I nostri sacerdoti: marginalità grave e solitudine

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Mi pare di poter dire che l’oggi del prete sia segnato da un tarlo che gli rende la vita un po’ amara: quello di una indefinita sensazione di marginalità dal punto di vista sociale che gli procura dei grandi vuoti dentro che in non poche occasione sono origine di una sofferenza indicibile.
Molte volte il prete si sente prigioniero di molti limiti umani, intellettuali, pastorali e soprattutto spirituali.
 
Quante volte mi son sentito dire da sacerdoti: mi sento estraneo al mio popolo e il mio popolo non mi considera uno di loro.
La solitudine del prete può diventare tragica se c'è una solitudine nel rapporto personale; ma la sofferenza della “solitudine ministeriale” deve essere lacerante.
 
Spesso le comunità cristiane chiedono, ma non aiutano.
Allora il prete vive nel relativismo.
Lavora tanto, adattandosi alle richieste, ma dentro c'è un vuoto e il cammino si fa troppo solitario.
 
Se se ne accorgessero i venerati Pastori di tali preti!
Se li andassero a cercare …
 
Tutto questo è destinato a montare di intensità, nella misura in cui il sacerdote perde l’illusione della integrazione nel ministero e fa di conto con la distanza dall’ideale e dalla vocazione per la quale si è impegnato e ha offerto la vita.
 
Queste situazioni, che possono essere anche percezioni personali, possono giungere a provocare una perdita dell’autostima.
 
Ma vi sono realtà e prospettive destinate a complicare sia la marginalità, sia la solitudine.
Mi riferisco al calo vertiginoso del numero di iscrizioni al seminario: non è solo un evento congiunturale, ma una condizione che si protrarrà nel tempo.
Mi riferisco al calo del numero di preti che sarà drastico.
Il cambiamento sarà arduo; occorrerà preparare diaconi permanenti e coinvolgere i laici.
 
Nel frattempo il prete fa fatica a svolgere il suo ministero quotidiano, ma in realtà sente tutta la difficoltà di trovare un proprio ruolo in un contesto sociale, culturale e religioso profondamente mutato.
Al sacerdote viene ancora richiesta una presenza nella società. Viviamo un momento di passaggio e di contraddizione.
La nostra è una società ormai post-cristiana; ma dal lato pratico, sia la Chiesa sia i fedeli continuano a comportarsi come se ci fosse ancora una cultura totalmente cristiana. Tuttavia la ricerca del prete sembra essere più in funzione dei servizi richiesti che della partecipazione ecclesiale in senso pieno.
Il prete mi serve per il battesimo del figlio, per il matrimonio, per i funerali …
Ma il prete s’accorge che non è cercato come uno di famiglia; si dice che la parrocchia è famiglia di famiglie; ma in questa famiglia, il prete … che posto occupa?
A volte il prete è lasciato solo dai laici o dai parrocchiani; ma a volte è isolato dalla Chiesa stessa.
E’ stato scritto: "La solitudine è il fondo ultimo della condizione umana. L'uomo è l'unico essere che si sente solo e che cerca l'altro".
Per il prete questa prova è senz'altro più viva che per gli altri anche per ragioni che non appartengono ad altri. Egli infatti:
-         sperimenta una solitudine che sa che dovrà durare per tutto il tempo d'una vita umana, e per questo irreversibile;
-         ha coscienza che tale stato di vita è richiesto dal suo ministero;
-         conosce le difficoltà dei suoi confratelli, i passi sbagliati di alcuni suoi amici;
-         percepisce le sofferenze umane della solitudine nella società alla quale appartiene; sono proprio queste che affronta nel suo ministero e che riprende nella sua preghiera.
Tuttavia se ben orientata e incanalata la solitudine del prete risorsa di fecondità spirituale e apostolica a condizione di saperla integrare umanamente e spiritualmente come dimensione autentica della vita del prete. 
In questa prospettiva la solitudine del prete potrebbe essere incanalata come una prova di verità del rapporto con Cristo nell'essere e nel ministero, attraverso:
-         la preghiera, compresa come accoglienza e ascolto del Cristo;
-         la riflessione pastorale per ritrovare la verità del ministero e il senso della libertà interiore;
-         la ricerca teologica per lo sviluppo spirituale e la possibilità dell'evangelizzazione;
-         il dono del corpo nel silenzio del celibato per un'autentica educazione sempre da riprendere per una miglior fecondità pastorale. 
 
L'esperienza della solitudine è per il prete apertura all'Altro assoluto che il Cristo rappresenta; è il mezzo per non fuggire da se stessi e per entrare in un rapporto di verità con il Verbo incarnato; è il modo per affinare la disponibilità ai fratelli cui la Chiesa lo manda.
E’ scuola di mistica e di ascetica.
 
Sosterrà il prete nella sua solitudine la consapevolezza che egli è un uomo di solitudine in ragione del suo ministero. E' necessario non negare affatto questa realtà.
In questo contesto e così intesa la solitudine per il prete non diventerà una prova corrosiva e distruttrice del suo essere e del suo ministero.
 
Sosterrà il prete nella sua solitudine:
-         la cordialità non di facciata della sua gente;
-         l’accoglierlo non quale distributore di servizi, ma quale “uomo di Dio” e dei divini misteri;
-         stimarlo quale compagno di viaggio che ha “abbandonato le reti” per seguire Gesù e farsi servo di coloro ai quali la Provvidenza lo ha inviato;
-         la preghiera fatta per lui perché sia davvero un alter Christus.

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