«Dio non è dei morti, ma dei viventi»

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Gesù nel corso della sua vita pubblica non parlò molto della vita eterna, la vita nuova dopo la risurrezione. Non cercò di imbonire nessuno con fantasiose descrizioni della vita oltre la morte. Tuttavia, durante tutta la sua vita suscitò speranza. Visse alleviando le sofferenze della gente e liberandole dalla paura. Alimentò la fiducia e la confidenza totale in Dio. La sua passione fu quella di rendere la vita più umana e felice per tutti, come la desidera Dio che Padre di tutti.
 
Ma quando un gruppo di aristocratici sadducei gli si avvicinò con l'idea di ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti Gesù reagì a modo suo.
I sadducei non godevano di popolarità tra la gente dei villaggi. Erano una casta composta da famiglie benestanti appartenenti alla élite di Gerusalemme, di tendenza conservatrice sia nel modo in cui vivevano la loro religione sia nella vita politica al fine di ricercare una mediazione con il potere di Roma. Non sappiamo molto di più. Quello che si può aggiungere è che essi negavano la risurrezione dai morti. La consideravano una credenza ridicola della gente ingenua. I Sadducei non erano preoccupati della vita oltre la morte. A essi era sufficiente vivere bene in questa vita. Perché preoccuparsi dell’altra?
Un giorno si avvicinarono a Gesù proprio con l’intento di ridicolizzare la fede nella risurrezione. E sottoposero al Maestro un caso assolutamente irreale, frutto di una mentalità maschilista. Gli parlarono di sette fratelli che sposarono la stessa donna al fine di garantire la continuità del nome, l'onore e l'eredità per il ramo maschile di quelle potenti famiglie sadducee di Gerusalemme. Era tutto quello che a loro interessava.
 
Alla provocazione dei Sadducei il giovane Rabbi di Nazaret non rispose direttamente, ma fece sgorgare dal suo cuore la convinzione che sostenne durante tutta la sua vita: «Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Gesù rifiutò l'idea infantile dei Sadducei. Ridicolo era ed è immaginare che la vita del risorto, la vita definitiva vissuta vicino a Dio possa consistere nella estensione e nel prolungamento di questa vita che conosciamo. È un errore, infatti, quello di raffigurare la vita dei risorti a partire dalle nostre esperienze attuali. Vi è una differenza radicale tra la nostra vita terrena e la vita eterna con Dio e nella comunione dei santi.
 
Ha detto Papa Francesco: “Non è questa vita a fare da riferimento all’eternità, all’altra vita, quella che ci aspetta, ma è l’eternità - quella vita - a illuminare e dare speranza alla vita terrena di ciascuno di noi! Se guardiamo solo con occhio umano, siamo portati a dire che il cammino dell’uomo va dalla vita verso la morte. Questo si vede! Ma questo è soltanto se lo guardiamo con occhio umano. Gesù capovolge questa prospettiva e afferma che il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla vita: la vita piena! Noi siamo in cammino, in pellegrinaggio verso la vita piena, e quella vita piena è quella che ci illumina nel nostro cammino!” (13 novembre 2013)
 
Questa vita sarà assolutamente "nuova". Per questo la possiamo solo sperare e immaginare, ma mai descrivere o spiegare.
Le prime generazioni cristiane mantennero questo atteggiamento umile e onesto nei confronti del mistero della "vita eterna". Paolo scrisse ai cristiani di Corinto che questo è qualcosa che "occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (1Cor 2,9).

 La fede di Gesù fu semplice. È vero che noi piangiamo i nostri cari che abbiamo perso su questa terra, ma Gesù non può mai neppure immaginare che Dio lasci morire i suoi figli che tutti tanto ama. Non può essere. Dio li contempla pieni di vita perché tutti ha accolto nel suo amore misericordioso e imperscrutabile.
Quando piangiamo i nostri cari che abbiamo perso su questa terra, Dio li contempla pieni di vita perché li ha accolti nel suo amore paterno.

La caratteristica più inquietante del nostro tempo è la crisi della speranza. Abbiamo perso l'orizzonte di un Futuro ultimo e le piccole speranze di questa vita non riescono a consolarci. Questo vuoto di speranza sta generando una perdita di fiducia nella vita. Niente vale più la pena. È facile quindi il nichilismo totale.
 
Questi momenti di disperazione, non sollecitano tutti - credenti e non credenti – a porci le domande più radicali che portiamo dentro di noi? Quel Dio di cui molti dubitano, che molti hanno dimenticato e sul quale molti ancora continuano a interrogarsi, non è forse il fondamento ultimo su cui poter basare la nostra fiducia radicale nella vita? Al termine di tutte le strade, nel profondo di tutti i nostri desideri, all'interno delle nostre domande e delle nostre lotte, non ci sarà, forse, Dio come mistero ultimo della salvezza che cerchiamo?
 
La nostra fede è celata in un angolo della nostra storia, è accantonata da qualche parte dentro di noi come qualcosa di poco importante di cui non vale la pena preoccuparsi in questi tempi. Ma è proprio così?
Non è certo facile credere, ma è difficile non credere. Nel frattempo, il mistero ultimo della vita ci domanda una risposta lucida e responsabile.
 
E questa risposta è decisione personale di ciascuno. Ma non posso non chiedermi:
      Voglio davvero eliminare dalla mia vita ogni speranza ultima oltre la morte come una falsa illusione che non aiuta a vivere?
      Voglio rimanere aperto al mistero ultimo dell'esistenza fiducioso di trovare la risposta, l'accettazione e la pienezza di quanto cerchiamo qui e ora?

La fede di Gesù nella vita dopo la morte è promessa di Gesù: «Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».
E nella professione della nostra fede noi proclamiamo: «Credo la risurrezione della carne e la vita del mondo che verrà. Amen»