Credo in Gesù Cristo
che verrà per giudicare i vivi e i morti

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Nel 1700. anniversario del Concilio di Nicea, continua la nostra riflessione sul Crdo nicenocostantinopolitano
 

Questa frase del Credo suscita nei credenti reazioni intense e contrastanti.
Molte persone hanno paura di essere giudicate da Dio. Temono che Dio possa ricordare loro tutti i torti che hanno commesso e mandarli all'inferno.
Dimenticano che Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare (cfr Gv 3,17), che Dio è compassionevole e misericordioso (cfr Sal 103,8-17) e che Gesù intercederà per noi presso Dio Padre (cfr 1 Gv 2,1).
 
Altri vanno all'estremo opposto: credono che, poiché Dio è Amore, sia impossibile per Lui condannare. Pensano che il Giudizio sia una semplice minaccia perché ogni uomo e donna si comportino bene, ma "proprio in quell'ora" Gesù è così misericordioso che salverà tutti, indipendentemente da ciò che hanno fatto.
 
Costoro trascurano il fatto che Dio è sì misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore, ma è anche altrettanto giusto, e la sua misericordia non sarebbe compresa senza la sua giustizia.
 
La Chiesa afferma: «Il Giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte» (CCC 1040).
 
Non esiste alcun argomento biblico a sostegno dell'idea che tutti saranno salvati, e invece ci sono molti passaggi che avvertono che saremo giudicati (cfr. Mt 16,27) e che potremmo essere condannati (cfr. Lc 13:23-28; Mt 13,24-30, 36-43).
 
Dobbiamo capire cosa significhi che Gesù “verrà a giudicare”, perché questo ci permetterà di attendere la sua venuta con un sano timore ed evitare atteggiamenti che mettono a repentaglio la nostra salvezza.
Vale la pena ricordare che la Chiesa insegna che quando moriamo affrontiamo un giudizio particolare (cfr. Eb 9,27). Coloro che muoiono senza peccato mortale o veniale, a esempio i santi, passano a godere della presenza di Dio. Questo è ciò che chiamiamo “paradiso”.
 
Chi muore in amicizia con Dio (cioè non in peccato mortale), ma ha delle pene che devono essere espiate, attraverserà il “purgatorio”, ossia uno stato di purificazione dell'anima, in cui ci si renderà conto del bene che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Questo stato consentirà di raggiungere la santità richiesta per entrare in cielo con la "veste festiva" di cui parla Gesù nella parabola. (cfr. Mt 22,2-14).

Noi possiamo e dobbiamo aiutare questi nostri fratelli e sorelle offrendo per loro ogni giorno le indulgenze concesse dalla Chiesa.
 
Coloro che muoiono nel peccato mortale, senza pentirsi, scelgono deliberatamente di vivere l'eternità soli e tristi, lontani da Dio, per sempre.
È quello che comunemente chiamiamo “inferno”, che è l'orrore senza fine di vivere senza amore, l’amore di Dio, immersi per sempre nella amarezza e nella disperazione.
 
Ora, quando il Credo afferma che Gesù verrà "per giudicare i vivi e i morti", si riferisce a quello che la Chiesa chiama il "Giudizio Universale", che avrà luogo quando Gesù verrà una seconda volta, alla fine dei tempi.
La Chiesa afferma che «saranno svelati i segreti dei cuori... e la condotta di ciascuno verso Dio e verso il prossimo. Ogni persona sarà ricolma di vita o condannata all'eternità secondo le sue opere» (Compendio della Chiesa Cattolica, n. 135).
 
Come possiamo prepararci a quel momento?
Certo, con gioiosa speranza. San Giovanni della Croce anticipa i contenuti del giudizio, e assicura che “al tramonto della vita saremo giudicati sull'amore": l'amore per Dio e per i nostri fratelli e sorelle; in ciò che abbiamo fatto o non abbiamo fatto per loro (cfr Mt 25,31).
 

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