respinge con decisione questa cecità morale, ricordando che i poveri non lo sono per scelta né per un destino inevitabile. Moltissimi lavorano instancabilmente senza che il loro impegno riesca a sottrarli all'emarginazione. In queste parole traspare una profonda sensibilità pastorale, maturata nell'ascolto delle persone e nella preghiera.
Infine, il Papa ricorda che anche i cristiani possono lasciarsi contagiare dalla mentalità del mondo, quando relegano la carità a un ruolo secondario o la considerano un'opzione facoltativa della vita ecclesiale. Per questo ammonisce con fermezza che non è possibile dimenticare i poveri senza allontanarsi dal flusso vitale della Chiesa che sgorga dal Vangelo.
In definitiva, il primo capitolo di Dilexi te è un invito a riscoprire il Vangelo dei poveri: un Vangelo che non si annuncia soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso la vicinanza, la tenerezza e il servizio. È anche un invito a lasciarci evangelizzare dai poveri stessi, riconoscendo in essi autentici maestri di vita evangelica.
Alla luce della spiritualità vincenziana, questo capitolo acquista una particolare intensità. San Vincenzo de' Paoli, contemplando il volto dei contadini affamati, affermava: «I poveri sono i nostri padroni e signori». Santa Luisa de Marillac aggiungeva: «Servite i poveri con rispetto e dolcezza, perché in essi servite Cristo stesso». Leone XIV si inserisce pienamente in questa stessa corrente di amore concreto, nella quale la riflessione teologica si fa vita, la fede si traduce in carità e la carità diventa missione.
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