Omelia nella 4 domenica di Quaresima
«Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo»

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+ Dal Vangelo secondo Giovanni 3,14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
 
 
La quarta domenica di Quaresima è definita laetare poiché prende il nome dal canto d’ingresso della celebrazione eucaristica: Rallegrati, Gerusalemme.
Il cammino quaresimale è quasi compiuto, e con esso, ci siamo inoltrati nel Mistero di Cristo il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto per la nostra salvezza. È questo il cuore di un mistero di amore del quale Gesù stesso parla come di una necessità: "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così, è necessario che sia innalzato il Figlio dell'uomo...".
Dopo il deserto, il Tabor e il Tempio di Gerusalemme ecco l’incontro con Nicodemo. Mentre si trovava ancora nella città santa Gesù ricevette la visita notturna di Nicodemo, un fariseo, capo dei giudei e dottore della legge: il suo atteggiamento guardingo tradiva il timore di critiche e ritorsioni da parte degli altri giudei. Successivamente però egli, come membro del sinedrio, avrà il coraggio di dire una parola in difesa di Gesù, e dopo la sua morte porterà l’unguento per imbalsamare il suo corpo.
 
Cristo Gesù nel mirabile dialogo notturno con l’anziano membro del sinedrio, approfondì il tema della manifestazione di Dio con queste parole: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Si trattò certamente di un dialogo faticoso su una questione difficile, quella della possibilità di un’autentica rinascita dell’uomo. Nel giudaismo il serpente di bronzo era considerato come simbolo di quel Dio che aveva già dato nella legge un pegno di salvezza. Per essere salvati - disse Gesù a Nicodemo - occorre guardare al Figlio dell’uomo innalzato sull’albero della croce. Lì, sulla croce, Egli ha offerto la salvezza: chiunque crede in Lui avrà la vita eterna. Innalzato sulla croce Cristo Gesù è per il mondo il segno dell’amore di Dio verso gli uomini.
Per Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce farà di lui ─ in analogia con il serpente di bronzo ─ un segno di salvezza. Su questo sfondo la morte di Gesù in croce viene vista come la sua massima esaltazione. Ecco unite in una mirabile sintesi la croce e la gloria: la croce segna la fine della vita terrena di Gesù e, nel contempo, manifesta la sua identità di Figlio dell’uomo disceso dal cielo e poi nuovamente innalzato da Dio al cielo.
 
La stessa idea viene ripresa nel versetto successivo con questa espressione: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». È questa la “buona notizia”! Gesù è «innalzato» perché Dio stesso lo aveva «donato»; in questi due verbi è racchiuso tutto il mistero del Figlio dell’uomo, su cui si basa quella fede da cui deriva la «vita eterna», cioè la vita di comunione con Dio. Quell’“innalzamento” sulla croce è una sorta di glorificazione, quel legno terribile diventa un trono divino, la crocifissione è il principio della risurrezione, sorgente di liberazione dal male per l’umanità intera. Gesù stesso, alle soglie della sua passione, dirà: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).
 
Quattro parole si ripetono nel vangelo di Giovanni: la salvezza, la fede, la vita eterna e la luce.
    La salvezza è liberazione dal male. Nel dialogo con Nicodemo Gesù si paragona al serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato nel deserto. Coloro che volgevano a lui gli occhi riconoscevano i propri. In Gesù innalzato sul legno della croce scopriamo la misericordia di Dio che perdona. «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
     In questa prima menzione della fede per ben cinque volte si parla della necessità di “credere” in Gesù Cristo, nel suo nome e nella sua missione. È questo l’atteggiamento fondamentale e necessario per la salvezza: «Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
      La vita eterna è un dono che Dio offre ai credenti per mezzo di Gesù Cristo. O meglio: Gesù è il vero dono di Dio. Chi crede in lui avrà la vita eterna. L’offerta di Gesù è il segno dell’amore di Dio.  «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna».
    E infine l’immagine giovannea della luce abbondantemente anticipata nel Prologo dove il rifiuto della proposta divina della salvezza è espresso con la metafora del rifiuto della luce che veniva nel mondo. La Luce parla di vita, di redenzione, di bene, di libertà e di tutto ciò che piace a Dio. Le tenebre sono indice di peccato, di morte, di paura, di male e di tutto ciò ch’è contrario a Dio. «Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

La croce di Cristo è il segno dell'amore che salva, e - come tale - esige una resa da parte dell'uomo, che crede nel Figlio di Dio, Gesù di Nazareth; una resa, che è un profondo atto di fede. Il Giovane Rabbi di Nazareth ci parla di un Dio follemente innamorato dell’uomo, di un Padre che dona quanto ha di più prezioso, per farci passare dal buio del nostro peccato alla luce del suo amore. Più passa il tempo, più mi convinco che il vero problema non è interrogarci se crediamo o non crediamo in Dio, ma in quale Dio crediamo!
 
Amore-misericordia: è la parola d’ordine, l’unico progetto del nostro Dio. Morte e vita, giudizio e salvezza, condanna e fede, tenebre e luce, male e verità... sono alcune espressioni del dualismo caratteristico di Giovanni, che appare anche nel Vangelo di oggi. La storia umana di tutti i tempi è fatta di questi contrasti, tensioni e vittorie parziali: a volte del male, altre del bene, a seconda delle forze e avvenimenti che si accavallano e si scontrano.
 
Cari Amici,
Il brano evangelico di questa domenica ci aiuta ad andare ancora più a fondo nel nostro cammino di autenticità della vita cristiana. La croce, centro del Vangelo di oggi, è il segno della sapienza di Dio che ama, segno della potenza dell'infinita misericordia del Padre, pienamente rivelata nel Figlio Gesù: il Redentore dell’uomo. La morte del Figlio sulla croce è la testimonianza più vera e completa dell’amore di Dio; è amore firmato e sigillato con il sangue del Figlio. Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio per salvarci e non per condannarci. Aver fiducia nella misericordia di Dio è credere nel valore della salvezza operata da Cristo sulla Croce. Disperare della salvezza, significa non riconoscere Cristo come salvatore. Dal Vangelo di questa domenica emergono tre temi fondamentali: la fede, il giudizio, la vita eterna.
 
     "La vita eterna è conoscere Te, l'unico vero Dio e Colui che hai mandato Gesù Cristo". La vita eterna. Quanto poco si parla di vita eterna! Ma la notizia esaltante è proprio questa: se la vita eterna consiste nel conoscere, significa che essa non inizia alla nostra morte, ma alla nostra nascita. Dal momento in cui iniziamo a esistere cominciamo anche a essere capaci di conoscere Dio e vivere così la vita eterna. La pienezza sarà raggiunta quando vedremo Dio faccia a faccia.
 
    "Chiunque crede in Lui, ha la vita eterna". Non basta conoscere; occorre credere! Se la fede non la si vive, se non diventa un vissuto, rimane una lettera morta. La fede è il tesoro più prezioso che abbiamo perché ci apre gli orizzonti sconfinati dello spirito; e il mondo la perde con estrema facilità per correre dietro a miraggi traditori e chimere ingannatrici. La fede ci fa entrare nel mondo di Dio, illumina la nostra vita, dà senso a quel che facciamo e al perché viviamo. Senza la fede la vita diventa una notte tenebrosa senza senso e senza sbocco. 
 
    "Chi crede in Lui non è condannato". Ecco il giudizio! E' la fede stessa che lo stabilisce: Chi crede passerà dalla morte alla vita, non andrà incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. Disperare della salvezza, significa non riconoscere Cristo come salvatore.
 
L’amore di Dio prevale sul male del mondo. Il giudizio di Dio sul mondo è la salvezza, offerta come dono; la parola definitiva di Dio non è la morte, ma la vita. "Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo ...". Gesù innalzato è la dimostrazione della sua disponibilità nei confronti dell'uomo fino al punto di essere rifiutato e ucciso. Quel ‘tanto’ [Dio ha tanto amato il mondo] rivela un aspetto di Dio che troppe volte dimentichiamo: l'esagerazione dell'amore di Dio per noi. Gesù, continuando, ci ricorda che Dio non vuole giudicare il mondo, ma salvarlo. Se ci credessimo!
 
Per San Paolo (II lettura), all’origine del progetto divino sul mondo, c’è un “Dio, ricco di misericordia”, che ama tutti con “grande amore”, che offre la sua grazia sovrabbondante e “la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù”. In Lui abbiamo la salvezza “mediante la fede; e ciò... è dono di Dio”. Questo dono Dio lo offre a tutti, anche se per cammini diversi e in tempi differenti. Il segno di tale salvezza universale è il Figlio dell’uomo innalzato da terra nel deserto di questo mondo. È Lui il giudizio di amore divino sul mondo: un giudizio di misericordia!
 
Tuttavia, la salvezza è gratuita ma non è magica. La salvezza esige la risposta dell'uomo. "Credere" è la chiave. Chi crede si salva; “ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”. La chiamata di Dio attende la risposta dell’uomo. Inoltre, la chiamata di Dio pone sempre in evidenza il senso di codesta risposta che si riflette nello stile di vita: nella moralità o nella immoralità della vita.
È necessario che torniamo a guardare a Lui: Egli è il Figlio innalzato alla vista di tutti, “perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.  La salvezza è offerta a chi crede, a chiunque eleva lo sguardo verso di Lui, a coloro che “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”.
 
In questo cammino verso la Pasqua comprenderemo l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo come lo ha compreso con fatica Nicodemo; e, finalmente convertiti, nell’alba di Pasqua giungeremo a credere in pienezza. 
 
O Padre, che per mezzo del tuo Figlio
operi mirabilmente la nostra redenzione,
concedi al popolo cristiano
di affrettarsi con fede viva e generoso impegno
verso la Pasqua ormai vicina. 
 
 

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