Amoris lætitia - Capitolo 8°/2
“La logica della misericordia pastorale”

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Il Papa nella Lettera Apostolica Amoris laetitia delinea un nuovo asse della vita pastorale della Chiesa che viene iscritto nell’orizzonte della Misericordia. Anche qui, una piccola notazione terminologica. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica la parola “misericordia” si trova 12 volte, su un testo di circa 700 pagine, mentre nell’Amoris laetitia 41 volte in testo quattro volte più breve. C’è bisogno di una Chiesa che si dedichi ad accompagnare e a integrare tutti. Nessuno deve essere escluso. Per questo c’è bisogno di uno sguardo che sia di compassione, non di condanna. Il discernimento deve andare in questa direzione e quindi teso a cogliere nelle diverse situazioni “familiari” i “segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio” (294). Vanno evitati pertanto quei “giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (296). E comunque ogni persona deve trovare posto nella Chiesa: “nessuno può essere condannato per sempre” (297). E continua affermando che “è possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (300).
 
L’indicazione che il testo consegna ai Vescovi è semplice e diretta. Tre verbi che costituiscono tra loro legati un unico itinerario: accompagnare, discernere, integrare. È evidente che tale itinerario è possibile ad una condizione, ossia che sia chiara la presenza della comunità cristiana. Si potrebbe dire che è la comunità con il suo pastore ad essere chiamata ad accompagnare, a discernere e ad integrare chi deve incamminarsi, appunto, verso la crescita nell’amore di Cristo. Sappiamo bene, infatti, che Dio non salva individualmente, ma radunandoci in un popolo. Lo ribadisce con chiarezza il Concilio Vaticano II. E tutti sappiamo che la fede condivisa e l’amore fraterno fanno miracoli anche nelle situazioni più difficili.
 
L'accesso alla grazia di Dio, che genera la conversione del peccatore, è una cosa seria. La dottrina cattolica del giudizio morale, forse un po' trascurata, viene rimessa in onore dalla Esortazione Apostolica. La qualità morale dei processi di conversione, infatti, non coincide automaticamente con la definizione legale degli stati di vita. Per questo il testo scrive che “non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta ‘irregolare’ vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante” (301). Il compito dei sacerdoti, in particolare, ma non solo, è indirizzato perciò ad accompagnare in questo percorso ecclesiale di conversione e di integrazione di cui il vescovo è il primo responsabile: niente “fai-da-te”, né per loro, né per i fedeli. Non vi è un calcolo legale da applicare, né un processo da decidere ad arbitrio; e neppure di eccezioni da fare o di privilegi da concedere (300). È un processo di discernimento che si iscrive in un cammino di coscienza, legato al “foro interno” (direzione spirituale e sacramento della Riconciliazione). Il cammino richiesto, perciò, è un intreccio tra la dottrina della Chiesa, il discernimento delle coscienze, l’onorare il principio morale, e custodire la comunione.
 
In questa linea di discernimento e integrazione il Papa – accogliendo ciò che i vescovi hanno chiesto - esorta a “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate” (299). Si tratta delle sette forme di esclusione: incarico di padrino; lettore; ministro straordinario dell’eucaristia; insegnante di religione; catechista per la prima comunione e per la cresima; membro del consiglio pastorale diocesano e parrocchiale; testimone di nozze (sconsigliato, ma non impedito). L’intento è esplicito: “Essi (i divorziati risposati) non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti” (299). Su questo punto le singole Chiese locali sono chiamate a riflettere e a decidere.
 
Il Papa, inoltre, fa propri sei criteri per il discernimento approvati dal Sinodo:
1.  “fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento”;
2.  “chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi”;
3.  chiedersi “se ci sono stati tentativi di riconciliazione”;
4.  chiedersi “come è la situazione del partner abbandonato”;
5.  chiedersi “quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli”;
6.  chiedersi “quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio”.
 
Il Papa continua: “Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento che «orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cfr Familiaris consortio, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa” (300).
 
Pertanto, “quando si trova una persona responsabile e discreta, che non pretende di mettere i propri desideri al di sopra del bene comune della Chiesa, con un Pastore che sa riconoscere la serietà della questione che sta trattando, si evita il rischio che un determinato discernimento porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia morale” (300).
 
Sotto il profilo normativo della teologia-morale, questo ottavo capitolo è senza dubbio il più impegnativo. Il Papa, riprendendo la dottrina morale tradizionale si riallaccia al tema classico delle circostanze attenuanti (301-303. 308) e propone una interessante riflessione sul rapporto tra norma e giudizio nella situazione (discernimento), nella quale, senza eludere o sminuire la norma, nemmeno si cade in una riduttiva interpretazione della coscienza morale, che la considererebbe una semplice “applicazione” deduttiva di una fredda normativa.
 
Da quanto osservato circa l’integrazione possibile, derivano tre considerazioni conclusive. Se, da una parte, è vero che si deve evitare la confusione e lo scandalo nei fedeli “normali”, dall’altra, occorre pure evitare la confusione e lo scandalo nei fedeli divorziati risposati, che, mentre non sono scomunicati, al tempo stesso, risultano di fatto ridotti a spettatori della vita ecclesiale anziché responsabili di ministerialità differenti che sono richieste ad ogni battezzato per l’edificazione della Chiesa. Un’altra considerazione riguarda la testimonianza che eventuali figli nati dalla seconda unione hanno diritto di ricevere dai genitori, pena il rischio di pagare il prezzo della emarginazione di cui non sono responsabili ma solo vittime. Di qui la via del discernimento, ossia la via discretionis che permette ai pastori di valutare caso per caso, specialmente riguardo alla progressiva inclusione delle persone che, trovandosi in una situazione ormai irreversibile, sono particolarmente bisognose di accoglienza, di accompagnamento e di misericordia.
 
“La logica della misericordia pastorale”
 
Nell’ultima sezione del capitolo ottavo, Papa Francesco ribadisce che «Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture» (307). In ogni caso il senso complessivo del capitolo e dello spirito che Papa Francesco intende imprimere alla pastorale della Chiesa è ben riassunto nelle parole finali: “Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore.
 
Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa” (312). In sintesi, sono elementi fondamentali del discernimento sia la fiducia da parte dei fedeli che vivono le situazioni complesse sia l’ascolto profondo da parte dei pastori.
 
Sulla “logica della misericordia pastorale” Papa Francesco afferma con forza: “A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo” (311)
 

 

 
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