26.ma domenica per annum:
«Il dramma e la gloria della libertà»

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Oggi la parola di Dio ritorna a parlare della vigna del Signore e della necessità di lavorare in essa con un impegno fattivo e coerente rispondente alle indicazioni del padrone della vigna, che in questo caso è Dio stesso.
 
Gesù si trovava a Gerusalemme aggirandosi intorno al tempio. Lungo le strade della Città non incontrò il caloroso benvenuto che gli riservavano normalmente i villaggi della Galilea. I leader religiosi che incrociavano il suo percorso cercavano di sconfessarlo presso la gente semplice della capitale. E non si sarebbero arresi fin che lo avessero fatto crocifiggere.

Ma Gesù non perse la pace. Con pazienza instancabile continuò a chiamare tutti alla conversione. Raccontò, al riguardo, una storia semplice che mentre la raccontava già si poteva agevolmente averla davanti agli occhi.
La parabola è così semplice che sembra perfino ingenua sulle labbra di un grande profeta come Gesù.
 
La parabola inizia con la domanda di Gesù: «Che ve ne pare?». Gesù volle coinvolgere gli uditori a prendere posizione nei riguardi dei personaggi della parabola: si trattava di un padre che si rivolse a ciascuno dei suoi due figli, invitandoli ad andare a lavorare nella vigna della famiglia.
Il primo contestò il genitore con un rifiuto tagliente: «Non ne ho voglia». E non dette alcuna spiegazione. Semplicemente non ne aveva voglia. Tuttavia, più tardi ebbe modo di riflettere, si rese conto di aver rifiutato un invito del proprio genitore e, pentitosi, andò nella vigna. Quel comando ascoltato, custodito nel cuore, lo portò alla consapevolezza di aver mancato verso il padre, e così egli decise di andare nella vigna. Si era opposto a parole ma poi, pentito realizzò la volontà del padre e lavorò nella vigna, come questi gli aveva chiesto. È il rifiuto che diventò pentimento e obbedienza.
 
Il secondo accolse amabilmente la disposizione di suo padre, «Sì, signore!». Sembrò pronto a soddisfare i suoi desideri, ma dimenticò ben presto la promessa fatta. Non ripensò a suo padre. Tutto restò limitato alle sole parole. E non andò nella vigna. Un’obbedienza dichiarata che non è diventata realtà.
 
C'è stato un errore comune nel pensiero e nelle azioni dei due figli che in fondo si assomigliavano più di quanto sembrasse. Nella loro relazione con il Padre essi avevano una idea distorta: entrambi lo hanno considerato come un padrone. Il padre non chiedeva nulla per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una imposizione arrogante, ma di semplice collaborazione alla preparazione del vino: un componente essenziale per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto con tanti invitati (il Regno di Dio!). Sì, il problema dei due fratelli fu essenzialmente lo stesso: hanno visto il Padre come un padrone. Questa relazione distorta li portò a vivere come schiavi di una volontà che non hanno compreso, ma di cui hanno sentito soggezione e timore.
Ben lontani, dunque, da quell'annuncio liberante portato da Gesù!
 
 
Il messaggio della parabola è chiaro: non si deve seguire la volontà del Padre "per farlo contento". Occorre capovolgere la logica: Dio è un padre, non un padrone. Davanti a Dio ciò che conta non è "dire/parlare", ma "fare". Per compiere la volontà del Padre che è nei cieli ciò che è decisivo non sono le parole, le promesse e le preghiere, ma i fatti e la vita di tutti i giorni.
 
Gesù stesso applicò la parabola direttamente e provocatoriamente «ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo» cioè a quanti allora guidavano la nazione ebraica e si atteggiavano a modelli della vita di fede. Infatti erano proprio loro quelli che dicevano… ma non facevano, proprio come il secondo figlio della parabola. In loro non c’era spazio per la conversione perché ‘a parole’ si mostravano ossequienti e obbedienti, ma ‘di fatto’ poi non obbedivano, illudendo così loro stessi. E nel caso in cui non avessero capito il suo messaggio, Gesù affermò: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».
 
Egli volle che riconoscessero la loro resistenza a entrare progetto del Padre.
Erano i "professionisti della religione”: coloro che avevano detto un grande "sì" al Dio del tempio; gli specialisti del culto, i tutori della legge.
Fondamentalmente non avevano mai sentito alcuna necessità di convertirsi. Così, quando il profeta Giovanni venne a preparare la via al Signore, hanno sempre detto "no": «Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto». E, ancora, quando venne Gesù invitandoli a entrare nel suo regno, hanno continuato a dire di "no".

Al contrario, i pubblicani e le prostitute erano i "professionisti del peccato": erano quelli che avevano detto un grande "no" al Dio della religione; coloro che si erano collocati al di fuori della legge e del culto santo. Tuttavia, il loro cuore rimanevano aperto alla conversione. Quando venne Giovanni «gli hanno creduto». Quando venne Gesù lo hanno accolto.
Chi sbaglia, chi commette un errore, chi dice di “no” a Dio, ha sempre la possibilità di pentirsi e di ritornare a lui. Nessuno che abbia peccato è rinchiuso per sempre nella sua rivolta, ma ha la possibilità di riprendere la sua relazione con Dio ricco di misericordia.

Cari Amici.
Che senso ha il credo che pronunciamo con le nostre labbra se poi il divario tra la fede proclamata e la nostra vita è incolmabile? Parafrasando una celebre frase del beato Paolo VI potremmo dire che “la rottura tra Vangelo e la vita è senza dubbio il dramma della nostra epoca” (EN 20)
I cristiani dicono spesso molte belle parole. Hanno costruito sistemi impressionanti che raccolgono la dottrina cristiana con concetti profondi. Ma la vita cristiana? Che senso hanno le nostre preghiere se non animano le azioni della nostra giornata? La nostra vita cristiana è fatta di tante confessioni di fede, di tante invocazioni, di tante liturgie in cui ripetiamo continuamente: “Amen!”, cioè “Sì!” al Signore, e poi, abbandonata l’assemblea liturgica, nel quotidiano non facciamo ciò che Dio ci ha chiesto con la sua Parola, ma ciò che vogliamo noi…  
Ma la vera volontà del Padre la compiono coloro i quali traducono nei fatti il ​​Vangelo di Gesù.
Gesù disse: «Non chiunque mi dice: Signore Signore entrerà nel regno di Dio, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».
Se le parole della fede non sono praticate, non giovano a nulla
 
Al centro della parabola sta dunque la ri­sposta dell'uomo di fronte alla proposta di Dio: l’accoglie chi di fatto ‘va a lavorare nella vigna’. E anche di fronte a un no iniziale c’è sempre spazio per ‘pentirsi’ e accogliere. Davanti a Dio conta non ciò che di noi appare agli altri, ma ciò che noi facciamo e siamo: Dio vede la nostra coerenza o la nostra ipocrisia di credenti che “dicono e non fanno” (Mt 23,3).
Ma questo lo si capisce e lo si vive solo se ci si sente figli di un Dio Padre.