Credo in Gesù Cristo che morì

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Lo aveva detto che avrebbe dovuto soffrire. Non ha detto che si sarebbe trattato di qualcosa che avrebbe potuto o meno accadere. Quando Gesù fece riferimento alla Sua Passione, chiarì che avrebbe sofferto (cfr. Lc 9,22; 24,2- 46).

 

E sorge spontanea la domanda: perché Gesù ha dovuto soffrire?

Perché per redimerci ha dovuto assumere la nostra condizione umana in tutto, tranne che nel peccato; e la sofferenza è parte integrante della nostra condizione umana. Prima o poi tutti soffriamo, in misura maggiore o minore.

Per questo Gesù ha voluto prendere su di sé tutte le nostre sofferenze, per farle sue.

 

E quindi sapeva cosa significava avere fame, sete, essere esausto, perdere i propri cari, piangere, essere criticato, incompreso, giudicato ingiustamente. Sapeva quanto fa male mentire, essere traditi, abbandonati, vedere qualcuno che ami cadere o soffrire.

 

Conobbe la paura, anzi il terrore, l'angoscia mortale; soffrì la frustrazione di non essere ascoltato, la tremenda ingiustizia di essere condannato quando era innocente.

 

Sopportò scherni, spinte, frustate, sputi, fu spogliato dei suoi vestiti davanti a tutti e fu sottoposto all'estrema tortura della crocifissione (sono stati pubblicati numerosi resoconti medici su ciò che Cristo soffrì sulla croce; fu davvero orribile. Davvero Egli ha fatto sue le nostre sofferenze!

 

Cosa significa per noi che Gesù ha sofferto?

 

Da un lato, ci dà la certezza che non c'è alcun dolore nostro che Lui non abbia provato nella Sua carne, e che nulla di ciò che soffriamo Gli è estraneo o indifferente. A coloro che soffrono, Egli può dire: "So cosa stai attraversando", non solo perché sa cosa c'è nel cuore di ogni persona, ma perché Lui stesso ha sofferto tutto per primo.

 

E bisogna aggiungere che ha sofferto per tutti, per salvarci tutti. «Non c’è nessuno, non vi è stato, non vi sarà mai nessuno per il quale Cristo non abbia sofferto» (CCC 605). D'altra parte, la sofferenza di Gesù permette di unire la nostra sofferenza alla sua e di partecipare così alla sua opera redentrice (cfr CCC 1505).

 

E proprio come Cristo ci ha redenti attraverso la sofferenza, se gli offriamo ciò che soffriamo, ci uniamo al suo sacrificio redentore.

Nella Lettera enciclica Salvifici doloris sul significato cristiano della sofferenza si legge che la sofferenza più grande è data soprattutto dall'incapacità di trovare un senso al proprio dolore, ma chi offre la propria sofferenza a Cristo compie un 'servizio insostituibile', perché «nella lotta «cosmica» tra le forze spirituali del bene e del male … le sofferenze umane, unite con la sofferenza redentrice di Cristo, costituiscono un particolare sostegno per le forze del beneaprendo la strada alla vittoria di queste forze salvifiche.» (SD 27).

 

Questa riflessione apre una meravigliosa opportunità per le persone malate e anziane che sentono che la loro vita non vale nulla! Tutt’altro! Il pensiero di Salvifici doloris permette di scoprire che il loro contributo è inestimabile! Che ciò che stanno soffrendo ha un significato e che la loro sofferenza, unita a quella di Cristo, contribuisce niente meno che a vincere la battaglia contro il male.

 

E’ evidente che non si tratta di cercare la sofferenza, ma piuttosto di unire alle sofferenze di Gesù Cristo ciò che inevitabilmente dovremo soffrire. E dobbiamo anche avere ben chiaro che non è la sofferenza in sé che redime, ma l'amore con cui Cristo ha accettato e vissuto la sua sofferenza. «L'amore fino alla fine è ciò che conferisce al sacrificio di Cristo il suo valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione. Egli ci ha conosciuti e amati tutti nell'offerta della sua vita» (CCC 616).

 

Quanto soffriamo può condurci alla follia o alla santità: tutto dipende se ci lasciamo sopraffare e disperare, oppure se sappiamo unire le nostre sofferenze a quanto ha sofferto Cristo, trovandone così il senso redentivo, accogliendolo con gratitudine e offrendolo a Lui con amore.

 

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