Quando un prete nasce uomo

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Sembrerebbe la costatazione più ovvia!
Eppure non lo è quasi mai.
Dal prete si pretende. Pretendono tutti.
Pretende la Chiesa, che ha del prete e nel prete un modello altissimo: “alter Christus”.
Pretende la gente, che vuole il prete a disposizione 24 ore su 24.
Pretende il prete da se stesso al fine di essere fedele alla propria vocazione.
 
Eppure “anche” il prete è un uomo che può smarrirsi nei meandri di una solitudine pungente dovuta alla constatazione di sentirsi spesso abbandonato, disatteso, se non addirittura evitato.
E’ pungente e amara la solitudine del prete che cerca una mano da stringere ma che non c’è; una voce che gli chieda “come stai?” e non la ode per nessuno gli rivolgerà mai questa domanda cordiale.
Del prete la gente ha bisogno; dunque lo cerca solo se ha bisogno; una messa da celebrare, un matrimonio da assistere, un battesimo da concordare ... Insomma quasi un distributore di benzina la parrocchia, di cui il prete è il ... benzinaio.
 
Quanti confratelli ho incontrato, quanti preti ho ascoltato, quante lacrime ho asciugato! Quante volte ho conosciuto la voglia di un confratello di fermarsi a lungo a parlare con me per immagazzinare cordialità e solidarietà per esorcizzare, in tal modo, la paura della solitudine.
E quanto io stesso mi sono trovato nella medesima situazione.
 
E’ vero che il prete è un uomo di solitudine in ragione del suo ministero. Ma credo che sia necessario non negare questa realtà, non annacquarla. E’ utile raccomandare i preziosi aiuti che possono derivare da una vita comunitaria, dall’amicizia fra preti, dal legame sacramentale con il presbiterio ecc… A condizione che sia chiaro che la scelta celibataria del prete cattolico di rito latino pone il sacerdote nella condizione di una sofferta “solitudine” che acuisce – come in ogni altro normale essere umano – il bisogno di una interrelazionalità che stemperi il naturale struggente bisogno di affetto.
Ha scritto Giovanni Paolo II in Redemptor hominis: “l’uomo non può vivere senza amore”. E l’amato papa Benedetto in Deus caritas est ha tracciato quel itinerario d’amore dall’eros alla agape e alla filia che è un capolavoro di antropologia cristiana.    
 
Ho visto non poche volte, a causa di circostanze particolari, la solitudine diventare una prova corrosiva, distruttrice dell’essere e del ministero del presbitero. E' per questo che ne parlo; perché la nostra gente conosca, sappia e lungi dallo scandalizzarsi, comprenda e stia davvero vicino a propri sacerdoti.
 
Non c’è dubbio: la solitudine esiste. Esiste per tutti. Personalmente trovo che dal punto di vista psicologico sia più tragica la solitudine di chi vive in coppia o in una famiglia di chi invece conduce una vita da single.
In fondo la solitudine è il fondo ultimo della condizione umana.
Ma per il prete questa prova è senz'altro più viva per molteplici ragioni:
   perché sa che la propria solitudine dovrà durare per tutto il tempo d'una vita umana; la sua – umanamente parlando - è una solitudine irreversibile;
perché il sacerdote ha una interiorità spiccata, un’esistenza spirituale che affina le qualità del ministero, ma accresce anche la coscienza del limite;
  perché è un uomo di Chiesa e conosce gli insuccessi di qualche confratello, qualche passo sbagliato di qualche amico e non può non domandarsi, senza scandalizzarsi “e se capitasse a me”?;
  perché il sacerdote è uomo nel mondo anche se non del mondo che percepisce le sofferenze e i disagi derivanti dalla solitudine nella società alla quale appartiene. Quante persone si saranno rivolte proprio a lui denunciando la propria solitudine.
 
Insomma, guai a dimenticarsi che il sacerdote è un uomo che può avere alcuni elementari bisogni!
Che può sperimentare la solitudine di una notte insonne, quando si lascia prendere dalla paura, e dalla paura generata dalla paura.
 
Tutto ciò non turba la dimensione spirituale del sacerdote.
Anzi: la sua umanità piace.
In Pastores dabo vobis Giovanni Paolo II, invitando a formazione permanente i presbiteri della Chiesa cattolica, ha indicato loro quale prima area di riqualificazione e aggiornamento quella umana.
Mi ha sempre commosso la fragilità del mio confratello; la sua difficoltà ad ammetterla; il timore di sentirsi inadeguato “per le cose di Dio”.
Ho sempre avuto paura dei preti che “dicono” di non avere paura, che ostentano sicurezza, che non si fermano lungo la strada a confortare e a consolare.
Ho sempre avuto paura dei preti che nascondo la propria umanità e condannano quella degli altri.
 
Io chiedo a nome di tanti preti, di voler bene ai sacerdoti.
Chiedo di comprendere l’umanità del prete;
chiedo di non meravigliarsi dell’umanità del prete
chiedo finanche di perdonare l’umanità del prete.
 
Un prete capito dalla sua gente saprà più facilmente fortificarsi nella offerta della sua vita al Signore e al suo popolo.
 
Anche il sacerdote che vive tra la gente che vuole essere capita e amata, va capito e amato perché possa essere persona umana e, insieme, alter Christus.
 

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