Omelia nella Commemorazione dei Fedeli defunti
«Vita mutatur, non tollitur!»

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni 6,37-40

 

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». +++

 


Ricorre l’annuale Commemorazione dei fedeli defunti. Nella solennità di tutti i santi, abbiamo levato lo sguardo in alto, alla città santa, per pregare coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio terreno e vivono nella comunione piena con Dio. Oggi volgiamo lo sguardo in basso, sulla città terrena  per pregare per coloro "che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace" del Signore. La commemorazione dei fedeli defunti, nella forma attuale, risale al secolo X° ed è un’occasione privilegiata per unirci spiritualmente ai nostri cari e per celebrare il mistero pasquale di Cristo Signore.
Nel Credo proclamiamo: Dio verrà a giudicare i vivi e i morti ed il suo Regno non avrà fine. La fede che professiamo relativizza gli interessi terreni, riduce la durata delle gioie e delle sofferenze, promette la vita eterna. Questa vita ultraterrena non la possiamo vedere con gli occhi del corpo. La intravediamo solo con gli occhi della fede, che illumina i passi del nostro pellegrinaggio terreno. La fede nella risurrezione dei corpi deve sorreggerci oggi con certezza incrollabile. Con la morte la vita non è tolta, ma trasformata e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno viene preparata una abitazione eterna nel cielo.


Per questo la liturgia è ancora avvolta dalla gioia della celebrazione dei Santi; la liturgia oggi non piange, perché non fa memoria della morte, ma della risurrezio­ne. E le lacrime che versiamo dovute alla nostra fragilità umana sono asciugate dalla mano di Dio. Ascoltiamo le parole della Chiesa; essa non pronuncia paro­le sulla fine, ma sulla vita. La separazione dagli affetti terreni è certo dolorosa, ma non dobbiamo temerla, perché essa, accompagnata dalla preghiera di suffragio della Chiesa, non può spezzare il legame profondo che ci unisce in Cristo.

La Parola di Dio dell’odierna celebrazione, per bocca di Giobbe, evoca questa vita ultraterrena, rassicurandoci che “dopo che la nostra pelle sarà strappata via, senza la nostra carne, vedremo Dio. Noi lo vedremo, noi stessi, i nostri occhi lo contempleranno e non altri” (Cfr. Gb, 19, 27).  Alla luce di questa promessa, nessun uomo, per il cristiano, è abbandonato al destino. Tutti siamo figli di Dio e, come tali, siamo amati, perdonati, accolti tra le braccia del Padre. “La speranza non delude”, ci ricorda S. Paolo. Essa alimenta la fiducia in Dio Padre, “fedele in tutte le sue promesse, e santo in tutte le sue opere” (Sal 144, 13). Tutta la nostra vita è un dispiegarsi della promessa divina, che non fallisce e non inganna. Dio nella sua volontà e nel suo amore ha stabilito che Gesù Cristo, che ci ha riconciliato quando eravamo ancora deboli e peccatori, non “perda nulla di quanto egli gli ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv 6, 38).
 


Cari Amici,
I luoghi del silenzio, i cimiteri, oggi si trasformano quasi in luoghi di festa. Tanta gente percorre i viali portando fiori, lumini, accarezza foto, sosta a pregare davanti ai resti mortali dei propri cari e partecipa alla santa Messa, anch'essa celebrata nel cimitero.

I nostri cimiteri sono i luoghi ove conserviamo i resti mortali dei nostri cari in attesa della definitiva risurrezione; ma sono anche il punto di riferimento, il richiamo costante alla realtà della nostra vita che ha nella morte il suo penultimo appuntamento, perché è il passaggio obbligatorio, da cui nessuno è esente, verso l’eternità.

Il ricordo annuale dei nostri cari ci porta a pensare meglio in prospettiva di eternità e di risurrezione. La loro memoria diventa  l’occasione per confermare la nostra fede in Cristo morto e risorto, primizia di coloro che risorgeranno, come lui stesso ci ha promesso, ed anche per rinnovare l’impegno di fare tesoro di ogni insegnamento, di ogni buon esempio, che i nostri cari defunti ci hanno lasciato come preziosa eredità, sapendo che ancora ci invitano a confidare solo nel Signore e pregano dal cielo per noi, in attesa di incontrarci e condividere il dono della comunione piena con Dio.

San Paolo apostolo, nel brano della sua lettera ai Romani, ricorda che nel mistero del Cristo morto e risorto noi siamo stati salvati. La nostra speranza di una salvezza che dura per sempre è fondata su Cristo morto, ma soprattutto risorto.


Dalla fede nella morte e risurrezione di Cristo bisogna partire per il nostro viaggio con la speranza nel cuore che quando sarà il tempo di partire per l’ultimo viaggio ci sia dentro di noi questa speranza e certezza. Il Signore ci insegna ad ave­re più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che pas­seremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.


Confidiamo che le preghiere e la celebrazione di questa Eucaristia, per il mistero della comunione dei Santi, possano davvero portare beneficio ai nostri cari defunti ed affrettare, se ce ne fosse bisogno, il loro ingresso nel “Paradiso” di Dio, là dove saranno asciugate le loro lacime e non ci sarà più lutto o sofferenza alcuna, ma solo gioia e pace vera, piena e definitiva. Eleviamo al Signore per i nostri de­funti la preghiera forse più bella: ammettili a godere la luce del tuo volto.

E con tutta la Chiesa eleviamo le nostre invocazioni:

 

Ascolta, o Dio, la preghiera

che la comunità dei credenti innalza a te

nella fede del Signore risorto,

e conferma in noi la beata speranza

che insieme ai nostri fratelli defunti

risorgeremo in Cristo a vita nuova.