Festa di Cristo Re: «Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore»

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Il racconto evangelico odierno non è propriamente una parabola in senso stretto ma un'evocazione del giudizio finale di tutti i popoli. La narrazione è in realtà una descrizione grandiosa del verdetto finale della storia umana.

L'intera scena è concentrata in un ampio dialogo tra il giudice, che altri non è che Gesù risorto, e due gruppi di persone: quelli che hanno alleviato le sofferenze dei bisognosi e coloro che hanno vissuto negando loro il proprio aiuto.


Nel corso dei secoli i cristiani hanno visto in questo affascinante dialogo "la miglior ricapitolazione del Vangelo", "l’assoluto elogio dell'amore solidale" o "l’avvertimento più severo per chi vive rifugiandosi falsamente nella religione".


Tutti gli uomini e le donne senza eccezioni saranno giudicati con gli stessi criteri. Ciò che dà valore imprescindibile alla vita non è la condizione sociale, il talento personale o il successo raggiunto nel corso degli anni. La cosa decisiva è l'amore concreto e solidale verso coloro che hanno bisogno di aiuto.


Questo amore si traduce in fatti molto concreti. Ad esempio:

1 - Dar da mangiare agli affamati.

2 - Dar da bere agli assetati.

3 - Vestire gli ignudi.

4 - Alloggiare i pellegrini.

5 - Visitare gli infermi.

6 - Visitare i carcerati.

 

Sono le antiche e sempre nuove opere di misericordia corporali che, in verità, dimentichiamo molto spesso. Nella scena evangelica non sono pronunciate grandi parole come "giustizia" o ​​"solidarietà". Gesù non ha parlato neppure di "amore". Termine troppo astratto nel linguaggio corrente. Gesù Giudice giusto ha parlato di fatti concreti.

Davanti a Dio la cosa più importante e decisiva non sono gli atti religiosi, ma questi gesti umani di aiuto ai bisognosi. Possono sgorgare dal cuore e dalle azioni di un credente o dal cuore di un agnostico che pensa a coloro che soffrono. La religione più gradita al Creatore è l'aiuto a chi soffre.

 

Il gruppo di coloro che hanno aiutato i bisognosi che hanno incontrato lungo la loro strada, non lo hanno fatto per motivi religiosi; neppure hanno saputo di averlo fatto per a Dio o per Gesù Cristo. Hanno semplicemente cercato di alleviare un poco la sofferenza che esiste nel mondo. Ma al momento del giudizio, invitati da Gesù, entreranno nel regno di Dio come "benedetti del Padre".


Ma perché è così decisivo aiutare i bisognosi e così condannabile negare loro l'aiuto? Perché, come il Giudice rivelerà, «tutto quello che avete fatto [o che non avete fatto] a uno solo di questi più piccoli, l’avete [o non l’avete] fatto a me». 

Fatto allo stesso Dio incarnato in Cristo!

Quando abbandoniamo un bisognoso, abbandoniamo Dio.

Quando alleviamo una sofferenza, lo facciamo a Dio.


Questo messaggio sorprendente ci mette tutti davanti a coloro che soffrono. Non c'è vera religione, non c’è politica progressista, non c’è nessun proclama responsabile dei diritti umani, se non sapremo difendere i bisognosi, alleviando le loro sofferenze e ripristinando la loro dignità.


In ogni persona che soffre Gesù ci viene incontro, ci guarda, ci interroga e ci supplica. Nulla ci avvicina di più a lui che imparare a scrutare attentamente e con com-passione i volti di coloro che soffrono. Da nessun’altra parte potremo riconoscere con più verità il volto di Gesù.

 

«Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore»; ci verrà chiesto quali gesti concreti d’amore avremo dato alle persone che hanno avuto bisogno del nostro aiuto.

 

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